C’era una volta

C’era una volta. C’è sempre stata una volta e noi ce la ricordiamo benissimo. Ed era pure meglio di questa. Mossa, libera, parcheggiata dovunque senza il biglietto con l’orario, pericolosa ma calma sul fondo. Adesso butti un respiro lungo a fine giornata come un respiro in mare, una roba inutile, per espellere ogni pensiero con e senza la sua importanza, ti ricordi che in quel respiro hai perso qualcosa, a guardarti bene qualcuno ti chiederebbe se sei lucido. Sobrio, sì certo, ma opaco. Chi vuoi che te lo fermi.

Un respiro, un monolocale in affitto di “vorrei” dietro l’angolo ma di un paese che non è qui.

C’era sì, una volta, una notte da cambiare con una più larga, più di quella di San Lorenzo per capirci, per farci entrare tutte le stelle che ci ha nascosto l’inverno, per assorbire tutto quel silenzio atteso da giorni. Per far entrare tutte le zanzare affamate del campeggio nel nostro sacco a pelo. C’era una volta distratta, distratta tu e la giornata, in cui hai trovato uno scontrino spiegazzato sul fondo di una busta della spesa, ti ha fatto ricordare che a volte restano anche le tracce che non ci interessano, anche i conti pagati per sopravvivere. Per sbaglio.

Un pensiero, lo senti carro merci inter frigo a temperatura controllata deragliato, esploso, fermato. Addosso. Inspiegabile.

C’era una volta, una di quelle importanti, cercavi il tuo cuore sapendo di averlo, sì averlo lasciato in qualche dettaglio, in qualche rabbia, in qualche fallimento, in qualche occasione irripetibile, nei ricordi più cari. Con l’urgenza dell’utilizzo, con l’evidenza illusionistica.

Una magia, qualche spuntino da asporto e una bottiglia di Bordeaux sul tavolo del soggiorno. In onda in tv un video dei Phoenix a un volume troppo alto per capire la magia. Che sei. Replicabile. Volendo.

C’era una volta una bottiglia di vino che ha spiegato anche a me come finire le guerre, un Barbera d’Asti Superiore, superiore anche a me. C’era una volta che hai pensato “cambio tutto”, l’hai scritto su un giorno a caso dell’agenda, quel tutto l’hai immaginato da qualche parte nel tuo futuro prossimo. Già lo portavi in giro dagli amici. Con la faccia di chi ha capito molto in poco, con i conti da far quadrare in questa piccola economia che siamo hai scoperto che il futuro prossimo era così caro che lo sforzo non copriva le spese. Quindi quella volta, poi, hai chiesto il prestito per pagare tutte le infelicità alla persona sbagliata. A un bicchiere infinito e a mille filtri dolciastri bruciati sulle dita, alla velocità, ai like. Solo per aumentare il debito senza nemmeno sentire vita addosso.

Ma sì. Siamo uguali. Ridimensioniamo la bellezza per pagarla di meno ma bellezza rimane.

C’era una volta il 48 che ti riportava a casa, c’era il 48 che ti vive a fianco ’o muorto che parla ma non ascolta mai e un figlio che lega tutto. E le voglie nei momenti sbagliati, i momenti di transizione piazzati sempre in mezzo, c’era una volta che bagnarsi da vestiti non era una scelta e non dovevi aspettare la pioggia e poi i miei autunni dedicati a muri bianchi di ospedali che mi hanno protetto e ammazzato. Anche tu di bianco, ti sposavi quella volta, calpestando lo stupore di tutti. Hai iniziato con l’amore facendoti togliere le magliette, poi le gonne strette e poi anche quello doveva restare, quello che sei.

C’era una volta di poesie mai dedicate, spedite a un editore e non alla persona giusta, una copertina da fare per un libro e una facciata da restaurare al civico di serenità sempre zero. C’era una volta piena di volte e una con un solo riassunto veloce da ripetere come a scuola e andare.

C’era una volta. C’è sempre stata una volta e noi ce la ricordiamo benissimo. Ed era pure meglio di questa. C’è sempre qualcosa di meglio di adesso. Ma dimmi cosa importa, se mi compri, se mi regalo, se ti fermi sotto casa e ti apro, se mi scrivo e non rispondo, se dipendo da una parola, se contiamo le volte. C’era una volta, c’è sempre una volta in cui buttarsi, altro che progettare, altro che aspettare. Prendila e poi buttala.

Un respiro accidentato, un “torna” detto al telefono, il campanello suonato da un corriere agitato, un fuori tutto, una spaccatura al centro di qualcosa che ti frega. Una cosa alla volta, e se proprio sei convinto una vita alla volta. Ci facciamo salvare esattamente come ci facciamo ammazzare.

Zanzare cattive e persone un po’ di più, strade senza marciapiedi per i nostri passi a cui manca il paesaggio, programmi elettorali stampati sulla carta che ci servirebbe per spiegarci. Neanche un finanziamento pubblico per una rincorsa o per una risposta o per un braccio che cura sotto il cotone cinese delle nostre magliette firmate. Ma dimmi cosa importa, se c’era una volta e si è data il cambio con un’altra e noi stanchi di decidere dritti per una strada non nostra.

Avremo per sempre tutto quel che non si può stringere. Quel troppo che abbiamo voluto e mai restituito. Ridi. C’era una volta e sì c’è. Da non raccontare.

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