Il fato o il fatto

Ho bisogno degli occhi lucidi quindi mettiamo dei separatori, dei guardrail tra i nostri fianchi per non sfiorarci, per non dover fingere di essere appena un gradino sotto la perfezione e quindi dover restare asciutti, dentro e fuori. Passiamo senza guardarci gli occhi, strisciamo il badge e il bancomat con la stessa felicità che non esiste. Hai bisogno di occhi lucidi, di chiamare tua sorella e di dirle che sono pericoloso perché sono inaffidabile e che la valigia non la fai perché non sapresti dove andare, questo mondo è inaffidabile ovunque e poi dobbiamo pagarci i conti anche se non tornano mai.

Louise, non t’incanti sull’orologio della cucina, non rispolveri le parigine dell’anno scorso per l’autunno, non cerchi non trovi, e cosa poi, ché a metà tu non vuoi più nulla. Nemmeno perder tempo. Io ti penso, un pensiero indefinito. Non vedo quel che pesto mentre cammino, troppo buio, questa vita notturna vale il centesimo che non spenderò mai. Il mio pensiero è un ricordo che non esiste, la capacità di andare oltre i miei limiti, come si dice (semplificando) essere “migliore”. In quel ricordo faccio le cose giuste per dare tempo alle parole, mi accartoccio vinto dal troppo e ti lascio i miei occhi lucidi. Arrabbiati, esausti, tenaci, innamorati. Pronti ad allagare i nostri guardrail e a farci navigare sopra.

È una guerra fredda persa l’amore, una poesia che come gli altri pensavi di aver capito, una poesia che vuol dire quello che vuole a chi vuole, magari a te niente. È un sorriso contro di te, perso,    l’amore, è sempre lo spicciolo che  ti manca per pagare il conto. È una fede stretta, opaca stringe ma non t’interessi di allargarla e di fargli una lucidatura. Nel confine tra l’euforia e la disperazione, è un cecchino e una mamma, l’accusa e la difesa. L’amore.

Qualcuno vorrebbe sapere quante scarpe ho intenzione di consumare per scappare dall’amore. In notti vuote come questa raccattare centesimi di me che non spenderò mai. Sai che non so rispondere, mi son detto. Forse il meno possibile, il giusto possibile. Il giusto di chi? Io che sono bravo a camminare dappertutto e sempre fin dove voglio, con pochi e poi solo, davvero non so rispondere. Non è una risposta possibile per chi non cerca e non trova, e cosa poi, ché a metà non vuole più nulla.

Ritrovo un vecchio appunto, scritto in uno dei miei bloc notes “adesso non posso farmi male senza fare male a te”. Una specie di promessa. Come direbbe Louise dobbiamo pagarci i conti anche se non tornano mai. Ma non da conti diversi, non da sudori diversi, non con speranze diverse. Male, bene. Tutto può arrivare a coincidere. È un attimo. Proprio come l’attimo in cui strisci la felicità che non esiste. Guadagnare, spendere, tornare in pari. Male, bene. Insieme.

Diceva il gommista di famiglia che l’amore non sono speranze di transizione, come nulla è certo nulla è detto e nulla è andato a puttane se non per scelta. Mi ricordo il calendario Pirelli appeso in officina e il suo sorriso granitico, gli occhi sfuggenti, i raccoglitori disordinati zeppi di ricevute. Non ha mai assunto una segretaria perché non gli piaceva l’idea che qualcuno incontrasse spesso i suoi occhi. A volte umidicci, a dire il vero, un po’ come l’umido dei campi della Bassa alle sette del mattino. A strati. Sospesi. E chi lo sa cosa c’è tra l’uno e l’altro. Adesso è in pensione, rinuncia al calendario, ha sudato per una famiglia che non sa esattamente chi lui sia dietro quegli occhi. Arrabbiati, esausti, tenaci, innamorati. Però è una famiglia.

Torno qui, fermo i piedi, chiudo il bloc notes. Mi aggrappo alle lenzuola, certo che sono le nostre. Piango su un cuscino, spendo qualche paura. In una vita senza certezze ci supponiamo felici, i nostri occhi lucidi spariscono nella notte.

Il fato ci ha fatto incontrare Louise oppure è stato il fatto, questo fatto vedi, che il dolore è come un regalo: ce lo si può scambiare a scatola chiusa e una volta aperto non si può restituire. Però se si vuole si può consumare insieme fino alla fine.

Appendino

Cambi per cambiare in meglio

poi cambi anche in peggio

poi cambi anche come capita

un brutto tiro del cuore.

 

Sono il tuo appendino. Oggi hai cambiato vestito, ti sei data una spolverata e un limite massimo di colori. Adesso che sei a casa e ti puoi spogliare io ti servo, ti serve appoggiare da qualche parte quello che gli altri vedono di te, tenerlo buono per domani, e ti serve riprenderti ciò che sei.

