Etimologia dell’essere

Lo guardavo ed ho aperto il dizionario oggi, ho fatto una scelta.
Avevo due pagine, sinistra e destra e all’incirca sessanta o più parole in entrambe. Avevo mille persone a cui chiedere….e ho parlato con te. Tu che la scelta la pesi, nella bilancia di quel che sei. Niente grammi in più, solo il giusto. Tu, te stesso e la tua coscienza, la tua valutazione dell’ascoltare, il tuo comprendere a percepirne il fondo del pozzo che sei. Come un bilanciarsi, come l’universo che ha voluto noi in un ordine alfabetico nella folla dettata di nomi casuali, come le stelle, la luna, il sole, come il bene e il male, come l’amore dato e quello ricevuto. Come tutti. Come nessuno.

Quel nessuno che se decidi di chiamarlo per nome le notti, poi ti risponde con tono caldo è una fisionomia nota d’artigli stridenti. Tu, te stesso e i tuoi pensieri ad equilibrarsi ora, in questo momento che parlo con me immaginandomi d’essere il tuo volto. Persone, posti, cose, modi di fare di essere e di sembrare.

Sono tutte scelte di cui perdiamo il conto, di cui il conto forse nemmeno teniamo più, un po’ per comodo un po’ perché così deve essere fatto a non uscir folli nel comprendere che sequenziare i numeri fa male dopo cento e più non si conta suggerisce la vita, e la vita noi l’ascoltiamo, ne mandiamo giù il gusto nella salivazione secca o in quella eccessiva dei dettagli visti, di quelli assorbiti, sudati, nel viversi in maniera reale e profumata nell’essersi poi celati agli altri . Perdiamo il filo essendo noi la matassa fatta di lana d’altre persone, mille facce di un diamante che si accende e si spegne e la luce siamo noi e i nostri diecimila lati dello stesso lato della medaglia, quella che provi a vincere trovando il senso, avvicinando il bene e le cose che contano. La medaglia, come se una rimarcazione del merito appesa sul petto possa dare valore alla scelta appena intrapresa.

Un applauso a quello che siamo, per uno sguardo non dato a quel che ci troviamo ad essere, che viene offuscato nel mostrarci in quel che poi ci diamo. E poi ci son scelte che non son scelte, si guidano da sole e la patente gliel’abbiamo data noi senza fargli fare l´esame. Scelte che ti fanno uomo, che ti fanno scolaro al cospetto della vita, che ti fanno bastardo, scelte che ti fanno andare lontano da dove volevi, speravi. Scelte che ti gratificano quel tanto che ti basta a fare altre scelte, che sai devi imboccare come avessi il culo come un paraurti di una macchina pagata poche lire. Tu, le direzioni, il caos della gente che insegui e niente altro. Il caos. Sinonimo di disordine, non ordine, l’antagonista del dire facile “ tutto ok, si tutto apposto” che se vai a vedere e quello che le orecchie che non son le nostre amano sentire per vivere bene. Creare un problema è già stessa una scelta nel comprendere il problema su chi poi l’ascolta. E in pochi affrontano il tuo problema. Tutti ad essere salvatori di se stessi e mai di altri, che spesso questi altri siamo noi. Lontani da me, da quello che sono, da quello che amo essere e fare un uditore di problemi altrui.

Ci vorrebbe una sicura per le scelte, come per gli elettrodomestici, i finestrini posteriori delle macchine, le pistole. Le togli per renderti conto che da ora in poi non si scherza, non si torna indietro. Con la paura di chi non può sapere ancora abbastanza e il coraggio che basta di chi la vita la prende tutta, in orario, con la forza. Ci vorrebbe un Gerry Scotti sempre pronto a dirti “la accendiamo”? A farti ragionare su cosa ti porti a casa, cosa perdi, cosa ti giochi.

