Appesi a un alito di vento, il climatizzatore quando vuole, il sale sulla pelle è solo un ricordo. È tutto calmo, all’apparenza, la città ci ignora come le belle signore in uscita dalle boutique. Fai come vuoi, apri la finestra e viaggia oltre al cemento. Fai come puoi, aggrappati a un colore, una parola detta nel 1990, i capelli restano come restano troppo umido. Vai, per te, per chi ti segue e chi non c’è lasciando del profumo per la scala del palazzo. Il tempo è la libertà di tornare quando la strada ti riporterà. Anche sembra che non ci sia un posto, vieni e vai, prima o poi lo fabbricherai.
Occhi stretti, pelle lucente, splende l’attesa in un sorriso gentile. Scatta la chiave di un pensiero, è il mio ma ti lascio andare e srotolo la strada che ti servirà per trovarmi. Siamo stanchi, poco pronti, poco calmi. È il destino di chi non smette di ammazzarsi, di provare. Appesi a piccole vite che sono tutto, tutto il grande che conosciamo. Studiamo un poco di teoria per farci emozionare viviamo un mucchio di pratica per imparare a stare con i piedi per terra. Trento, Milano, Torino, Roma, Napoli, Catania e centinaia di altri posti che ho rincorso per crescere, incidenti e amore tra i denti, e tu dove sei stata se non lì a studiare per psicologia cognitiva, a lavorare perdendo giorni di senso, a dirmi con un sorriso cortese e una gonna colorata “adesso non posso”. Stringo l’adesso ma si solleva come il grecale e non ritorna come la vita.
Faccio come so, spezzo gli anni che non mi piacciono e sogno a perdere. Mi sveglio con la voglia di parlarti senza motivo, bevo dalle bottiglie per avere i vuoti per i miei messaggi all’orizzonte. Qualche idea geniale sopravvive, labbra strette, respiro da quattordicenne. Cuore da samurai in pensione. Cosa devo fare, mi fermo magari ti fermi. E va bene quello sguardo gentile ma ora baciami stupida!