Il cercatore di cose cadute nell’indifferenza

A spostarci dal centro all’estremo opposto c’è una mano ghiacciata di troppo mossa da un cuore raffreddato, o c’è la forza di un’aspettativa partita e mai arrivata, ci sono budella di trascurabile e di essenziale aggrovigliate insieme, vacanze e giorni storti, accrediti che salvano e addebiti che danno un senso ai prossimi accrediti. Spostarsi, essere spostati, farsi spostare dal centro a un qualunque posto non numerato è la normalità di un dolore, da riavvolgere e ascoltare. Accelerare, frenare, consigliare e rinunciare, una carezza prima dell’insofferenza. Gli occhi si chiudono sul soffitto, una preghiera laica. Sarà per la prossima. Qualunque cosa doveva essere.

È sempre la sottrazione che non ti aspetti a cambiare il totale. E mentre tu conti io sento di non contare, di non saper contare e, soprattutto, di non poter sottrarre ancora più di così.

Quelli come noi accettano solo cose straordinarie, immortali. Allerte meteo rosse pronte negli occhi, giorni separati da sottili ore da sfondare con delle idee temporanee, quelle convinzioni che diventano noi. Ma dato che non abbiamo più la speranza di finire dentro a un poema epico attualmente il problema è incontrarsi, contemporaneamente, in cose straordinarie, le stesse cose, poi declassate a normali per necessità.

A Modena mentre passeggi con il cane, sul calcestruzzo armato del ponte Bisantis di Catanzaro di sfuggita nelle corsie opposte, a L’Aquila al caffè Fratelli Nurzia con un pezzo di torrone che si sbriciola sul tavolo, a Genova lì dove i vecchi binari della ferrovia muoiono sul catrame del porto e i piccioni fanno ronda di vigilanza. Incontrarsi lì, ovunque ci siano normalità da vivere gemellate, da prendere sul serio come si fa con il caffè, e come con le cose di cui non vedremo mai la fine. Non in questa terra, certo, sarebbe sufficiente l’universo parallelo a quello dell’indifferenza. Pieno contro vuoto, in ogni caso, un poco di spettacolare che fa fare gli straordinari ai ventricoli. Hai presente?

Vado a dare questi pensieri scritti sui fogli al cestino. È nel cestino che vanno a finire le cose che non sono finite ma che non sappiamo più usare. Le seconde opportunità, praticamente. Per arrivare al cestino faccio un giro largo, quegli scritti sono tutti piccoli figli senza nome e i figli si dovrebbero crescere non abbandonare. Una disavventura per persone dolci, ecco dove credo di essere capitato, un passo alla volta. Raccogliendo tutta l’indifferenza da tutti i cestini di tutte le scrivanie di persone più importanti di me. Tu quasi perfetta, quasi che non ti noterei mai, con qualche sorriso sincero e qualcuno fotocopiato, seduta a una di queste scrivanie. Forse il sorriso sincero è quello timido ed essenziale che non rivolgi a me. Prendi la mia penna, puntala contro di te e fatti male. Scrivo per te.

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Tu nella tua di disavventura lotti per stare a galla. Davanti al pc, sotto il semaforo, sdraiata sul materasso, in un abbraccio che non ti appartiene più, a galla sugli sguardi degli amici. La dolcezza sta nel profondo perché viene prima la necessità della sopravvivenza: scegliere, difendere le scelte, mettersi dietro di loro e spingere. Solo dopo può mostrarsi il lato indifendibile che abbiamo, quello che ci distingue, ci valorizza. Ti aggiusti la frangia. Pensi a quanto sia difficile far diventare i “sì” dei “no” dopo tutta questa indifferenza. Verrà a galla, la dolcezza.

Rivuoi la pelle giovane dei primi incontri, vorresti poter rivedere le scritte in piccolo perché sono le più importanti e quelle che ci fregano, recuperare le strade perse che solo per timore ti parevano impraticabili, replicare quei piegamenti con ardore, l’uno sull’altro, materia per fisici sentimentali.

Io e te, non siamo noi, non siamo qualcuno. Allora chi? Io sono il cercatore di cose perdute nell’indifferenza. Sogni, rinunce, mezze verità, mezze bugie, mezze vite, tempi, ritmi, spazi, segni in memoria, un souvenir e altre cose del genere. Ho un rastrello speciale per recuperare tutto. Si chiama “voglio”. Ha le maglie larghe e trattiene solo cose straordinarie. È banale e abbastanza speciale.

Vieni a perdermi in te, a chiedere un prestito di felicità che non rivorrò indietro. Passa di qui, ti libero io un centro dove sentirsi al centro, ti guarisco dalla mia penna e poi te ne metto in mano un’altra. Andremo a fondo dove siamo chi siamo. Lì l’indifferenza è vuota. E tutto è banale e abbastanza speciale.

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