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Va tutto bene

C’è una immagine che i miei occhi continuano a vedere: è inverno, primavera, autunno. Lei torna stanca a letto, la mia mano è tesa. Sembra quasi il sorriso di un primo incontro che sbatte sul vuoto. Teso per un attimo. Una luce tenue crea un’ombra deforme che esplora il muro. Le sue palpebre si chiudono. Parte un sonno diesel dal borbottio costante. Le mie pupille sono aquiloni scappati dalla mano di un bambino che piange. Sono stanco di questa immagine, vorrei cambiarla. Ma non è una diapositiva e anche se lo fosse l’immagine comunque si ripete. È ferma ma vive. Dentro l’immagine si respira come per riprendere il fiato da una fatica ingiusta. Una macchia gigantesca di notte ci circonda. Stiamo vivendo, l’indispensabile. Spaiati nell’oscurità. Con il nord a puttane. C’è stato il tempo e c’è ancora, ma ora non lo cerchiamo. La macchia di gravità, scura di notte, risucchia le ultime preoccupazioni e i rimasugli di forze. Per cosa, a chi, sarebbero servite le ultime energie? C’è una frase che continua ad occupare abusivamente la mia mente, quasi uno slogan per perdenti: “Rilassati, va tutto bene. Ma non si sa dove”.

 

– Hai pianto? 

– Quel che faccio con i miei occhi non ti riguarda.

– Stai di nuovo esagerando?

– Esagerare per me non è un’esagerazione, lo sai. Ci sono abituato. Direi che è una normalità.

– Smettila di bere.

– Smettila di darmi i motivi per farlo. 

– Come è andata oggi?

– Come sempre. E a te?

– Anche a me.

 

Ripeti. Se non ricordi ripeti. Se non lo sai ripeti. Se non capisci ripeti. Ripeti. Le parole, le immagini, i ricordi, i posti, i calendari, le volte, i come, le previsioni, il tocco. Non servirà a niente però tu ripeti. Quando ti chiederanno che cosa hai fatto nella vita risponderai di aver fatto il massimo. Di aver ripetuto. In un’immagine ferma e viva. Un po’ tua e un po’ no. La bocca secca di ripetizioni e i silenzi zuppi di evidenti negazioni. Ripeti a colpo sicuro, senti che va già meglio.

Ho due piedi senza primi passi e comunque c’erano troppi sassi ancor prima che mi accorgessi, tra me e i tuoi sapessi.

Ho due mani di picche, un respiro che è una colomba e un ciclone tropicale di categoria cinque. Il cuore un fortino abbandonato. Ho una testa di mille pensieri da ipotecare per tirare avanti qualche giorno. Ho dieci unghie che progettano rotte di rosso carminio sulla tua schiena latte. La coscienza è una casa di specchi senza ripari. Ho due occhi che sono punti di sutura aperti da cui esce vita. Ho un collo che sarà di nuovo ancoraggio. Ho due dita che sono una proposta. Ho un silenzio da tre megatoni. E un mondo in cui non entrerai mai, esiste solo per me.

C’è un’immagine che rovisto tra tutte quelle memorizzate nella fantasia. Ci sei tu, sconosciuta, quasi. Non spalanchi le braccia al nostro incontro, non domandi, non ti aspetti di meglio. Vivi un po’, così, perché non sei morta. Tutto qui. Storta e dritta, come viene. L’energia nascosta sotto il maglione supera quella del mio silenzio, gli stivaletti neri da dark ti fanno sembrare chi non sei. Anche tu morta decine di volte, come me. E viva, sempre, in un mondo in cui nessuno entrerà mai per mancanza di autorizzazione. L’immagine è ferma ma vive.

 

– Allora, andiamo?

– Andiamo.

 

Perché tu sei quel che deve ancora esplodere. In giro per la vita. In me. In altri. L’immagine vive. A che piano siamo? Non riesco ad immaginarlo. La notte scaglia lampi di umidità alle ossa, ci proteggiamo distraendoci con le nostre vecchie storie. Tu sorridi con gli occhi abbassati come le tapparelle. Ché è ora. I gatti randagi sfiorano i muri del palazzo, qualcuno dorme al freddo su una panchina. Siamo fortunati ad essere meno sfortunati.  Meno soli. Qui è pianura, si vede tutto, dai capelli ai piedi. Possiamo cadere senza farci male. Conservare i vestiti insieme ai sogni e al nostro pezzo di cuore preferito. A che piano della vita siamo? Non ci voglio pensare. L’immagine vorrebbe filare via, invece si ripete. Meno sconosciuta di prima.

Trova una forma per la mia anima, prendila in mano. Separala dal mio corpo, trattala come il mio corpo. Lasciami chiudere gli occhi, lasciami perdere tempo. Qui è pianura, si vede tutto fin da molto lontano, anche ad occhi chiusi, come nelle migliori cose che finiscono male. Sdraiati senza niente. Vivi nel senso di consapevoli del valore delle nostre piccole unità di tempo. Un’energia. Un silenzio. Vivi, noi, come viene naturale sbagliare e rivoluzionare, inventare e nascondere. Il mio naso cerca il profumo nel tuo maglione, la mano cerca una pulsazione. Ne trova diverse, sparse. Forse unendo i punti scoprirò di che costellazione sei fatta. Le tue palpebre si spalancano, le labbra si aprono. Ripeti qualcosa mentalmente. Ripeti, ripeti. Cosa non me lo dirai mai. Un respiro entra anziché uscire. Una serratura scatta e si apre uno dei tuoi cancelli mentali. La notte in un bel silenzio si prende l’appartamento. È quasi una prima volta, tu tremi su me. Fissando il vuoto ti tengo, come tu hai tenuto la mia anima e ti rassicuro:

“Rilassati, va tutto bene. Ma non si sa dove”.

