Ricordati di me #1

Il vento è un rastrello e Diego spera di restare. Tutti speriamo di restare anche se non é la cosa giusta, perché la paura dell´ignoto ci consuma i pensieri. Erica é partita e tornata, spinge la valigia e il trolley ad un angolo della stanza. Lei era piena di sicurezze, ma questa vacanza in Giappone l´ha cambiata. Ora é alla deriva, mentre sceglie i ricordi da tenere, da classificare, da appendere sulla lavagna dell´anima con in mano il nastro di velluto e lacrime di un regalo. Ma una deriva placida, controllata. Quando arrivi dove le distanze si annullano e i cuori paiono trasparenti, quando sai di poter lasciare qualche peso ché lo prenderà qualcuno, quando guardi e dove guardi vedi le stesse cose che avevi deciso di cercare, allora che tu resti o che tu parta in realtà non ritorni più, e non ritorni nemmeno più ciò che eri. Esiste sempre un posto da cui andare via, ed esiste sempre un posto da cui farsi accogliere. Siamo noi a dubitare di queste cose, non le vediamo come il vento che ad Ottobre rastrella tutto e ci lascia fuori con le coscienze nude.

Erica si sentiva come chi non viene invitata alla propria “prima” mentre spolverava e riordinava le mensole cariche di inutili soprammobili al loro posto solo per senso del dovere. Le prese questa abitudine quando tornava dal lavoro, con lo sguardo perso cercava di riordinare dove aveva già ordinato, cercando di dare un senso alla posizione delle cose come se lo stesse facendo con quelle della sua vita, come se un senso ci debba essere sempre. Siamo fatti così, ognuno si lega ad oggetti regalati, a canzoni perché ascoltate con qualcuno, a film perché la storia assomiglia ad una che per noi é importante, o a posti perché ci siamo fermati in loro in momenti importanti. Finiscono per diventare le nostre manie, per diventare il luogo dove tornare quando ci si sente persi, quando serve un passato per sovrascrivere un inutile presente.

Era rimasta a Nagoya e a dire il vero in tutto lo sterminato Giappone. Che poi la città era gemellata, per uno strano gioco del destino con la sua, Torino. Dovevano essere gemelli molto diversi, pensava. La robotica e le porcellane, gli spazi aperti e il design, il traffico di container e di taxi, il futuro. Il futuro era lì. Le giapponesi sorridevano sempre, le case erano semplici e minimali, pulite e accoglienti. A riempirle c´era l´anima di Nagoya, l’aria fresca e un orizzonte dominato dal grande tempio shintoista Atsuta-Jingu. La cosa davvero bella é che in tutto quel traffico, nel caos e nelle traiettorie incrociate il giapponese trovava sempre la calma, trovava sempre il tempo, lo spazio. Come tenere una finestra sempre aperta sul futuro. Poi era dovuta tornare a Torino, a fare l’infermiera e a fare finta con tutti che non fosse cambiato nulla. E poi c’era Diego, ma non c’era veramente. Era una proiezione, un desiderio che non sa di esserlo e un bisogno che non è mai stato detto.

Diego era l’ultimo arrivato tra i medici e faceva tutto quello che gli dicevano di fare, perché mettere le mani sulle persone é una responsabilità, perché la vita accademica in effetti è molto limitata e non tiene conto di molti fattori, perché comunque il rispetto bisogna guadagnarselo. Diego i suoi sogni, il sorriso che aveva indossato nel giorno della laurea, se li era persi chissà dove. Ed Erica era lì che si contava i giorni sulla punta delle dita e non se l’era mai chiesto, prima, che cosa ci facesse in quella casa, con Diego, con tutto il resto. I sogni di quand’era bambina e roteava con un tutù davanti allo specchio della mamma erano andati persi. Ci aveva pagato i pedaggi della vita, coi sogni. La ballerina, la cantante, l’attrice. Il mondo scintillante che non aveva mai avuto. La felicità. Chissà perché i bambini, quando sono bambini davvero e non sono cresciuti troppo presto, hanno la tacita convinzione che tutto andrà per il meglio, che ci saranno giorni nuovi e saranno tutti degni d’essere vissuti, che arriverà la pace nel mondo e che mangeremo caramelle per tutta la vita senza diabete e grasso sui fianchi.

1262452150903_fMa è che poi le cose cambiano. Si dimenticano. Si lasciano i tutù rosa nell’armadio e si indossano le scarpe basse, il camice col cartellino e si va. Sempre avanti senza inciampare mai. Era inciampata, però, Erica. Era inciampata tra l’aereo dell’andata e quello del ritorno ed era andata a finire che non era tornata per davvero. Il suo corpo sì, quello che spolverava i mobili e riordinava gli oggetti, quello era tornato a casa. La mente era in Giappone, tra le domande che per la prima volta aveva visto affacciarsi alla sua mente. La terribile incertezza e il dubbio dell’aver sbagliato tutto, dell’essersi dimenticata di sé per rincorrere una vita che forse non voleva davvero. E Diego, Diego. Coi suoi occhi troppo neri e i capelli eternamente spettinati, chi era davvero?

Forse non lo conosceva e non l’aveva mai conosciuto perché altrimenti, quello sguardo triste lì, lui non l’avrebbe mai avuto. O forse era che lui lo sentiva, che la stava perdendo. Che si stavano allontanando come le figurine nell’album quando si sollevano gli angoli e che prima o poi si sarebbero persi e allora non ci sarebbe stato più niente da fare. Ed Erica sarebbe tornata a Nagoya anche solo per un istante, soltanto per poter dire Eccolo, il futuro. Era qui e non l’ho visto. E invece era a Torino e si sentiva più vecchia, più stanca, con le rughe nel cuore e con la sensazione del tempo che scorre e lascia sempre meno spazio al domani, alle cose da dire e da fare, all’entusiasmo giusto per poter lasciare il letto ogni giorno e aprirsi al mondo.

Il dolore delle cose perse resta anche se è stato un bene perderle. Ci chiediamo scusa mille volte come se dovessimo essere diversi e, come se fosse sbagliato anche respirare soffriamo perfino l’aria. Il futuro. Il dolore delle cose passa alle persone e le cambia. Gli occhi roteano in cerca di appigli che fermino il presente. Fare ciò che è giusto e ciò che si può sono due storie diverse che non s’incontrano. Alle volte abbiamo il piede in due staffe, siamo tra ciò che si deve e ciò che si può.

E diventiamo irraggiungibili. Esistiti solo in ricordi di nessun passato, frangibili da ogni presente.

Fabio Pinna e Bianca Cataldi