Non è un dolore per noi

Una goccia sopra una goccia, se non è stata proprio quella allora era un’altra, quel vaso è traboccato e qualcuno sta pestando il troppo che è fuori. Di qualcun altro. Del dolore. Del troppo.

Quello sgocciola, cade libero fuori dagli occhi, dai ponti autostradali, dai barconi in mare, dai crepacci delle vette invernali, dalle rovine di confine estremista come dai marciapiedi di Westminster. Cade, nelle iridi trema la luce, a raccontare trema la voce, a fermare con tutta la forza tremano le braccia. È la forza della gravità veramente grave, dell’inevitabile e dello sbaglio, tuo o di qualcuno. Quello sgocciola. È una forza che è una debolezza, qualcosa lo rallenta e invece niente lo risucchia via. Nessun percorso inverso.

Ti guardi intorno cercando qualcosa che possa salvare la tua vita, proteggerla da quel gocciolare. Un posto idrorepellente e amore dipendente per proteggere la tua famiglia, perché continui ad esserlo. Famiglia. Né meglio, né fantasiosamente, né trascurabilmente, né deterioramento. E ti giri, la tv ha uno schermo grande ma offre solo titoli irrealizzabili e punti di vista surreali, dall’altra parte vedi il web con le sue sentenze, la rabbia, le manie sotto forma di commenti, con le tendenze in prima linea quegli hashtag che, più che altro, raggruppano ogni giorno enciclopedie digitali di tempo libero rubato alle persone interessanti. Ti giri, e cerchi, sembra che sgoccioli anche quel signore che ride e allora non ti fidi più neanche di chi ride, perché se ti imbroglia solo con un sorriso chissà cosa farebbe con i tuoi sentimenti. Giri con un trolley, un rossetto, un tatuaggio sbiadito e Google Maps aperto sul cellulare.

Qualcosa ferma il tuo tragitto però, sgocciola qualcosa dall’alto, fermarti ti ricorda che non vuoi morire come forse quelli al piano di sopra. Ti ricorda che tu non siamo noi. Che tu non sei tutti gli altri che vorrebbero decidere per te e nemmeno tutti gli altri che non sanno nemmeno che esisti. Ti senti. In mezzo al troppo. O traboccherai sgocciolando via oppure sarai quella che, il troppo, è pronta a pestarlo con scarpe sporche e cuore in obbligato autocontrollo.

Segui il filo del discorso, non ti distrarre, lascia stare il trolley e il puntino fermo sulla mappa. La destinazione è il filo del discorso e il discorso è una mano silenziosa che ti preme leggermente il viso e il cuore pesante. Senti? Sei arrivata a destinazione. Ti guardi ancora intorno, smarrita. E ora, nessun percorso inverso, nessuna soluzione alle gocce di troppo, nessuna perdita di tempo sugli schermi luminosi. Nessuna salvezza anticipata, concludi.

Chiudi gli occhi per lutto, una goccia sopra una goccia, sei morta un po’ anche tu in tante piccole cose ora morte. Una goccia per ogni dolore visto e sentito e sfiorato e provato e causato. A modo tuo. La mia mano è per questa stanchezza che ti invecchia e mi spacca, mentre tu, rigida, non scivoli che in maniera controllata. Di me ti fidi perché ci sono, irrimediabilmente, e non rido. Alla prossima destinazione ci penseremo, una goccia sopra una goccia, un troppo alla volta.

L’indifferenza non è un dolore per noi.

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