Mi fanno male i sorrisi, dice Alfredo

Una giostra, nella stanza a cielo aperto che è questo quartiere di sogni ancora vivi, una giostra di sorrisi. Una giostra, ed è sempre il mio turno, il tuo o il turno di quell’altro che incroci spesso in metro tornando dal lavoro. Un’arteria verde, il parco. Qualcuno osserva girare le anime, composte e disorganizzate davanti alla felicità, da una finestra non troppo lontana. Qualcuno che spera per un “più di così” e si sente già in ritardo davanti al resto del tutto. Uno coi ricordi essenziali, spediti via come cartoline. “Ciao qui ci si diverte, a presto!”. Torce il collo e si sporge oltre il davanzale metallico, fiera dotazione della palazzina rimasta imperterrita negli anni sessanta, il piegamento dell’uomo è per distinguere i volti che girano forte nel parco senza tener conto della sua soddisfazione. Frasi indipendenti come stati che hanno lottato e vinto occupano il pensiero.

<<Ha un sorriso così solare>>.

<<Togliti quel sorriso dalla faccia>>.

<<Le ha tolto anche il più piccolo sorriso>>.

<<Ride bene chi ride ultimo>>.

Ci si mettono, in aggiunta, pure frasi sparse di Jim Morrison e quelle della scomparsa nonna Adele. Una gran confusione. Tutte a loro modo sagge, sceniche e incontrovertibili. L’apprezzabilissimo sforzo di circoscrivere un’oggettività e per il bene comune di renderla globale -magari immortale- non è sufficiente per renderla parte di lui: l’uomo non è pronto a conoscere e ad accettare ogni verità, né in qualunque momento. Le verità non sono giostre inceppate di sorrisi che possono entrarci dentro a tutta velocità. Il paragone sorriso-verità non regge.

L’aria di febbraio ghiaccia la punta del suo naso e la punta dei capelli neri argento alla finestra, la curiosità di Alfredo sopravvive al meteo contro. Ci deve essere una via di mezzo, pensa, un compromesso tra sorriso e verità e, quello, lui lo troverà. Deve. Per reggersi meglio a quello che gli rimane addosso della felicità che gli altri esibiscono esattamente come le sentenze, per convincersi di qualcosa e per farsi entusiasmare, prendere per le gambe febbraio e di forza capovolgerlo. “Alla tua età ormai…” un bel niente. Chi ha perso troppo le perdite non le accetta più. Se non lo sai non hai perso abbastanza, dice all’aria. E lui ha perso persone troppo buone contando solo sulla propria felicità. Che andava bene se c’era.

A cielo aperto un sorriso disinvolto come quei sorrisi che non hanno nulla da perdere, una ragazza con un berretto di lana prende in giro qualcuno che veste un giubbotto di pelle scura, un volto appare sfocato tra i movimenti delle polveri sottili. C’è uno sguardo impercettibile ma definitivo. C’è una cancellata arrugginita e un vecchio marciapiede, una signora fiera si protegge dalla città con un sorriso di quelli che hanno la stessa gravità di un’emorragia, una mamma strattona il bambino che vorrebbe trattenersi sull’altalena, è in ritardo nella sua tabella di marcia. Vieni da mamma. Ma certo. Con un piccolo sorriso sovrastimato da tutti i non intervenuti.

Anche da lontano i sorrisi li vede, li ricorda prima di qualunque verità, Alfredo. Quelli fermi indietro nel tempo, addosso a sé stesso, che ora si invidia. Sorrisi di tenerezza verso un gatto chiamato Aristotele per gioco, e poi di ammirazione verso l’alunno migliore della Quarta B che gli lasciava copiare i compiti di matematica, i sorrisi imbarazzati a chi gli faceva notare la prima peluria sotto il naso, quelli di speranza verso degli occhi nocciola che speranze non potevano dare, il sorriso fiero davanti alla prima busta paga tra le mani, quello urlato al primo giro della sua Ritmo. Stanno in fila, collezionati, grandi e piccoli, speciali e stupidi, con etichetta o sbeccati. Non si può dire che bastino. I sorrisi. La vita ha un altro passo, è molto più rapida della nostra capacità di goderci al collezione.

Forse per questo Alfredo chiude la finestra, pensando che sì, fanno i male i sorrisi. Il paragone sorriso-verità non regge. Se li guardi a lungo termine diventano spietati perché pochi, come le direzioni, come le possibilità. Diminuiscono sempre. Nel ricordo il sorriso da bere d’un fiato, così forte da procurarti una sbronza sulla realtà, da farti dimenticare tutto il tempo durante quel sorriso. Torna indietro o annulla tutto, adesso è troppo tardi. Alfredo quella finestra l’ha ormai aperta. L’ha infilato lui il gettone sulla giostra dei sorrisi di qualcuno. Fortunatamente. Perché alla fine il cessare di tutto quel girare gli permette di capire: il suo compromesso tra sorriso e verità è lui. Avrebbe dovuto essere lui, e ancora potrebbe.

Si sta come

con i doppi calzini

e tre maglioni

d’inverno

ma sul cuore

e una stagione non è.

Mi fanno male i sorrisi, dice Alfredo, al quadro rosso che ritrae la luna a metà. Sembra l’ingrandimento di un dettaglio e lo è. C’è uno sguardo impercettibile ma definitivo. Non riesce a non sorridere. Quel sorriso è una fitta, non sono neanche frasi interrotte, solo un pensiero accennato. La teoria di un’ipotesi.

L’invenzione al terzo piano

È andata più o meno così. Anzi, sicuramente. Perché ricordo che c’ero, ci sono sempre stato nei momenti importanti ovvero in quelli dei pasti, della famiglia. Appeso a una parete, coperto da una patina invisibile di polvere che resta per colpa del vapore, non incerto ma dritto, senza niente da dire. Appeso come ricordo di Klimt, un vago struggimento, sono una stampa di un capolavoro da pochi euro. Ma non importa, c’ero anche quella volta quando quella volta è diventata un’altra e poi una simile. Ma questa, questa è andata così.