È che questi appendiabiti sono sempre a metà altezza, tra il comodo e il bisogno di spazio. La cerniera scivola aprendoti le spalle, ti senti gonfia per colpa del caldo, i ganci del reggiseno lasciano antipatici segni. Spariranno presto. Ti alzi sulle punte, sono qui. Un piccolo sforzo. Il tuo appendino, liberati le caviglie da questo vestito se non vuoi capitolare da sobria. Farò di tutto per far stare appesa questa bellezza che non sei tu, ma tu, tu trova quella vera, adesso in tempo reale.

 

Cambi perché si deve cambiare

come si cambia l’orario a una qualsiasi sveglia

per farsi sentire almeno un momento al giorno

per non cambiare niente

siamo seri, ma cambiare qualcuno

che ricambia noi il che cambia un altro qualcuno

adesso la smetto che sembrano generazioni e invece

ci troviamo, ci guardiamo in faccia

noi che non ci conosciamo davvero

noi che siamo esattamente qualcuno

sempre diversi

sempre allo stesso orario

ormai solo nostro.

 

È che a questi appendini manca la parola, dondolano e si schiacciano insieme agli altri senza lamentarsi mentre tu scalza friggi un uovo e centrifughi l’insalata con la testa stanca su domani. Un suggerimento su cosa pensare, una canzone da far partire, un libro di ricette aperto alla pagina giusta, staccare i fili delle correnti portate da persone inutili. Se potessero fare queste cose non sarebbero appendiabiti. E tu ne avresti paura. Invece di me ti fidi. Faccio sempre la stessa identica cosa e per questo sono affidabile. Per questo puoi ignorarmi. Ti fidi. Invecchio e mi preparo alle crepe. Un giorno farò cadere tutto, lo sappiamo.  Ma adesso sono qui, tengo tutto quello che vuoi usare domani, un giorno alla volta, passeranno e ce la faremo.

 

Cambierai per comprare e buttare

senza sentire il peso di quello che in tutto questo resta

lo farai per voglia, per rispettare i programmi, per prendere dritto un incidente

e darai qualcosa da dire a qualcuno

che non ti conosce davvero

e che non si è accorto che è cambiato

neppure per un attimo

mai finito su qualcuno.

 

È questi appendini non hanno un cuore, non ci hanno costruito un alloggiamento dedicato. Altrimenti, forse, da appendino cambierei vita. Mi darei alla pazza gioia e cambierei, come tutti voi. Per un giorno e l’altro. Per un motivo o l’altro.

E ora verrei in cucina da te per ripeterti che sono qui, tengo tutto quello che vuoi usare domani, tutto quello che sei davvero, un giorno alla volta. Passeranno e ce la faremo fino a crollare.

Sì, mi appenderei io.

C’era una volta

C’era una volta. C’è sempre stata una volta e noi ce la ricordiamo benissimo. Ed era pure meglio di questa. Mossa, libera, parcheggiata dovunque senza il biglietto con l’orario, pericolosa ma calma sul fondo. Adesso butti un respiro lungo a fine giornata come un respiro in mare, una roba inutile, per espellere ogni pensiero con e senza la sua importanza, ti ricordi che in quel respiro hai perso qualcosa, a guardarti bene qualcuno ti chiederebbe se sei lucido. Sobrio, sì certo, ma opaco. Chi vuoi che te lo fermi.

Un respiro, un monolocale in affitto di “vorrei” dietro l’angolo ma di un paese che non è qui.

C’era sì, una volta, una notte da cambiare con una più larga, più di quella di San Lorenzo per capirci, per farci entrare tutte le stelle che ci ha nascosto l’inverno, per assorbire tutto quel silenzio atteso da giorni. Per far entrare tutte le zanzare affamate del campeggio nel nostro sacco a pelo. C’era una volta distratta, distratta tu e la giornata, in cui hai trovato uno scontrino spiegazzato sul fondo di una busta della spesa, ti ha fatto ricordare che a volte restano anche le tracce che non ci interessano, anche i conti pagati per sopravvivere. Per sbaglio.

Un pensiero, lo senti carro merci inter frigo a temperatura controllata deragliato, esploso, fermato. Addosso. Inspiegabile.

C’era una volta, una di quelle importanti, cercavi il tuo cuore sapendo di averlo, sì averlo lasciato in qualche dettaglio, in qualche rabbia, in qualche fallimento, in qualche occasione irripetibile, nei ricordi più cari. Con l’urgenza dell’utilizzo, con l’evidenza illusionistica.

Una magia, qualche spuntino da asporto e una bottiglia di Bordeaux sul tavolo del soggiorno. In onda in tv un video dei Phoenix a un volume troppo alto per capire la magia. Che sei. Replicabile. Volendo.

C’era una volta una bottiglia di vino che ha spiegato anche a me come finire le guerre, un Barbera d’Asti Superiore, superiore anche a me. C’era una volta che hai pensato “cambio tutto”, l’hai scritto su un giorno a caso dell’agenda, quel tutto l’hai immaginato da qualche parte nel tuo futuro prossimo. Già lo portavi in giro dagli amici. Con la faccia di chi ha capito molto in poco, con i conti da far quadrare in questa piccola economia che siamo hai scoperto che il futuro prossimo era così caro che lo sforzo non copriva le spese. Quindi quella volta, poi, hai chiesto il prestito per pagare tutte le infelicità alla persona sbagliata. A un bicchiere infinito e a mille filtri dolciastri bruciati sulle dita, alla velocità, ai like. Solo per aumentare il debito senza nemmeno sentire vita addosso.