Direzioni come disegni. Rotte come lacrime e sorrisi sui visi. Orbite come di sogni. Disegni dei bisogni fatti di sogni, fatti di scelte. E invece non sappiamo proteggerci da noi, da niente. Ci sentiamo liberi nel prendere scelte ma non ci sentiamo così liberi nell´affrontare le conseguenze. Non importa quanto ci sia di nostro, del caso, nella logica, non importa quanti fottuti muri abbiamo tirato su, ci perdiamo attraverso, non ci parliamo attraverso, ci pentiamo attraverso e, passiamo la vita a trapanarli, a scalciargli e a sputarli accettando di chiamarli casa.

Casa. Quella quattro mura sature di pensieri e valutazioni che se solo potessimo dar verbo agli intonaci farebbero fraseggi e quartine degne di nota, saccenti più loro di noi stessi che effettivamente non ci valutiamo.

Poi ci son scelte che devi prendere quando ancora non sei pronto che peggio per te e, altre che puoi, altre dove comunque é tutto deciso, altre che servono a scuoterti prima dell’uso, e non è uno scherzo, svegliarti , riprenderti e avere paura del dolore e sentire l’odore delle cose che pesti con il tatto e che vuoi. Ci sono scelte lunghe che le puoi mettere in attesa pisciare e tornare, e altre che basta un sì per renderle semplici di conseguenze ignote. Alcune ti mettono davanti chi sei senza che tu lo sappia davvero, che ti ripetono le tue filosofie spicce , che valgono, altre sono solo sfide alla portata delle tue palle, altre ti stirano il presente te lo preparano a cose belle e cose brutte. Alcune che dimenticherai, altre che sceglierai di non pensare e altre che ricorderai per tutta la vita un po’ come le foto. E sfogli le foto poi pensando alle scelte. E guardi i soffitti pensando alle svolte.

Scelte che non son scelte ma imposizioni a salvaguardia di noi stessi. E a volte lo son per le persone che stringiamo a noi, quelle che poi capiranno nel tempo futuro ma che comunque già da noi viene compreso nel tempo presente, come fosse uno scritto, un dettato su quel che succederà un domani ed i protagonisti siamo noi. Arrivare da un punto all´altro senza ingolfarsi, senza impantanarsi, senza affogare, senza sbattere le ali sul vetro.

Per arrivare al punto giusto. Per arrivare e sentire che la valigia aveva un senso. Viviamo e ci buttiamo tutto dietro le spalle. Giochiamo o facciamo i seri, promettiamo, ci scansiamo, ammazziamo qualcosa di noi e degli altri, rafforziamo le logiche, non perdiamo tempo ad ascoltarci, troviamo, cerchiamo senza trovare, ripartiamo. Scegliamo ogni volta cosa essere nel corpo di chi. Progettiamo di cambiare il mondo e aspettiamo le rivoluzioni. Le viviamo.

E viviamo di poco, un sorriso, uno schiaffo, rimettiamo comunque sempre dritti i quadri, scalciamo dentro a quei muri che hanno le nostre direzioni, i dubbi, i perché repressi. Dentro si muove un cuore, la scelta di qualcuno o solamente di chi rimarrà, gente forse, che una volta buona ti giochi davvero tutto, tra muri che a furia di tirarli su chiamiamo casa.

Le scelte facili e quelle difficili. Le scelte che non son scelte ma strade da imboccare per non star male e poi salvarsi. Salvarsi da cosa, se infine ci ragioni. Salvarsi dal caso, quell’illogico caso che stringiamo come se fosse la mano sudata di un’amante che no ci merita nella passeggiata della vita. Una di quelle mani a cui vorresti dire, ho caldo ma che poi tieni sempre più stretto, stringendola sempre più forte. Perché l’adori….perché è la vita. Perché l’ami più di te stesso anche se sei sofferente nel vederla accaldata e sudata del tuo contatto. Perché devi dare una parvenza di logica alle scelte, al caso. Oggi ho aperto il dizionario. Potevo scegliere tra due parole vivere e vocabolo. Essere al mondo o parte integrante di un linguaggio.

Io l’ho fatta, la mia scelta e sta nel mezzo. Scriverti. Parlarti. Esserti…per un attimo di Vita.

Fabio Pinna e Cristian Sotgiu

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