Il vento sbatteva contro i muri scuotendoli un poco, solo noi appesi possiamo sentire. E poi freddo. Le luci che escono fuori dalle finestre dei vicini non raccontano molto se non che c’è qualcuno, non troppo distante, che non ci saluta e mai farebbe qualcosa per noi ma, come noi, paga una fornitura di energia elettrica. Paga. E non sa, che forse lo fa un po’ anche per noi. L’idea della compagnia, la negazione del vuoto nel freddo. Era così quella sera. Tutto uguale, poggiato sopra i binari per andare e tornare e fare meno fermate possibili. Invece a volte gli sguardi deragliano non per andare e tornare ma fare più fermate possibili.

Quella sera è stato un meraviglioso e terribile invece. Lui guarda lei, lei sente lo sguardo, che è cosa nuova, per istinto di autoconservazione improvvisa dell’indifferenza. Perché certi sguardi si pagano sulla pelle anche se non hai più nulla per saldare il conto, e non basta nemmeno la pelle. Lui fa finta di distrarsi su di me, io che non c’entro in questa storia ci sono solo appeso, per prendere tempo o parole, e poi torna a guardare con occhi velati e affaticati il viso di sua moglie. Allora mi chiedo seriamente anch’io cosa sia questa storia, perché il ripetersi dei pasti lo vedo ottimamente ogni giorno da quassù e so che questa non è affatto una ripetizione. Assomiglia più a un’invenzione.

<< A guardare così mi scavi>>.

L’indifferenza cede. Vedi. Invece.

<< A te non arriverei comunque>>.

<<Invece?>>.

<<Ci scava la vita, non basta?>>.

<<Ma ci fa vivere>>.

C’è decisione in un discorso mai pianificato. Si massaggia la tempia destra, lui. Aggiunge:

<<Fa anche di più, a volte la vita; ci salva>>.

C’è una tavola da sparecchiare e una tovaglia da sbattere sul lavandino e da piegare, da infilare nel terzo cassetto al terzo piano del terzo appartamento proprio in mezzo a un primo vero appuntamento. L’efficienza cede, invece.

<< Ci vediamo brutti ma siamo sempre belli, soltanto più nascosti>>.

<< Ricordi quando pensavamo che il mondo fosse nostro e non sapevamo che saremmo stati noi a diventare suoi?>>.

<<Siamo belli perché adesso sappiamo>>.

La mano le scivola verso il niente ed incontra il cesto del pane.

<<Sapere non ci rende più noi>>.

<<Noi? Si fermano tutti al cognome. È stato un piacere, dicono>>.

<<Non noi, noi ci fermiamo solo in noi>>.

<<Non ci fermiamo mai>>.

Ecco il motivo di quello sguardo, il binario spaccato verso il dovunque, l’invece.

<<Facciamo andare tutto avanti e noi restiamo dietro a spingere, questo devono fare gli uomini>>.

Lei rigira la fede nel dito. Ricordi. Una domenica mattina e campane e parenti mai visti. Una vita davanti, soprattutto, certamente diversa ma ancor meglio sua. Senza poster, regolamenti governativi applicati in uno stato sovrano di quattro sudditi, e a beneficio di tutti un bon ton da Windsor provinciale.

<<Gli uomini ogni tanto fanno delle soste per capire dove sta finendo quel che spingono e per capire se c’è ancora del senso nello spingere>>.

Manda avanti e spera che qualcosa arrivi, che quel qualcosa venga ripagato il tanto che vale. Più fermate fai più tempo impieghi per arrivare. Semplice. Invece.

<<Domandamelo>>.

<<Cosa?>>

<<Se mi sono fermato>>.

<<Oh, lo vedo da me che lo hai fatto>>.

Smette di tormentare la fede. L’aria pesa il tanto di quello che ci hai messo negli anni, pesa molto o poco, può arrivare anche ad essere più leggera del suo stesso peso specifico. Quella sera l’aria pesava diversamente dentro l’appartamento e diversamente fuori in Via dei Martiri dov’era appiccicato il numero civico di terracotta.

<<E adesso?>>

<<Non è semplice>>.

<<Non è mai semplice esprimere una preferenza su come morire>>.

<<Di cattiveria o di solitudine>>.

Il tempo non è tiranno, se lo fosse non passerebbe così inosservato. Non è un contatore delle nostre esistenze, è qualcosa di contato. Alla fine del tempo ci si ritrova con più vorrei che ricordi, in mezzo al tempo ci si ritrova a guardarsi in faccia, sempre, come oggi, e a vedersi davvero solo quando capita. Il tempo è ripetizione, e noi ci esercitiamo a ripetere. Per tutti ma non a noi. Sappiamo restare solo nel centro e sfiorare gli estremi, è paura, il brivido di non saper restare su una pazzia e viverla il tanto che costa. In fondo cosa dovremmo ripetere alle nostre vite logore, questo? Del brivido che fu, di come sarebbe?

<<Un brivido non è mai inutile>>.

<<È stato>>.

<<Da molto, da molto>>.

Un sottile filo d’aria tra le labbra dice qualcosa di impercettibile.

<<Sparecchio la tavola>>.

Lo sguardo di lui sulla sua nuca, lei si sfila il grembiule e lo appende dietro alla porta, come sempre, e non trema come sempre e trema dentro come non mai. Il tormento è finito oppure il vero tormento è appena iniziato. Per colpa di una domenica di settembre, per colpa del conforto che si prova nel vivere sempre al centro, per colpa della ripetizione, del “noi” volontariamente ignorato. Di Un’invece. Che nel bene e nel male è un’invenzione.

