L’invenzione al terzo piano

È andata più o meno così. Anzi, sicuramente. Perché ricordo che c’ero, ci sono sempre stato nei momenti importanti ovvero in quelli dei pasti, della famiglia. Appeso a una parete, coperto da una patina invisibile di polvere che resta per colpa del vapore, non incerto ma dritto, senza niente da dire. Appeso come ricordo di Klimt, un vago struggimento, sono una stampa di un capolavoro da pochi euro. Ma non importa, c’ero anche quella volta quando quella volta è diventata un’altra e poi una simile. Ma questa, questa è andata così.

Il vento sbatteva contro i muri scuotendoli un poco, solo noi appesi possiamo sentire. E poi freddo. Le luci che escono fuori dalle finestre dei vicini non raccontano molto se non che c’è qualcuno, non troppo distante, che non ci saluta e mai farebbe qualcosa per noi ma, come noi, paga una fornitura di energia elettrica. Paga. E non sa, che forse lo fa un po’ anche per noi. L’idea della compagnia, la negazione del vuoto nel freddo. Era così quella sera. Tutto uguale, poggiato sopra i binari per andare e tornare e fare meno fermate possibili. Invece a volte gli sguardi deragliano non per andare e tornare ma fare più fermate possibili.

Quella sera è stato un meraviglioso e terribile invece. Lui guarda lei, lei sente lo sguardo, che è cosa nuova, per istinto di autoconservazione improvvisa dell’indifferenza. Perché certi sguardi si pagano sulla pelle anche se non hai più nulla per saldare il conto, e non basta nemmeno la pelle. Lui fa finta di distrarsi su di me, io che non c’entro in questa storia ci sono solo appeso, per prendere tempo o parole, e poi torna a guardare con occhi velati e affaticati il viso di sua moglie. Allora mi chiedo seriamente anch’io cosa sia questa storia, perché il ripetersi dei pasti lo vedo ottimamente ogni giorno da quassù e so che questa non è affatto una ripetizione. Assomiglia più a un’invenzione.

<< A guardare così mi scavi>>.

L’indifferenza cede. Vedi. Invece.

<< A te non arriverei comunque>>.

<<Invece?>>.

<<Ci scava la vita, non basta?>>.

<<Ma ci fa vivere>>.

C’è decisione in un discorso mai pianificato. Si massaggia la tempia destra, lui. Aggiunge:

<<Fa anche di più, a volte la vita; ci salva>>.

C’è una tavola da sparecchiare e una tovaglia da sbattere sul lavandino e da piegare, da infilare nel terzo cassetto al terzo piano del terzo appartamento proprio in mezzo a un primo vero appuntamento. L’efficienza cede, invece.

<< Ci vediamo brutti ma siamo sempre belli, soltanto più nascosti>>.

<< Ricordi quando pensavamo che il mondo fosse nostro e non sapevamo che saremmo stati noi a diventare suoi?>>.

<<Siamo belli perché adesso sappiamo>>.

La mano le scivola verso il niente ed incontra il cesto del pane.

<<Sapere non ci rende più noi>>.

<<Noi? Si fermano tutti al cognome. È stato un piacere, dicono>>.

<<Non noi, noi ci fermiamo solo in noi>>.

<<Non ci fermiamo mai>>.

Ecco il motivo di quello sguardo, il binario spaccato verso il dovunque, l’invece.

<<Facciamo andare tutto avanti e noi restiamo dietro a spingere, questo devono fare gli uomini>>.

Lei rigira la fede nel dito. Ricordi. Una domenica mattina e campane e parenti mai visti. Una vita davanti, soprattutto, certamente diversa ma ancor meglio sua. Senza poster, regolamenti governativi applicati in uno stato sovrano di quattro sudditi, e a beneficio di tutti un bon ton da Windsor provinciale.

<<Gli uomini ogni tanto fanno delle soste per capire dove sta finendo quel che spingono e per capire se c’è ancora del senso nello spingere>>.

Manda avanti e spera che qualcosa arrivi, che quel qualcosa venga ripagato il tanto che vale. Più fermate fai più tempo impieghi per arrivare. Semplice. Invece.

<<Domandamelo>>.

<<Cosa?>>

<<Se mi sono fermato>>.

<<Oh, lo vedo da me che lo hai fatto>>.

Smette di tormentare la fede. L’aria pesa il tanto di quello che ci hai messo negli anni, pesa molto o poco, può arrivare anche ad essere più leggera del suo stesso peso specifico. Quella sera l’aria pesava diversamente dentro l’appartamento e diversamente fuori in Via dei Martiri dov’era appiccicato il numero civico di terracotta.

<<E adesso?>>

<<Non è semplice>>.

<<Non è mai semplice esprimere una preferenza su come morire>>.

<<Di cattiveria o di solitudine>>.

Il tempo non è tiranno, se lo fosse non passerebbe così inosservato. Non è un contatore delle nostre esistenze, è qualcosa di contato. Alla fine del tempo ci si ritrova con più vorrei che ricordi, in mezzo al tempo ci si ritrova a guardarsi in faccia, sempre, come oggi, e a vedersi davvero solo quando capita. Il tempo è ripetizione, e noi ci esercitiamo a ripetere. Per tutti ma non a noi. Sappiamo restare solo nel centro e sfiorare gli estremi, è paura, il brivido di non saper restare su una pazzia e viverla il tanto che costa. In fondo cosa dovremmo ripetere alle nostre vite logore, questo? Del brivido che fu, di come sarebbe?

<<Un brivido non è mai inutile>>.

<<È stato>>.

<<Da molto, da molto>>.

Un sottile filo d’aria tra le labbra dice qualcosa di impercettibile.

<<Sparecchio la tavola>>.

Lo sguardo di lui sulla sua nuca, lei si sfila il grembiule e lo appende dietro alla porta, come sempre, e non trema come sempre e trema dentro come non mai. Il tormento è finito oppure il vero tormento è appena iniziato. Per colpa di una domenica di settembre, per colpa del conforto che si prova nel vivere sempre al centro, per colpa della ripetizione, del “noi” volontariamente ignorato. Di Un’invece. Che nel bene e nel male è un’invenzione.

<<Ti sogno spesso>>. Avrebbe voluto dire uno dei due.

<<Non so se saprei stare male in un altro posto>>. Non aggiunse l’altro.

Non si guardano più adesso che è chiaro che non serve per recuperare davvero più nessuna briciola. Il tempo è servito. Non è contatore. È contato. Il prossimo tempo per loro non sta da nessuna parte. Dimmi qualcosa. Capisci qualcosa. Lascia qualcosa. L’invece, spacca. Nel bene e nel male è un’invenzione.

Quella sera me la ricordo, è stata una delle ultime da appeso. Nell’aria odore di scatoloni, anche per me. Fregato pure io da un “invece”. Ma in fondo questo è il bello degli umani, noi stiamo immobili dove ci mettono invece loro o non vivono oppure vivono di invenzioni.

E lì, al terzo piano del terzo appartamento proprio in mezzo a un primo vero appuntamento si è, una volta ancora, una volta nuova, inventato.

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