Ma sì. Siamo uguali. Ridimensioniamo la bellezza per pagarla di meno ma bellezza rimane.

C’era una volta il 48 che ti riportava a casa, c’era il 48 che ti vive a fianco ’o muorto che parla ma non ascolta mai e un figlio che lega tutto. E le voglie nei momenti sbagliati, i momenti di transizione piazzati sempre in mezzo, c’era una volta che bagnarsi da vestiti non era una scelta e non dovevi aspettare la pioggia e poi i miei autunni dedicati a muri bianchi di ospedali che mi hanno protetto e ammazzato. Anche tu di bianco, ti sposavi quella volta, calpestando lo stupore di tutti. Hai iniziato con l’amore facendoti togliere le magliette, poi le gonne strette e poi anche quello doveva restare, quello che sei.

C’era una volta di poesie mai dedicate, spedite a un editore e non alla persona giusta, una copertina da fare per un libro e una facciata da restaurare al civico di serenità sempre zero. C’era una volta piena di volte e una con un solo riassunto veloce da ripetere come a scuola e andare.

C’era una volta. C’è sempre stata una volta e noi ce la ricordiamo benissimo. Ed era pure meglio di questa. C’è sempre qualcosa di meglio di adesso. Ma dimmi cosa importa, se mi compri, se mi regalo, se ti fermi sotto casa e ti apro, se mi scrivo e non rispondo, se dipendo da una parola, se contiamo le volte. C’era un volta, c’è sempre una volta in cui buttarsi, altro che progettare, altro che aspettare. Prendila e poi buttala.

Un respiro accidentato, un “torna” detto al telefono, il campanello suonato da un corriere agitato, un fuori tutto, una spaccatura al centro di qualcosa che ti frega. Una cosa alla volta, e se proprio sei convinto una vita alla volta. Ci facciamo salvare esattamente come ci facciamo ammazzare.

Zanzare cattive e persone un po’ di più, strade senza marciapiedi per i nostri passi a cui manca il paesaggio, programmi elettorali stampati sulla carta che ci servirebbe per spiegarci. Neanche un finanziamento pubblico per una rincorsa o per una risposta o per un braccio che cura sotto il cotone cinese delle nostre magliette firmate . Ma dimmi cosa importa, se c’era una volta e si è data il cambio con un’altra e noi stanchi di decidere dritti per una strada non nostra.

Avremo per sempre tutto quel che non si può stringere. Quel troppo che abbiamo voluto e mai restituito. Ridi. C’era una volta e sì c’è. Da non raccontare.

Le cose migliori affogano nel cuore

E nessuno se ne accorge. Che c’era una cosa da dire anche se non si sapeva come fare. Che c’era un abbraccio per dimezzare la stanchezza. Che ci sono stati dei mesi come prigioni senza sbarre messe in sicurezza sotto la gola, verso la cassa toracica. Nessuno si accorge di quel vento per niente su tuoi capelli che sfiori solo tu, e di quelle uscite il sabato sera zeppe di persone di cui fai fatica a ricordare il nome, di quei biglietti che tieni in mano staccati per uno spettacolo che non arriva. Nessuno sa che potrebbe tutto capovolgersi e diventare migliore, abbastanza migliore da affogare nel cuore e lì restare. Affogato e vivo. Vivo e imprendibile. Imprendibile e magico.

Si alza la sbarra dell’ennesimo casello, tu a qualche centinaio di chilometri fai una doccia per poi uscire con gli amici. Io invece riparto su un altro asfalto, con tutto il tempo per pensare alle cose migliori da seppellire e tenere. Odore di gomme bollenti e gasolio. Non dirmi che sai come ci si sente. A dover tornare, così. Alla tua età puoi saltare tra le corsie, alla mia età devi sceglierne una e stare bene al centro. Ti stanchi di cambiare, mi stanco di non cambiare. Ma poi le file, i semafori e qualunque viaggio intergalattico finiscono nel posto in cui torni. Torni per farti una doccia e uscire di nuovo oppure per raddrizzare le foto incorniciate nel soggiorno, reggere sorrisi stanchi e prenderti l’olio caldo che schizza dal soffritto di una padella. Potrei dire una parola in più, potresti allungare lo spacco, potremmo giurare oppure ignorare ma torneremmo sempre da soli, diversi. Con un po’ di cose in scatola, come una di quelle che sposti in magazzino ma più fragile e indistruttibile, di cose migliori da dire e da fare e da pensare messe all’angolo in cuore.

Smetti di torturarti il bracciale, alza gli occhiali e reggi un attimo lo sguardo, non hai ancora perso niente. È tutto là dentro, forse. Se vuoi. Non fingere di scappare se non hai deciso dove tornare. Là dove docce e caselli non esistono né piazze antichissime soleggiate e rassicuranti locali notturni. Non scappare da un sorriso stropicciato che non si è stirato per bene. È tutto là dentro forse, per ora.