<<Ti sogno spesso>>. Avrebbe voluto dire uno dei due.

<<Non so se saprei stare male in un altro posto>>. Non aggiunse l’altro.

Non si guardano più adesso che è chiaro che non serve per recuperare davvero più nessuna briciola. Il tempo è servito. Non è contatore. È contato. Il prossimo tempo per loro non sta da nessuna parte. Dimmi qualcosa. Capisci qualcosa. Lascia qualcosa. L’invece, spacca. Nel bene e nel male è un’invenzione.

Quella sera me la ricordo, è stata una delle ultime da appeso. Nell’aria odore di scatoloni, anche per me. Fregato pure io da un “invece”. Ma in fondo questo è il bello degli umani, noi stiamo immobili dove ci mettono invece loro o non vivono oppure vivono di invenzioni.

E lì, al terzo piano del terzo appartamento proprio in mezzo a un primo vero appuntamento si è, una volta ancora, una volta nuova, inventato.

La sindrome del vuoto

Non me l’ha mai detto nessuno “scrivi, ti farà bene”, invece guardami qua, ad annotare qualche buon pensiero tra tante idiozie in altrettanti blocchi di carta. Non me l’ha mai detto nessuno “Adesso si farà dura”, è quel tipo di sorpresa che ti devi fare da solo, e forse sembrava stupido suggerirmi che anche io mi sarei trovato, oltre ogni aspettativa, con me stesso. Con in mano nient’altro. Una storia, una malattia, un’impressione, una capacità, il vapore di una doccia. Non me l’hanno detto per troppo riguardo. Come se a togliere il disturbo, o a spezzarsi, a sentirsi liberi o ad ammazzare qualcuno non lo si possa fare comunque, anche con tutte le protezioni, con tutte le bugie. Come se non fossimo noi quelli pronti a sacrificare ogni centimetro, a esporci di persona. A prendere e andare, e forse a tornare.

Guardando mia nonna pensavo che la vita fosse semplice come un gioco, non capivo le espressioni più gravi dei grandi, capivo un volto che si addolciva una ennesima volta. Non immaginavo che fosse tutto un prendere e andare, forse tornare. Un grembiule nascondeva la tensione nell’aria, la stanchezza degli umani. A pensarci, ricordare sembra questa la vera ferita, sapere di essere stati protetti, e non ciò che ne è la causa. Nessuno mi aveva detto che fosse troppo tardi, già allora, per essere freddo e cattivo e superiore a quelle due o tre incertezze di ogni uomo. Ah, si cresce. Definisci crescere. Definiscilo nella mia vita non nella tua, in quella di un camorrista, in quella di un regista hollywoodiano. Sì, e dopo che non hai definito adeguatamente ti voglio perplesso, arrabbiato e affranto. Senza certezze. Come me.

Non me l’ha mai detto nessuno che prima o poi si perde, sapendo di perdere, con un sorriso tirato per tutti e un breve saluto nervoso, nervoso solo il tanto che non si può nascondere. È quel tipo di sorpresa che non ti va di accettare. Magari perdi qualcuno, o la tua serenità, o una posizione a cui tieni, un posto auto al centro. Non so. Quel segno meno davanti alle cose può piacere solo ai matematici. Quelli sanno che torna poi sempre tutto come deve, nel razionale e nell’irrazionale. È tutto spiegabile, qualcuno si sta attrezzando per le spiegazioni. Vi preghiamo di aspettare. Il perso sarà recuperato. Non me l’ha detto nessuno ma giuro che ci sono arrivato, e ho tremato. E sono esploso e poi mi sono ricomposto, perché è questo che si deve fare: tornare interi prima che qualcuno cominci a preoccuparsi.

Un pensiero, come una lettera aperta, ma chiuso qui sotto.

Adesso mi sgancio, questa volta mi sgancio, come una bomba dall’alto che deve spaventarsi e non esplodere. Per squarciare il vuoto, dovunque sia e che proprio quello lì non sia, con un silenzio selezionato tra i migliori, gusto complesso e amaro, precipitare con una playlist decente nel mezzo. Trema l’aria fresca, perfetta nel suo non essere tutta anidride carbonica. L’ultimo pezzo di unghia graffia la schiena, ma non trattiene. Nemmeno un sorriso molto più leggero, verso qualunque cosa a cui teniamo impossibile da afferrare. Spente, le giornate dall’alto. Non cadono solo le stelle, non solo i moscerini sui piatti insipidi e non solo le speranze sulle vite che non si possono scegliere e nemmeno avere. Anche gli specchi sono inutili al buio. Tocchi i tuoi contorni e ricordi come sei ma non ricordi come volevi essere. Svito anche le lampadine perché solo al buio cadono anche certe persone che non vogliono essere viste cadere.

Adesso mi sgancio, solo una frase per dire il contrario di quello che sento, un giro su me stesso per disinnescare un pensiero cattivo dedicato a tutti quelli che ancora non perdono le parole, una chiusa negli occhi per non disturbare tutti quelli che vivono di cose più importanti come l’allerta meteo. Torno alla capitale del dolore che non avrai studiato, a un inferno part time freddissimo che non brucia la carta delle mie lettere aperte, pensieri che non servono. Perdere il ritmo ma comunque cantare la canzone, era doveroso. Esporci, prendere e andare. Anche se non si sa fin dove.

Lasciare un pensiero, non sapere che altro fare. Non avere altro. Un pensiero come una lettera aperta, sprecato qui sotto. Manca solo la firma.

Il fato o il fatto

Ho bisogno degli occhi lucidi quindi mettiamo dei separatori, dei guardrail tra i nostri fianchi per non sfiorarci, per non dover fingere di essere appena un gradino sotto la perfezione e quindi dover restare asciutti, dentro e fuori. Passiamo senza guardarci gli occhi, strisciamo il badge e il bancomat con la stessa felicità che non esiste. Hai bisogno di occhi lucidi, di chiamare tua sorella e di dirle che sono pericoloso perché sono inaffidabile e che la valigia non la fai perché non sapresti dove andare, questo mondo è inaffidabile ovunque e poi dobbiamo pagarci i conti anche se non tornano mai.

