Al minimo (V. #2)

Siamo tutti di passaggio, dammi un passaggio, oppure apriamoci un passaggio verso sud o verso dove ti pare e poi“…

Marta chiude il libro con il desiderio di chiudere anche il resto, il resto delle cose aperte, le ferite, le porte troppo lontane per le mani che fanno corrente. Chiudere tutto l’inutile, chiudere fuori gran parte del mondo emerso, fuori dalla parte in cui non esiste la portata di mano. Neanche i passaggi con l’autostop. Non ospiterebbe di nuovo quel libro mediocre, il comodino, se solo fosse dotato di voce e coscienza, il soffitto invece vorrebbe alzarsi e fare concorrenza a quel cielo che tutti preferiscono. Se solo qualcuno importasse sollevare un sogno di qualcuno. Ma stiamo divagando. Marta no. Almeno non lo sguardo.

Non porta lo smalto perché dura poco, aspettiamo per anni tutta una serie di cose che durano poco. Sbagliamo. A partire dallo smalto. Dice Marta. Indomabile, impaziente come i suoi ricci nello scirocco. Marta è una di quelle che risolve i problemi ma non trova le soluzioni. Un tipo di genio che non verrà mai riconosciuto, solo sfruttato e messo in ombra. Se verrà notato. Un bel regalo senza la scatola. A chi lo offri?

Marta inventa personaggi che sono più all’altezza delle persone che la portano fuori a cena. È svelta, sa già dove vorrebbero arrivare e resiste alla compagnia fino al conto. Poi scappa a casa a far finire la sua storia in maniera diversa. Una lacrima assorbita dal lenzuolo. In tv l’ennesima replica, come nella vita. Un tempo piccolissimo, giri contati, è più semplice una dieta per perdere venti chili in un anno che capire le persone, che sperare nelle persone, che far parte del mondo delle persone, che entrare di diritto in una persona.

Cambio canale. Marta sente il Tg, la sensazione è quella di essersi salvata anche questa volta. Il sud risparmia sull’illuminazione stradale, il nord sul tempo da distribuire ai lavoratori. I candidati alle primarie non si sentono meglio di Marta. Neanche loro sanno cosa faranno dopo la finzione. Fa freddo. Marta non è una ragazza e basta, sei tu e quelle come te. Con una corazza al posto di una carezza. Quelle che scappano a casa a far finire la propria storia in maniera diversa perché non sanno riprovare.

Far tornare la pratica alla teoria è un lavoro altamente specializzato, Marta serve al bar, uno di quelli centrali con il proprio nome sulle bustine dello zucchero, vede tanta pratica. Solo questo, tanta pratica niente corrispondenze con quella bella teoria che immagina. Fa tornare i conti a fine turno, quindi, è un obiettivo più a portata. Rifiuta i passaggi per tornare a casa, la accompagna sempre Toro il gatto smilzo di nessuno. Tornano piano, ormai saranno anni, sempre al minimo, sembra che la vita non voglia prendere velocità con quei due. È tutto semplice se sai come farlo, nessuno sa come vivere quindi non deve essere così semplice, pensa Marta.

Toro sornione si aspetta anche questa volta e arriva, una carezza al posto di una corazza. A questo punto un brivido fino all’osso. Un piccolo parcheggio sotterraneo da oltrepassare, ma solo di passaggio, qualche neon intermittente come nei migliori film thriller americani. Sembra che si siano fermati perché è tutto uguale, pilastri in cemento armato marchiati da grandi lettere bianche, dove tutti vanno a fermarsi i passi di una piccola ragazza non pronta a spezzarsi né a fermarsi. A questo ritmo il viaggio non finirà presto. E nemmeno le destinazioni.

Al minimo (V. #1)

Parcheggia col motore al minimo, c’è uno spazio da cui osservare la banalità, qualcuno ha disegnato delle strisce blu per noi, per stare, per pagare. Se ti fidi puoi girare la chiave e spegnere l’auto, voltare le spalle alla banalità nascosta dalla notte. Guardare me o semplicemente stare. Guarda, ti ho disegnato delle strisce bianche per noi, per stare senza disco orario. Se ti fidi puoi anche andare al massimo.

E poi c’è domani
ancora
per bastarti
forse
ma è sempre “fino a quanto”?
Richiama domani
sarò più fortunato
forse
ancora
per bastarti.
Ma prima c’è oggi
ancora
e si chiama stavolta.

Non ho visto i lampeggianti dietro quel viso stanco, sono rimasto indietro di qualche risposta e tu sei comunque troppo veloce ad andare avanti. Ma la vita è poesia, noi siamo una rima di certo non baciata di un verso. Occupi destinazioni che sono state mie partenze, i tuoi capelli per casa, le lenzuola le abbiamo consumate un infarto di felicità alla volta. E poi, tutte le cose che avrei voluto buttare e invece non l’ho fatto perché a te son piaciute, di me, e adesso non lo farei mai, i sorrisi rimasti sul profumo della pelle.

Ho saltato i tuoi caffè obbligatori, ho saltato qualche tipo di dieta, qualche legittimo “vieni al punto”. Ti ho osservata appoggiarti al passato come a un tavolo con una gamba più corta, ora hai cambiato tavolo, sei al presente. Sopra resta tutto dritto a una velocità folle. Non hai visto le sirene spaccare i mutismi dentro i miei respiri, gli occhi saltare tutte le normalità e i non-appuntamenti con noi, non hai visto le mie mani e le loro autostrade iniziate sulla tua schiena. A una velocità folle in una domenica di quelle con l’obbligo di non far niente. Stare dall’altra parte, dalla tua parte e dalla stessa parte.

Pensavi a domani a dire il vero, mi aspettavo solo domani a dire il vero. Ma prima c’è oggi. E si chiama stavolta.