Non importa. Si può andare senza scappare, ci si può sfiorare col vento senza bisogno di colla. Mentre nessuno si accorge. Che c’era disordine in quel silenzio e una lacrima pronta a far cedere il muro di quel silenzio e far tornare l’ordine. Non importa. Si può essere grandi di cuore anche da piccoli di opportunità. Non importa.

Anche se capisci quali sono le cose migliori solo quando son scese abbastanza a fondo, dentro, da non poter essere recuperate. E sai che oltre a quelle puoi avere ancora tutto, non tutto ma il tuo tutto, che è sempre molto più che abbastanza.

Ti distrai un attimo e diventi felice. Vale anche il contrario. Questo è quanto vale un attimo.

L’amore ai tempi della varicella

Scrivo col corsivo se è tutto normale, scrivo ricorsivo di te se è tutto speciale, vediamo di farcela.

Io ti ero uno schizzo per turisti tu mi eri un Monet originale io ti ero sotto le varie tu mi eri sotto gli eventuali, io ero la tua versione ufficiale tu mi eri la versione integrale, io ti ero carattere tipografico stampato senza sbavature tu mi eri carattere scritto a mano dal medico, io ti ero biglietto in prima fila tu mi eri l’ultimo gettone quando ancora occupavamo le cabine agli orari più impossibili. O forse era il contrario. Il presente si mangia i ricordi per avere la forza di diventare futuro.

Se uno conosciuto da tutti come il sole può decidere di non uscire allora posso farlo anche io, ad impatto zero, nell’immobilità di un discorso da pesci rossi, difficile che qualcuno se ne accorga. Se possono smettere di rispondere i quadri a chi non li conosce posso smettere io, appeso, incompiuto, in questa stanza frequentata da poche persone. Voltarmi, farmi ingoiare dal silenzio del tempo che non mi hai concesso.

Scrivo col passato spuntato, ogni due frasi un “posso”, la velocità del futuro che ci frega sotto il naso e le insegne che offrono kebab e tempo risparmiato in cucina per fare l’amore. Un paesetto, un materasso scomodo ma per due, spegni la luce, io scrivo. Il fumo della tua ultima sigaretta non si smuove dal balcone. Siamo in Emilia, si muovono solo le cose vive, se lo sono abbastanza. Invece noi siamo copie di copie di mille copie che non si sono mai conosciute ma si possono già immaginare, come l’asfalto sopra i fiori di campo, come una stella che brucia a ferragosto milioni di miglia sopra i moscerini che ci importunano, immaginare come il verso di quando pieghi indietro il collo e si chiudono le tapparelle degli occhi.

Scrivo ricorsivo come si scrive il codice di certi piccoli programmi che devono fare per tutta la loro durata sempre la stessa cosa. Come gli impianti di irrigazione o di allarme. Scrivo, scatta il suono, piango a goccia e so che lo farò per tutta la durata della mia vita. Nello scrivere non sono un talento ma mi sono programmato bene. So ripetermi, anche a mia insaputa.

Mi avvicino, mi dedichi un sospiro, ti giri e sogni, è il sesto telegiornale di SkyTg 24 consecutivo. Il mondo è pesante, la notte è leggera, tu galleggi io affondo. Aspettare per sempre, la versione definitiva di sé stessi e il gesto che racchiude ciò che si è in un posto diverso, altrove, sempre qui, ma al futuro. Il gesto di chi. Sconnesso, aspetto risposte da una finestra aperta. Le zanzare, accettabile punizione ogni volta che alzo il volto sui tuoi lineamenti, casuali e magici, quasi notte. Tu sai ripetere il verbo “splendere”, notte e giorno. E arriva, ma solo quando arriva, quando la notte non è più tenace.

Non conosco strade, quella che conoscevo l’ho lasciata, dimmi tu, quando ti svegli. Se posso ancora decidere di non staccarmi da questo niente che mi son costruito per far volume e ingannare le nostre diversità. Un gessetto colorato. Lascio un messaggio sulla lavagna in cucina, ho scritto solo io lì, da quando l’hai appesa. Vale un tuo abbraccio in grembiule e vale minuti e ore a pensare a come riassumere quel muscolo a sinistra. Dico sempre io, dimmi tu. Sei qua, se allungo la mano sento come il respiro ti solleva e ti abbassa il seno. Tu galleggi e io provo le penne a sfera sotto metri di pensieri che vanno a fondo. L’amore, non dirmi niente. Non c’è definizione dell’amore che sia leggibile a voce alta dagli occhi, miei e tuoi, non sfocati dal luogo comune ed invece nitidi. Così nitidi da essere chiusi. Perdutamente per fiducia.