Louise, non t’incanti sull’orologio della cucina, non rispolveri le parigine dell’anno scorso per l’autunno, non cerchi non trovi, e cosa poi, ché a metà tu non vuoi più nulla. Nemmeno perder tempo. Io ti penso, un pensiero indefinito. Non vedo quel che pesto mentre cammino, troppo buio, questa vita notturna vale il centesimo che non spenderò mai. Il mio pensiero è un ricordo che non esiste, la capacità di andare oltre i miei limiti, come si dice (semplificando) essere “migliore”. In quel ricordo faccio le cose giuste per dare tempo alle parole, mi accartoccio vinto dal troppo e ti lascio i miei occhi lucidi. Arrabbiati, esausti, tenaci, innamorati. Pronti ad allagare i nostri guardrail e a farci navigare sopra.

È una guerra fredda persa l’amore, una poesia che come gli altri pensavi di aver capito, una poesia che vuol dire quello che vuole a chi vuole, magari a te niente. È un sorriso contro di te, perso,    l’amore, è sempre lo spicciolo che  ti manca per pagare il conto. È una fede stretta, opaca stringe ma non t’interessi di allargarla e di fargli una lucidatura. Nel confine tra l’euforia e la disperazione, è un cecchino e una mamma, l’accusa e la difesa. L’amore.

Qualcuno vorrebbe sapere quante scarpe ho intenzione di consumare per scappare dall’amore. In notti vuote come questa raccattare centesimi di me che non spenderò mai. Sai che non so rispondere, mi son detto. Forse il meno possibile, il giusto possibile. Il giusto di chi? Io che sono bravo a camminare dappertutto e sempre fin dove voglio, con pochi e poi solo, davvero non so rispondere. Non è una risposta possibile per chi non cerca e non trova, e cosa poi, ché a metà non vuole più nulla.

Ritrovo un vecchio appunto, scritto in uno dei miei bloc notes “adesso non posso farmi male senza fare male a te”. Una specie di promessa. Come direbbe Louise dobbiamo pagarci i conti anche se non tornano mai. Ma non da conti diversi, non da sudori diversi, non con speranze diverse. Male, bene. Tutto può arrivare a coincidere. È un attimo. Proprio come l’attimo in cui strisci la felicità che non esiste. Guadagnare, spendere, tornare in pari. Male, bene. Insieme.

Diceva il gommista di famiglia che l’amore non sono speranze di transizione, come nulla è certo nulla è detto e nulla è andato a puttane se non per scelta. Mi ricordo il calendario Pirelli appeso in officina e il suo sorriso granitico, gli occhi sfuggenti, i raccoglitori disordinati zeppi di ricevute. Non ha mai assunto una segretaria perché non gli piaceva l’idea che qualcuno incontrasse spesso i suoi occhi. A volte umidicci, a dire il vero, un po’ come l’umido dei campi della Bassa alle sette del mattino. A strati. Sospesi. E chi lo sa cosa c’è tra l’uno e l’altro. Adesso è in pensione, rinuncia al calendario, ha sudato per una famiglia che non sa esattamente chi lui sia dietro quegli occhi. Arrabbiati, esausti, tenaci, innamorati. Però è una famiglia.

Torno qui, fermo i piedi, chiudo il bloc notes. Mi aggrappo alle lenzuola, certo che sono le nostre. Piango su un cuscino, spendo qualche paura. In una vita senza certezze ci supponiamo felici, i nostri occhi lucidi spariscono nella notte.

Il fato ci ha fatto incontrare Louise oppure è stato il fatto, questo fatto vedi, che il dolore è come un regalo: ce lo si può scambiare a scatola chiusa e una volta aperto non si può restituire. Però se si vuole si può consumare insieme fino alla fine.

Sorriso lento e cuore veloce

Una valanga di sveglie che trillano al momento giusto, un circolo di vita allungato dall’aperitivo, e poi la tribù Facebook composta per metà da modelle e per l’altra metà da guru di qualcosa a cui appartiene la bella vita che non esiste; stop, strisce, da quelle sull’asfalto a quelle lasciate dai 737 low cost che grattano il cielo. Ovunque qualcuno ci prega di attendere il nostro turno nel rispetto della privacy. Noi fuori, noi dentro, noi sopra. A vivere.

L’odore di caffè dei bar dei paesetti, dei comuni sciolti per infiltrazione mafiosa è uguale a quello del Caffè Greco di Roma. È banalmente uno degli obiettivi della giornata. Non c’è bisogno ma stressa la terza del cambio quando ancora il sole è un’idea. Pensa che ieri scivolava su labbra, come su un live dei Queen, quasi senza accorgerti del tempo mentre lui stressava la terza di reggiseno. Pensa che la vita non rende quel che deve ma almeno avete lasciato il segno sul lenzuolo, sul bacino, un documentario in una videocassetta mentale andato in onda tra te e lei, tra te e le sei, una segreteria telefonica sempre accesa.

Lei aspetta il ritardo del treno, pazientemente quello del ciclo, i suoi progetti seri, che smetta di bere quando c’è da dire cose importanti, un messaggio in pausa pranzo, lei aspetta che qualcuno le metta un po’ del suo tempo in mano e una risposta così sincera che possono aver senso anche le soap di Canale 5. Quella sincerità che ti prendi a pugni sul petto cercando il cuore, cerchi gli antidolorifici e smetti di giocare col niente, che di tutte le dimensioni e le onde gravitazionali scegli la sua.

