La logica del se

Ciao bocca di natale spenta sono bocca di labbra fuori festa, senza energia e di quella non elettrica, potremmo sfiorarci? Dirci addosso qualcosa? Eventualmente, purché prima di essere ad un passo dal mai. Anche da intermittenti, come le decorazioni che riempiono le vie di questo paese non ancora maggiorenne, però che bei colori, con il loro mese di gloria. Ciao lacrima invernale spezzata sono cruciverba incompleto, tu mi hai bagnato e ammorbidito per caso, ho qui quasi un buco addosso, posso regalarti qualche parola che mi resta stampata addosso? Sceglila tu tra quelle già completate. Ciao capolavoro che eri, sono esattamente qualcosa che non ricordo mai, che ne dici di spostare quegli occhi che scoppiano di vene rosse puntati sui ricordi e di posarli sul niente, chi se lo fila quel ieri bastardo, spostarli proprio qui, qui che può diventare qualcosa, di molto piccolo ma confortante come, come una virgola.

Alla prossima fermata scendiamo da tutte queste metafore, dal frecciabianca che abbiamo in testa senza controllore e che porta via i pensieri sinceri da dire, scendiamo dai clic sparsi e fatti per trovarci e non trovarci e confonderci. Acceleriamo l’ultima boccata di nicotina e andiamo via a stare meglio davvero, chissà dove, fino al prossimo probabilmente. Mentre pensiamo se filtro o niente filtro. Mischiamoci al freddo di dicembre, freddo più freddo uguale freddo, io e te, non rovineremo l’inverno a nessuno. Essere come tutti ma non sentirsi del tutto, come sempre.

Leggiamo il labiale dei nostri comportamenti più strani, fraintendiamoci con la sensibilità di chi prova a maneggiare qualcosa la prima volta. Scendiamo dall’idea che noi si possa durare come un verso di Leopardi. A volte dura tutto poco più che tre schiaffi alla dignità, sì. Altro che poesia, altro che infinito. Concediamoci un sorriso, non per esagerare. Un pezzo. Diciamo che ci prendiamo un prestito dalla vita con interessi agevolati. Proviamo a vivere come se ricominciare dall’ultimo sole fosse abbastanza poetico e come se ricominciare da una colazione di soli baci fosse sufficientemente pratico per affrontare la giornata.

Il dépliant pubblicitario fermo sul fondo dei rifiuti organici e una carezza al risveglio ogni tanto. Il ghiaccio sui vetri dell’auto e gli occhiali appannati ogni tanto.

Ciao tango coraggioso sono un valzer che si inceppa spesso, insegnami qualche passo, potremmo trovare una via di mezzo per i prossimi duemila giri sul parquet? Eventualmente, ma prima di essere preceduti dalla fine musica.

Quanti saluti adesso, anche se la fine di un anno è solo questo, una sciarpa al vento, l’odore di corteccia bagnata scappa dai camini, qualcuno che prova le catene da neve, un papà e una mamma irraggiungibili adesso che, e proprio adesso che cominci a capire qualcosa. Inutile dire che neanche tu sapevi quanto i tuoi stessi occhi possono trattenere. Quante volte scarti l’ennesima pazienza e magari un cioccolatino per controbilanciare, e poi alle prese con gli esami da dare a sé stessi per cui servirebbe una proroga ma sei già fuori corso, e allora provi comunque, anche se non ti senti pronto. Con un voto bassissimo in testa.

E c’è la necessità e impossibilità di essere altrove, quante cose da farsi andare bene ma non è mica un mistero, quante cose da avallare coi dubbi sulle spalle, sperando di non risultare alla fine gli unici colpevoli. Siamo fortunati, nel nostro maglione, quanti convenevoli adesso davanti al pacco da scartare, imbarazzati e pronti a morire di una stanchezza prevista nella busta paga dal contratto nazionale dei lavoratori. Indulgenti, ci pieghiamo allo stesso vento dei ricordi e dei sogni e da questo ci facciamo depositare sulla soglia di una quasi certezza che in fondo può andare. Tutti questi bellissimi ci fregano sempre, come le occhiaie. Prima o poi si fanno profondi e li scoprono anche gli altri, tutti.

C’è da fregare la logica del se, te lo dico io che mi sei pioggia d’agosto, che se, e poi se, potrebbe essere un se. C’è da imparare il dolore degli altri perché ognuno ha il suo, quello non è un se, c’è da rinunciare a qualche metro quadro di segreti innocenti e di cicatrici, e a quei pesi e ostacoli che camminano sempre in giro con noi, sotto i vestiti, cuciti bene da noi sarti apprendisti spaventati. Facciamoci fare del male dalle cose, non di sfuggita, cerchiamo di capirle nella loro spietatezza. Per intero. Finiamo dentro allo schifo che abbiamo pescato e ingoiato ovunque per settimane, perché se daremo un nome al male qualsiasi sapremo cosa possiamo curare. E poi prendiamoci una notte signora, che sia solo nostra. Quelle sgualdrine lasciamole a chi si accontenta e racconta di aver goduto.

Scartiamo la logica del se, che se, e poi se, potrebbe essere un se. Per aprirla, la più insicura logica funzionante al mondo che abbiamo dentro, quanto le ossa. Scartiamola come un cioccolatino, come un bellissimo, centoquaranta battiti al minuto da non rallentare, centoquaranta carati da non ridurre per aumentare la brillantezza.

Scartiamo, io e te, un po’ per controbilanciare col resto e un po’ perché è sempre come le occhiaie. Prima o poi si fa profonda e lascia segni, se la scopriamo prima degli altri magari sappiamo a chi dedicarla. Concediamoci un sorriso, non per esagerare. Un pezzo. Diciamo che ci prendiamo un prestito dalla vita con interessi agevolati.

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