Siamo qui con l’amore, cosa farsene per bene lo scopriremo, dopo la varicella. Che bisogna fermarsi prima che diventi contagiosa, che un po’ di isolamento non ce lo leva nessuno. Ci vediamo domani e per sempre. Siamo già troppo vicini, te lo sei mai chiesto, se sfiorarsi soltanto è l’isolamento che ci renderà meno brutti? E quel tempo recuperato dove lo abbiamo messo, se solo i venditori di kebab hanno fatto affari oppure anche noi. Ci vediamo domani e ci sentiamo nell’anima tra due settimane. Con la memoria fotovoltaica ti ricorderai sicuramente di noi in una giornata di quel sole che ha deciso di uscire dato che sente anche lui il peso della notorietà. Un fine settimana perfetto.

Dormiveglia, stanze separate da niente di visibile, ti ho dedicato tutto quello che sono e quello che non so di essere, intermittenze, la rabbia dei quadri davanti agli studenti impreparati, l’esigenza di scappare ogni volta dal nulla solo per dare importanza al gesto, a me. Allarmi che suonano per niente, allarmi che suonano per nessuno, impianti di irrigazione difettosi che allagano le stanze navigabili a vista.Coraggio afferra questa mano e buca quella scialuppa.

Un sospiro ricorsivo chissà fino a quando, e poi la forza di cambiare tutto, e ogni singolo quadro appeso e le foto in soggiorno, le garanzie dei regali che ci siamo fatti, i bonifici da fare, allungare la mano, ricordare l’amore illeggibile. L’amore ai tempi della varicella, per non contagiarci possiamo esserci pensiero. Il prezzo è il rischio di ciò che siamo, il fondo è li, e dell’amore non dirmi niente. L’isolamento. Un gessetto colorato, una frase solo per te, siamo già troppo vicini. Ci vediamo domani e per sempre.

Mi fanno male gli angoli che non ci son più, dice Alfredo

Il fruscio del copriletto dispiegato su di un letto a due piazze occupato da una persona sola non è romantico. Una sveglia si prepara a disturbare, le lenzuola grosse, gialle di tempo, sempre quelle. Il primo piede tocca terra, Alfredo lo conosce bene, è da una vita che se lo porta appresso. Ha capito che non è quello giusto per iniziare la giornata, forse uguale a tutte le altre giornate dopo Marina, ma pur sempre una nuova giornata. Ritira istintivamente il piede su, lo fa sparire sotto le lenzuola. Lo avvicina all’altro. Lo stringe all’altro. Li incastra nella perfezione del silenzio. Aspetta che la sveglia suoni e gli presenti una pur sempre nuova giornata. Senza qualcosa, senza qualcuno.

Alfredo stringe le gambe, trema, un povero vecchio, dentro un letto a cui non troveresti un aggettivo. Il freddo della mattina non c’entra. Alfredo ha solo un altro piede per iniziare la giornata ma sa che anche quello è sbagliato, che le giornate sono come scarpe e non sono fatte per tutti i piedi. Che le forme non le cambiamo noi, ma Dio se ci credi. Visto da su, dall’altezza di quelle pale impolverate attaccate al soffitto sembra un involtino con qualche piega in più, fermo, come infilzato da uno spiedino. Uno spiedino che si chiama solitudine. Siamo abituati a pensare che la solitudine sia la mancanza di qualcuno o la sua lontananza. I nipoti di Alfredo lo chiamano di tanto in tanto, un gelato al parco, poi c’è la cena dai figli e un teatro da sopportare più che da pagare, proprio come e sempre stato, e sei euro al fioraio del cimitero. Basterebbero queste cose a colmare la sofferenza se la sofferenza solo questo. Ma è di più. Dettagli macroscopici. È quando nessuno è in grado di capire il tuo dolore, e il perché fai l’involtino a letto e non vai a prendere il giornale ora che sei in pensione e hai tutto il tempo. È quando spacchi un vetro con un pugno solo per farti male e nessuno ha capito che non volevi essere difeso e nessuno ha capito da dove quel fendente è partito.

Strano Maggio questo, non si salva neanche la primavera. Il fruscio del copriletto detta il ritmo del tempo. Quelle parole “Alfre’ domenica andiamo a portare la marmellata fresca a Gina?”, ma che ricordi stupidi bellissimi, quelli di una domenica che non c’è mai stata davvero come doveva andare. È inghiottita per sempre, il cuore fa quello che deve. Alfredo si stringe all’angolo, non fatto di mura, quell’angolo di labbra nascondevano davvero. Ora nel ricordo.Può essere quasi nessuno senza che qualcuno reclami. Si sente sopra quelle labbra. Protetto. Al passato.

In quanti centimetri di vita ci si può perdere, e quanta differenza non si può più fare. Senza credere, senza capire, senza nemmeno ammettere il dolore che è difficile da essere riconosciuto. Capito. Respiriamo tutti l’aria della stessa stanza, prendiamo una mano se c’è, afferriamo una spalla se disponibile, chiudiamo una chiamata. Oppure attacchiamo noi stessi, gli unici rimasti. In quanti centimetri Maggio si porta via la primavera che pensavi ti spettasse.

Senza capire, senza risolvere, vorremmo tutti cambiare stanza. Invece siamo qua. Insieme ad Alfredo, angolo diverso. Il fruscio del copriletto, qualcosa di spaccato di nascosto solo per farci male, giornate da non iniziare. Salutate tutti Alfredo.