Lui beve ancora il whiskey con i bicchieri disegnati della Nutella, raramente guarda la dignità in faccia perché ha paura che poi lei lo guardi in faccia, vuole vivere ma è un perito dai tempi dell’agrario. Quante cose stupide da dire ha riciclato, per fare colpo sulle donne più ingenue si è messo in fila. Quelle ingenti l’hanno schivato con lo sguardo immaginando tutto quello che non avrebbe potuto fare per loro. Il nodo della cravatta si stringe, toglie un capello sulla giacca.

Questa è la miseria della nostra generazione: dover essere, al limite apparire. In ogni caso per farlo fregare qualcuno. Per stare meglio, per tornare nella fila e non morire di esilio. Fare cose sul cellulare che non puoi nella vita reale senza provare. Lei le chiede una postilla più lunga, un pezzo d’aria rubata a Brescia messa nei tuoi polmoni e riversata sul ballatoio delle sue labbra, lei vorrebbe che smetteste di vedervi di nascosto a voi stessi, prendere piccole decisioni ma insieme. Smettere di aver paura di cadere con la certezza di farlo ancora e sempre. Vedere qualcuno ascoltare il pianto del tuo cuore, conta questo, al netto. Non lo sconto del canone Rai.

Sai che c’è, pensa lei, adesso lo chiamo e gli dico che questo è un punto di non ritorno, ed è previsto che rimanga o il punto oppure il ritorno. Ma poi, il pensiero è più veloce di una chiamata qualsiasi. Non ha mai incontrato un uomo da riporto, e sa com’è: quando senti che c’è un punto di non ritorno l’hai già superato.Formalmente siamo in democrazia pure lì a casa non c’è un Re, è saltato anche quello della chitarra, sogna di svegliarsi in fretta, tornare giovane per mettere tutto l’impossibile nel plausibile. La verità in un colpo e non schiaffeggiata, le gonne corte da subito, i cellulari che si possono spegnere senza perdere amicizie.

Sai che c’è, pensa lui, adesso la ammazzo un attimo prima di dirle che volevo farla vivere davvero. Poi si sente un verme per averlo pensato, ma è solo un pensiero, diventa qualcosa solo quando esce. Un pensiero col doppio fondo, una metafora in un banale giro di Re. Come sempre. Come alla fine, quando è troppo tardi e diventa tutto chiaro. Odia tutti gli specchi ma solo per qualche minuto, stringe la cravatta e si prepara a un altro sorriso lento e cuore veloce.

American Losses – Prima, o poi sarà troppo tardi

Uno

Ogni senso era completamente preso dal misterioso sciabordio di onde. Immerso nel silenzio si muoveva lungo la riva del mare, le mani in tasca e le spalle strette per ripararsi dalla brezza marina della sera, cupo, brezza, ripensava al viso di quella donna. Rigato dalle lacrime. Ancora impazzita brezza. Era stata una giornata come le altre quella di due anni prima. Per lei. Frenesia in città, appuntamenti saltati, alcuni presi, sul filo, sì sempre sul filo. Del possibile. Adesso osservava curioso la forza di quell’anima così sofferente che nonostante l’indescrivibile dolore provato non emetteva alcun gemito. Le si poteva scorgere nel fondo delle pupille, l’epicentro degli occhi dell’anima, la lacerazione al cuore provocata dal quel male così profondo, da quella perdita così improvvisa. Era bastato saltare un taxi. Esser partita un minuto dopo.

Oppure avrebbe dovuto fermarsi a fare carburante all’Orion di Santa Fe’ Street e non a quello di Greenspens sull’ottantaquattresima più trafficata. Per vincere la lotta con il tempo. Per non intersecare la sua strada con quella di Pete Gregor, neo assunto dello studio dentistico Trevels e Co. Dave aveva ancora indosso il vestito nero mentre rivolgeva uno sguardo stranito alle orme lasciate dalla sua scarpa sulla sabbia. Cos’è la vita? Ecco cos’è la vita: è un’orma lasciata leggera sulla sabbia che presto sarà cancellata dal passaggio di tanto mare, è qualcosa di effimero, di passeggero, qualcosa che se non è basato su principi validi, importanti, saldi come l’amicizia, la devozione, l’amore, non trova una vera definizione. Cosa sono le emozioni, quelle che ti permettono di gioire fino quasi a raggiungere la luna in un solo battito, le sensazioni che ti danno l’opportunità di essere travolto da un turbine violento di passione, i sentimenti quelli veri, sentiti, vissuti, assaporati, sognati, voluti fortemente? In miliardi di circostanze diverse, sono quello che cerchiamo, che sentiamo, che diventiamo, che siamo.

Fragili a vibrare, o già rotti nella scatola prima di arrivare a destinazione. Alla stessa ora, di due anni prima, il vento si piegava per dar vita alle fiamme, il fumo si perdeva tra gli spifferi impercettibili e le voragini della lamiera piegata. La vita passava e non si fermava. Le emozioni tornavano a essere piccole quanto il bottone di una camicia, saltato fuori dal vetro. In un urlo spento. E poi quel tanto, quel bello, quel cortile di eternità e quasi onnipotenza affacciato sulla vita era per prendere fuoco, era per prendere acqua dal cielo fino ad affogare, era per le crepe. Era andare indietro fino a perdere l’ossigeno dal bordo del sedile ai piedi del cielo.

Due

Dave facoltoso, di bell’aspetto, affascinante, dalle grandi prospettive di carriera governativa, conosceva donne bellissime e intelligenti e uomini illustri, economisti, stimati ricercatori, i potenti dell’America sconosciuti. Condivideva con loro macchine governative parcheggiate in fila e scortate, sigarette accese da accendini d’oro, borse scure di pelle. Era un uomo il cui cuore era indurito dalla ricchezza e dagli agi; un uomo capace di vivere nella bugia come fosse verità, con scrupoli dietro le spalle, con molte pretese, incapace di pazienza, di chiedere con cortesia, anche nei sentimenti.
Era stata una voce anonima gracchiante a iniziare quel viaggio a ritroso, vorticoso, tra le ragioni della vita.