L’amore è una questione di spazio

Cosa togliere a un bacio per renderlo a modo, come avanzare in questa stanza senza sfiorare i tuoi vestiti, come prenderci come se fossimo al di là del tempo, cosa costruire e fino a quanto in altezza, quanti passi fare prima dei confini che abbiamo sempre sognato di oltrepassare, perché difendere l’aria che togliamo se è la stessa che diamo e che poi sa da sola come attraversare il filo spinato, quando fare il “fuori tutto” di quello che stocchiamo dentro per tornare più umani? Un compasso su una carta nautica, una doppia striscia continua, un salotto che adesso ha vent’anni con i mobili che non sono mai stati davvero in noce come nei libri e un matrimonio che hai maledetto una volta da doppia cifra. Spazi. Poi confini. Tu cosa vedi?

Chiuso un portone, o forse era una portiera, o forse era una frontiera, una possibilità, chiuso tutto per bene cosa si doveva aprire? Quanti orizzonti vedi? Quanto spazio per muoverti, per girarti, per arrivare al dove vuoi ed essere come da progetto iniziale, quanto di quello che vedi non è protetto da combinazione, a quali rotte di quali persone ti puoi avvicinare per sfiorarne i vestiti senza atterrare? Quante domande. Spazi per le risposte, per le non risposte. Confini. L’amore è una questione di spazio. Te lo prendi, te lo offrono, te lo prendono, lo offri. Dici, ritiri, gonfi i polmoni per poter dire il massimo di cose che ritieni belle poi espiri e ti prepari a un estenuante silenzio. Una stanza alla volta, una tv alla volta, io mi prendo questo, lasciami il pranzo, a me il bambino e a te la casa al mare.

Cosa proteggere di quello che rimane dietro un confine che cambia ogni giorno, quale spazio decidere di sacrificare e su quale decidere di investire? Hai ancora il vestito del gran giorno appeso e le scarpe nere perfette, solo impolverate. In un angolino. Perché vincono i vestiti per andare a lavoro, gli spazi parlano da dentro l’armadio come i sogni parlano dalla testa. Non cambiare discorso, un giro in senso orario con le parole e chiudi. Asciuga il pianto. Da un parcheggio sotterraneo di Milano Fiera dentro a un’auto che sgonfia i polmoni e stira la stanchezza. Avevi da dire, lo spazio misurato rimpicciolito, avevi da prendere uno spazio per la risposta. Un giro in senso antiorario di parole che assomigliano al massimo di cose che ritieni non solo belle ma anche vere. Una sera alla volta, l’ultimo parcheggio, aggiusti lo specchietto e guidi come un turista verso aria che non t’appartiene più.

Quante domande. Spazi. Confini. Un uomo sotto un palazzo suona l’armonica per pochi spiccioli, un uomo dentro ad un altro palazzo suona alla stessa maniera il tuo cuore per pochi sorrisi. Non cambi discorso. Si torna. Una sera alla volta fatta di spazi. Poi confini. Tu cosa vedi? Amore.

Ama, proteggi, sbeccati, rifai i calcoli, ricomincia ad amare

La parte più importante è quella che non sai spiegare, che non si può più rifare. Mezzo giro sui tacchi. Questo posto è sempre lo stesso, è casa o te lo farai bastare, le spalle al muro e la condensa del frigo che se ne frega. Dove vorresti andare, questo posto è una possibilità e una trappola qualsiasi. Siamo fatti per nascere in un posto qualsiasi e poi spostarci in un posto qualsiasi e desiderare di andare in un altro posto qualsiasi e, prima che sia troppo tardi, tornare nel posto qualsiasi dell’inizio. Siamo fatti per mettere in un posto qualsiasi quello che manca con ciò che siamo. La parte più importante è quella che non lascia troppe scelte davanti, un giro completo di tacchi. Avanti o dietro.

Questo posto è sempre lo stesso, un codice postale e spruzzi di onde che scrostano le vernici dei cancelli, raccomandate che ci raggiungono sempre e persone che ci evitano sempre, odore di Ace gentile per casa e di polvere sulle tende. Un civico da mettere in ordine, da tenere agibile. Dove vuoi tornare, dove vuoi inciampare per sbaglio, chi ti deve rialzare. Hai aperto il frigo e sei già scivolato sulla condensa che gocciola.

La teoria la studi una volta, la pratica tutti i giorni. Fai quello che nessuno ti ha detto e che sai, quello che ti rende umano tutti i giorni. Quello che anche se ti sposti da un posto qualsiasi all’altro non sposta niente.

Se scappi lei ti rincorre, recuperare è la parte meno importante, poi ti stanchi, poi si stanca.  Sarebbe stato meglio stare per terra davanti al frigo aperto, davanti agli occhi chiusi. A scattare fotografie mentali che vengono con il cuore mosso. Ma qui. A disegnare scorciatoie per l’infinito, evitare le frontiere delle cose che raccontiamo, delegare al silenzio la parte più importante.