<<Dave Smallows?>>.
<<Chi parla?>>.
<<Dave Smallows?>>.
<<Sì..mi dice..>>.
<<Capitano Senders, del distretto di Manhattan>>.
<<Catherine Brudge Senders è sua moglie, giusto?>>.
<<Sì, le lascio il suo numero? 7659..>>.
<<Signor Smallows, mi stia bene a sentire e non mi interrompa, sua moglie ha avuto un incidente con una vettura tra la quindicesima e la sesta, ora è in viaggio verso The Guardian Hospital, dove sarà ricoverata d’urgenza in rianimazione>>.
Silenzio. Il coraggio mancato.
<<Mi ha capito signor Smallows?>>.

L’ultima cosa che ricordava di Catherine erano le splendenti lune alle orecchie fatte comprare a Margie, la sua segretaria, indossati alla cena di due settimane fa al gran ristorante Gusto Italiano.
Si fermò un istante, voltò lo sguardo sul mare e lo perse laggiù oltre quella grande distesa mentre i pensieri viaggiavano ininterrotti come la pellicola di un film muto. Era una giornata particolarmente grigia e l’aria odorava di pioggia, di temporale. In lontananza si potevano scorgere le luci dei primi lampi, i rumori turbolenti dei primi tuoni. Erano passati solo due anni, due interminabili anni di fatiche da quella telefonata. Di aggrappi alla rassegnazione, alle speranze, all’odio cercato e rinnegato, scivolando dal pianto dietro la tenda della sala operatoria a un sorriso dovuto, emozionato, costretto, due giorni dopo il coma per lei. In bianche lenzuola. Più corta. Tragicamente più corta. Il giorno lentamente stava abbandonando la scena per lasciare il posto alla notte. Dave con passo deciso spinse la sedia a rotelle verso la sua autovettura.

La verità era che Pete Gregor, assistente del Dott. Hudgens dello studio dentistico Trevels e Co era il figlio della distrazione e la sua Jeep non aveva fatto sconti in una serata di stanchezza. La verità era che segretamente Pete Gregor era stato assoldato dalla controparte politica di Dave per eliminarlo segretamente dalla probabile futura scena presidenziale. La verità era che Pete Gregor lavorava in incognito come agente operativo Cia, in collaborazione con l’ufficio D dell’Interpol con supervisore capo Francois Modèl a Lione, e aveva il compito di convincere definitivamente il signor Dave Smallows a tenere la bocca chiusa su certi affari americani all’estero appoggiati dal presidente. Nell’interesse di tutti. La verità era che se lo sarebbe chiesto per molto tempo ancora. Ma di sicuro era stato per via del suo lavoro. Lo sapeva. Le passò l’indice sullo zigomo per portar via tutta la pioggia. Prese in braccio Catherine e l’adagiò sul sedile. Salì in macchina, accese il motore e diede un ultimo sguardo a quella tavola grigia e calma laggiù, inserì la marcia e iniziò il suo ritorno verso casa.

Tre

Dave contava le giornate del lontano passato in cui Catherine non piangeva, quelle in cui si abbandonava in cerca di affetto, in cerca di lui. Prima di molte collane, e borse e cene mancate. Se le ricordava tutte, la memoria non serviva. Si erano presi come si compra un regalo in ritardo la sera di Natale. Visti e piaciuti. Imbustati e non provati. La bellezza, la carriera, i modi, il vestir bene, erano bastati. Era tutto di classe. Non è facile trovare qualcuno che pensi sia alla tua altezza.
Non si erano mai amati per mezz’ora. Servivano a spingere avanti la vita avanti di due o tre metri, per vedersi giovani di successo in stanze vuote di una villa a tre piani. Per sfogare lo schifo della vita nella stessa stanza. Per avere qualcuno nell’altra metà della foto con sfondo Miami. Per riempire il vuoto. Quello con cui tutti nasciamo e ci accorgiamo di avere appena rompiamo il guscio con il becco. Per non sentire solo silenzio nella nostra casa. Perché il letto scricchioli a dovere. Per far parte di qualcosa davanti agli occhi di tutti.
Le ventitré. Dave si trovava al capezzale del letto dell’ospedale; tirò fuori dalla sua 24ore di pesante cuoio nero la lettera che aveva trovato per caso nel cassetto della scrivania mentre cercava documenti di sua moglie da portare al primario. Catherine sedata, dormiva.
Lentamente tirò fuori dalla busta quel foglio rosato. Aprendolo avvertì la leggera essenza del profumo che sua moglie vaporizzava sul corpo prima di dormire la notte. Tirò un profondo sospiro e iniziò la lettura:

Caro Dave,
mi trovo immersa nei miei pensieri mentre, facendo male al tappo di una penna, penso a te…a noi.. Non riesco a comprendere cosa ci è successo, cosa è successo al nostro amore che aveva la forza e la foga di una tempesta, che era dirompente e impetuoso come un mare in agitazione prima di un temporale, che era appassionante e coinvolgente come un caldo abbraccio, un tuo abbraccio..un tuo bacio.
Guardandoti negli occhi, non vedo più il Dave di qualche anno fa. Il Dave che sarebbe venuto con me fino in capo al mondo, quel Dave che mi ha giurato amore eterno sigillando l’emozione di quel momento con uno sguardo dentro al quale potevo scorgere cristallina la sincerità di un amore puro.
Ora nei tuoi occhi così profondi ho la sensazione di perdermi, di smarrire la strada, di raggiungere un bosco scuro e cupo dal quale non saprei più come uscire e tornare indietro.
Non ti nascondo, amore mio, che mentre scrivo tremo e piango interrogandomi sul perché tutto abbia perso la magia di un tempo.
Ti sento distante, freddo, indifferente al mio sentimento, al mio amore e forse questo e ciò che mi ferisce di più, ciò che mi incide sul cuore una ferita dalla quale sento gocciolare lacrime amare. Vorrei poterti donare il mio amore incondizionato, senza barrire, senza limiti, ma devo abbassare la testa e ingoiare il nodo alla gola in gola davanti al muro che ti sei costruito.
Sai, l’altra notte non riuscivo a prendere sonno e mi sono accorta che tu non eri affianco a me. Scendendo le scale, mi sono diretta verso il salotto. Vedendoti lì seduto, sono rimasta sulla soglia della porta osservandoti mentre pensieroso, sorseggiavi un bicchiere di vino rosso scrutando oltre la finestra, il buio della notte.
Avrei voluto raggiungerti e senza proferir parola abbracciarti e donarti un tutto il mio affetto ma non sarebbe servito, eri lontano.
Piccolo amore mio, non so come sarà il futuro, non so se questo è un periodo grigio dovuto al cambiamento del tuo lavoro e alle grosse responsabilità che ti sono state affidate e che quindi hai solo bisogno di tempo per riorganizzare il tuo di tempo.
Apprezzo molto i tuoi regali, i viaggi. Ma non è questo ciò che vuole una donna, ciò che voglio io.
Conosci il proverbio che dice: Due cuori una capanna? Mi basterebbe una semplice capanna ove poter poggiare le mie membra stanche e affaticate dopo una giornata di lavoro, se questo potrebbe significare ricevere il tuo amore e sentirlo forte e caldo come quando eravamo fidanzati, pronti a superare alte colline e irti monti pur di coronare il nostro sogno di una vita insieme. E due cuori: il tuo e il mio.
Non so se avrò mai il coraggio di darti questa lettera e svelarti così tutta la mia fragilità adesso nascosta alla tua vista. Vorrei poterti aprire il mio cuore così da permetterti di vedere che all’interno ci sei solo tu e solo tu possiedi le chiavi dello scrigno che lo racchiude.
Ti amo Dave,
Catherine.


Si sentì mancare. Quelle parole.. “le scale, mi sono diretta verso il salotto”, “ avrei voluto raggiungerti”. Non avrebbe più potuto farlo senza quella maledetta gamba. “Amore mio”, “due cuori”, “non vedo più il Dave di qualche anno fa”, “tremo e piango”. Era stato crudele. L’aveva trascurata. No, peggio. Non l’aveva amata. E lei sì. Lei ci credeva. Ci sperava. Questo fu il pensiero ricorrente di Dave per molti anni. In agonia.

Quattro

Mi raccontò tutto. Mi chiamo Abhisar Gursharan, e sono il fisioterapista che segue a domicilio la signora Catherine Brudge Senders. Dave è cambiato molto negli ultimi anni. Ha lasciato il lavoro, che lui stesso definiva “pericoloso”per via di certi segreti che celava, per dedicarsi a Catherine. Alla sua salute fisica e mentale. Alla sua emotività. Ho visto di tutto facendo il mio lavoro, conoscendo così tanta gente. Ma non ho mai visto questo. Ogni cosa che Dave poté fare la fece. Calmò i pianti di lei. Pianse con lei. Le cambiò le medicazioni. Le diede tutto se stesso annullandosi. Riducendosi a uscire raramente di casa. Vendette la sua automobile di lusso. Le trovò l’hobby del bonsai. Le stette così vicino che soffrì anche lui dello stesso male. E iniziarono ad amarsi e a rispettarsi profondamente. Sembrava impossibile. Era vero.

Un giorno, dopo mesi di chiacchiere e sorsi di whisky mi raccontò tutto. Quel tutto che gli faceva male. Mi disse che ora amava. Non era pentito di amare. Disse che amava troppo. E che il dolore stava diventando sempre più forte. Al che gli chiesi quale dolore. Il dolore di non averlo fatto prima. Gli dissi che non avrebbe salvato Catherine comunque, e che spesso ci accorgiamo degli errori solo dopo avvenimenti che hanno la virtù di cambiare qualcosa in noi. Annuì. Mi faceva molta tristezza vedere quell’uomo piegato. Ma ci sono abituato. Nel mio lavoro incontro solo persone che soffrono. Soffriamo tutti. Il cinismo non ci salva e non ci spiega il perché. Bisogna solo andare avanti.

Catherine migliora di giorno in giorno. Sarà un processo lungo, ma ormai ci vediamo una volta al mese. Lei può continuare a vivere. Quanto a Dave, ha lasciato un biglietto d’addio falso sul tavolo e una busta con un mucchio di dollari dentro che ho avuto premura di ritirare dal suo conto. Sarebbe andato a vivere in un paese caldo del sud. Questo diceva la sua calligrafia, niente più che una riga. Ora che l’amore li aveva fatti incontrare per davvero. Tutto questo è a rapporto. Non sono solo un fisioterapista indiano. La Cia chiude sempre le sue faccende in sospeso. Abbiamo avuto pazienza, per via di lei. Sei mesi fa è stata abbastanza forte da reggere il colpo di questa improvvisa scomparsa, direi. Così Dave è passato al paese caldo, se sia verso sud non lo sa nessuno, è all’inferno. E l’ho spedito io, per raccomandata con un proiettile in testa. Il fascicolo è chiuso. Meglio essere cassieri in un supermercato. Non sapere di presidenti e di paesi.

Mi dispiace Dave, sei uno dei tanti martiri per il bene del paese. Qui non vince il bene, l’amore. Non vince una donna con una gamba sola. Non vince un uomo pentito. Non vincono i pianti e nessuno li ascolta. La ricchezza si paga e la libertà e il potere si comprano: siamo in America.

Fabio Pinna e Simona Avallone