Questo posto è sempre lo stesso, la confusione, la carenza di parcheggi persino dentro la coscienza, la cenere di una sigaretta al vento e la pelle morbida di un bambino che non possiamo abbracciare. Trema da sotto la terra, trema di paura dalle metropolitane, trema dal dubbio dai voli decollati, trema dai marciapiedi abbelliti con i fiori e dai mercati illuminati a festa. Un brivido, la capacità di vivere senza cuore non ci appartiene, sappiamo al massimo puntare un dito o chiudere una porta e chiuderci nel nostro civico. Questo posto è sempre lo stesso, non ci sono più posti diversi, la luce va e viene e rimane scortese morire.

La parte più importante è quella che non c’è mai stata. L’abbiamo messo noi. Ama, proteggi, sbeccati, rifai i calcoli, ricomincia ad amare. Ma qui.

E ci è piaciuto ai cuori.

La sorte da che parte sta

Alle prese con il tacco dodici tra le mattonelle, alle prese con l’emancipazione, con la verdura fresca da disinfettare per sopravvivere e da mangiare per dimagrire, alle prese con il capoufficio sessista, con le continue troppe richieste, di ogni cosa, pure di amicizia. Alle prese con le formule 3×2 e 1×2 dei supermercati, alle prese con le battute che nessuno capisce, alle prese con quell’insensibilità che ti sei meritata e un po’ no, con disattenzioni seriali che contano. Alle prese con il ritardo di Dio e della cottura del pranzo. Alle prese con le mezze scelte e il pensiero delle loro conseguenze e ancora con la mia brutta faccia, presumibilmente prima scelta e poi sopportata.

Alle prese con la sorte. Aspetti che si pronunci, si sbilanci, si manifesti nella parte giusta del decennio che stiamo occupando, del palazzo, del letto. Una paginetta di cose da dire che vorresti sentirti dire e che invece, da qualche parte, saprai soltanto immaginare e scrivere. Qualche raccomandata, qualche reclamo inutile senza ricevuta di ritorno. Una rassicurante tessera socio, una carta di credito, sentiti qualcuno con un numero tutto tuo stampato in rilevo, con un mutuo, con la foto di nostro figlio di tre anni nel portafoglio, la sua prima medaglia del pallavolo in vetrina. Con lo stendino che imbarca, le pile del telecomando da sostituire. Rassicurante perché in ogni caso in qualche posto si deve tornare. Alle prese con il testo di una canzone inglese di cui hai capito il tanto che basta per fartela piacere.

Alle prese anche con i nodi della mia cravatta che puoi allentare in pausa pranzo e nelle sere stanche che diventano la scusa per accorciare distanze tra visi facilmente percorribili, alle prese con le mie udienze a porte chiuse con verdetti già emessi dall’amore e dall’impazienza. Alle prese con il lusso del poco tempo da perdere, e con un mouse degli anni 90, quello con il filo che a seguirlo si arriva su una spiaggia fantastica in pieno inverno, e pazienza se è piatta e sta sullo schermo.

Alle prese con l’acqua calda che tarda ad uscire dai tubi la mattina presto come tarda il conforto dalle nostre mani quando servirebbe. Alle prese con il tailleur Luisa Spagnoli che ti eri comprata con i risparmi e non entra più bene, alle prese con persone acquisite con la stessa strategia dei territori di Risiko!, alle prese con il reflusso doloso da guai altrui.

Siamo le copie di noi stessi, di anni fa, che discordano in qualcosa. Quindi siamo alle prese con quello che non siamo più, anche. Alle prese con tagli così profondi che in fondo, dall’altra parte, si vede già uno spiraglio di luce. Alle prese con cicatrici sbiadite. Sei il blu del vento, quello che ho immaginato. Sono il colore nero dei punti fermi su cui cammini, quelli che hai immaginato. Siamo alle prese con il “riempi e colora” per grandi, il senso di fare a modo nostro con alibi già pronti e inventare e sperare anche tutto quello che non si può.

Alle prese con la sorte andiamo a fare il gioco dell’impiccato fuori dalla carta, soltanto guardandoci, diamo consapevolmente risposte sbagliate per morire prima. Senza confessare di aver convissuto col cappio fino a un momento fa, quasi felicemente, per amore e stupidità.

Giochiamo per vedere la sorte da che parte sta. Se sta. 

Mi toccano cose che non vorrei

Un discorso a nessuno, a qualcuno che ha sempre la batteria scarica, a quelli con la mente sempre irraggiungibile, un discorso di quelli morti in gola con eccesso di virgole e di verità. Da fare e già fatti, per necessità. Discorsi improvvisati che non restano. Questo mi tocca. La guerra a un nemico che non mostra il volto, che nasconde il titolo, la sigla, l’odio, che nasconde i suoi interessi, è quel nemico che anche se non ancora non lo sai ti abita in casa. Questo mi tocca.

Poter vivere di più ma con un ritmo accelerato e quindi, di fatto, vivere sempre lo stesso tempo libero. Vivere il tempo degli altri. Saperlo e non poter tornare indietro, non poter rimediare. Doversi adeguare per tenere la testa dritta e avere la dignità degli uomini. Riempiti dall’offerta cercando di aumentare la domanda. Acceleriamo il ritmo perché si può andare sempre oltre. Non è intelligente ma si può, finché si può. Proprio come restare in vita. Questo mi tocca.

Riuscire a vivere per vezzo e non riuscirci per necessità. Questo mi tocca. Costruire cose perché siano irreparabili, facilmente usurabili, e governi, idee da vendere a qualcuno, notizie che ci franeranno via dalla vita e dopo qualche mese non ricorderemo. Qualcuno gioca con noi a freccette cercando di prenderci nei punti vitali e fare punti. Costruire per distruggere come se il mondo fosse un plastico e si possa commissionare di nuovo. Questo mi tocca.

I pazzi che vanno in giro da certificati sani solo per mantenere l’orgoglio di qualcuno, i pazzi che si possono curare come le lacrime delle cipolle e l’odore del sudore nella metro. Gli errori di concetto scambiati per creatività, le cose che diventano difficili da spiegare ai bambini, il minor piombo nella benzina che non diminuisce l’inquinamento, il rossetto che non lascia tracce come se non fosse suo diritto, le tragedie che si portano attorno al dito in mano sinistra e da far possibilmente lucidare ogni dieci anni. Questo mi tocca.

Sentire, leggere di continuo cose interpretabili, quasi invisibili domani ma per qualcuno violente oggi. Dipendere dalle comodità, dalla medicina, dall’ago di una bilancia, dalle illusioni degli altri, dall’ego che si è tornati a quando eravamo bambini che il capo è quello che ce l’ha più grande. Smettere di leggere le persone, far diventare il meteo e l’oroscopo cose più importanti delle cose che si possono decidere. Questo mi tocca.

Un uomo pronto a tutto, pronto a perdere tutto, a fumarsi l’ultima sigaretta. Il complesso sistema di intercettazioni alle intenzioni che ufficialmente non esiste, quelli che ufficialmente non escono mai da nessuna porta eppure al momento giusto si trovano nella stanza giusta, quelli che hanno la coscienza come il cartone e si fanno tutta la stagione della pioggia, quelli che non sanno mettere  a fuoco la bellezza anche se ci sono lontani, quelli che scambiano la bellezza per sporadica cortesia. Questo mi tocca.

Che hai una vita che non deve intralciare la mia e che devo essere d’accordo con te per sentirmi me e che abbiamo ragione tutti e due, in fondo, a vivere come facciamo ma senza ammetterlo. Questo mi tocca.

Mi tocca, questo e il fratello di questo. Non c’è leggerezza in questo, non può esserci se si è sinceri. Può esserci speranza. Dipende da cosa ti tocca. Mi toccano cose che non vorrei, e non vorrei perché sono troppe, ma in fondo voglio. Ho sempre preferito gli errori di cuore agli errori di concetto.

Siamo quelli

Siamo solo mal capitati

Siamo solo una perdita di tempo perché non portiamo a niente

Siamo quelli che si fanno male perché sappiamo di poter ancora sentire

Siamo quelli che vivono senza i puntini sulle i, per la paura

Siamo quelli che si lasciano a bocca aperta e abbiamo pure l’idea giusta per chiuderla poi

Siamo quelli che non bisogna dire tutto, lo strapiombo genera rispetto

Siamo quelli che nessuno sa chi siamo noi

Siamo quelli che si tolgono il cuore che dicono che non abbiamo per le cose più stupide

Siamo quelli che dicono “resta ancora un pochino” sempre in ritardo

Siamo quelli che non sono rotti e non sono aggiustati

Siamo quelli che non leggono prima l’etichetta

Siamo quelli che vedono il vuoto nel traffico e il pieno in un abbraccio nascosto stretto da far male

Siamo quelli che stanno al quarto piano e le difese al piano terra se ci vuoi devi passarci per forza

Siamo quelli che neanche tutte le luci delle gioiellerie faranno un frammento della luce di un nostro “sì”

Come si sta sullo zero

Mi è venuta così questa vita

a volte con una forma

a volte con la speranza

con la stanchezza addosso

la voglia di fare

e un conto alla rovescia

che si può recuperare qualche volta

a volte

e a volte mai

con l’inchiostro nelle mani

per parlare poco

la musica di sguardi morbidi sugli occhi

per ascoltare di più

poca aria sulla quarta corda

e ancor meno in domicilio

con il cuore a sinistra

mi è venuta

dove nessuno lo cerca

e tutti lo suppongono

con il cuore a strappi e a valzer

con l’anestesia mal riuscita

gli occhi da nessuna parte

troppa teoria contro pratica

la riga dei pantaloni che non regge neanche al grecale

pesi senza contrappesi

solo perdite ufficiali.

La fine è sempre bella grossa

ci prende in giro anche con le parole

grossa come lo zero

mi è venuta così questa vita

sullo zero

niente virgole dopo

solo parole che non servono a dire

sullo zero

come si sta.