Mi fanno male i sorrisi, dice Alfredo

Una giostra, nella stanza a cielo aperto che è questo quartiere di sogni ancora vivi, una giostra di sorrisi. Una giostra, ed è sempre il mio turno, il tuo o il turno di quell’altro che incroci spesso in metro tornando dal lavoro. Un’arteria verde, il parco. Qualcuno osserva girare le anime, composte e disorganizzate davanti alla felicità, da una finestra non troppo lontana. Qualcuno che spera per un “più di così” e si sente già in ritardo davanti al resto del tutto. Uno coi ricordi essenziali, spediti via come cartoline. “Ciao qui ci si diverte, a presto!”. Torce il collo e si sporge oltre il davanzale metallico, fiera dotazione della palazzina rimasta imperterrita negli anni sessanta, il piegamento dell’uomo è per distinguere i volti che girano forte nel parco senza tener conto della sua soddisfazione. Frasi indipendenti come stati che hanno lottato e vinto occupano il pensiero.

<<Ha un sorriso così solare>>.

<<Togliti quel sorriso dalla faccia>>.

<<Le ha tolto anche il più piccolo sorriso>>.

<<Ride bene chi ride ultimo>>.

Ci si mettono, in aggiunta, pure frasi sparse di Jim Morrison e quelle della scomparsa nonna Adele. Una gran confusione. Tutte a loro modo sagge, sceniche e incontrovertibili. L’apprezzabilissimo sforzo di circoscrivere un’oggettività e per il bene comune di renderla globale -magari immortale- non è sufficiente per renderla parte di lui: l’uomo non è pronto a conoscere e ad accettare ogni verità, né in qualunque momento. Le verità non sono giostre inceppate di sorrisi che possono entrarci dentro a tutta velocità. Il paragone sorriso-verità non regge.

L’aria di febbraio ghiaccia la punta del suo naso e la punta dei capelli neri argento alla finestra, la curiosità di Alfredo sopravvive al meteo contro. Ci deve essere una via di mezzo, pensa, un compromesso tra sorriso e verità e, quello, lui lo troverà. Deve. Per reggersi meglio a quello che gli rimane addosso della felicità che gli altri esibiscono esattamente come le sentenze, per convincersi di qualcosa e per farsi entusiasmare, prendere per le gambe febbraio e di forza capovolgerlo. “Alla tua età ormai…” un bel niente. Chi ha perso troppo le perdite non le accetta più. Se non lo sai non hai perso abbastanza, dice all’aria. E lui ha perso persone troppo buone contando solo sulla propria felicità. Che andava bene se c’era.

A cielo aperto un sorriso disinvolto come quei sorrisi che non hanno nulla da perdere, una ragazza con un berretto di lana prende in giro qualcuno che veste un giubbotto di pelle scura, un volto appare sfocato tra i movimenti delle polveri sottili. C’è uno sguardo impercettibile ma definitivo. C’è una cancellata arrugginita e un vecchio marciapiede, una signora fiera si protegge dalla città con un sorriso di quelli che hanno la stessa gravità di un’emorragia, una mamma strattona il bambino che vorrebbe trattenersi sull’altalena, è in ritardo nella sua tabella di marcia. Vieni da mamma. Ma certo. Con un piccolo sorriso sovrastimato da tutti i non intervenuti.

Anche da lontano i sorrisi li vede, li ricorda prima di qualunque verità, Alfredo. Quelli fermi indietro nel tempo, addosso a sé stesso, che ora si invidia. Sorrisi di tenerezza verso un gatto chiamato Aristotele per gioco, e poi di ammirazione verso l’alunno migliore della Quarta B che gli lasciava copiare i compiti di matematica, i sorrisi imbarazzati a chi gli faceva notare la prima peluria sotto il naso, quelli di speranza verso degli occhi nocciola che speranze non potevano dare, il sorriso fiero davanti alla prima busta paga tra le mani, quello urlato al primo giro della sua Ritmo. Stanno in fila, collezionati, grandi e piccoli, speciali e stupidi, con etichetta o sbeccati. Non si può dire che bastino. I sorrisi. La vita ha un altro passo, è molto più rapida della nostra capacità di goderci al collezione.

Forse per questo Alfredo chiude la finestra, pensando che sì, fanno i male i sorrisi. Il paragone sorriso-verità non regge. Se li guardi a lungo termine diventano spietati perché pochi, come le direzioni, come le possibilità. Diminuiscono sempre. Nel ricordo il sorriso da bere d’un fiato, così forte da procurarti una sbronza sulla realtà, da farti dimenticare tutto il tempo durante quel sorriso. Torna indietro o annulla tutto, adesso è troppo tardi. Alfredo quella finestra l’ha ormai aperta. L’ha infilato lui il gettone sulla giostra dei sorrisi di qualcuno. Fortunatamente. Perché alla fine il cessare di tutto quel girare gli permette di capire: il suo compromesso tra sorriso e verità è lui. Avrebbe dovuto essere lui, e ancora potrebbe.

Si sta come

con i doppi calzini

e tre maglioni

d’inverno

ma sul cuore

e una stagione non è.

Mi fanno male i sorrisi, dice Alfredo, al quadro rosso che ritrae la luna a metà. Sembra l’ingrandimento di un dettaglio e lo è. C’è uno sguardo impercettibile ma definitivo. Non riesce a non sorridere. Quel sorriso è una fitta, non sono neanche frasi interrotte, solo un pensiero accennato. La teoria di un’ipotesi.

L’invenzione al terzo piano

È andata più o meno così. Anzi, sicuramente. Perché ricordo che c’ero, ci sono sempre stato nei momenti importanti ovvero in quelli dei pasti, della famiglia. Appeso a una parete, coperto da una patina invisibile di polvere che resta per colpa del vapore, non incerto ma dritto, senza niente da dire. Appeso come ricordo di Klimt, un vago struggimento, sono una stampa di un capolavoro da pochi euro. Ma non importa, c’ero anche quella volta quando quella volta è diventata un’altra e poi una simile. Ma questa, questa è andata così.

Il vento sbatteva contro i muri scuotendoli un poco, solo noi appesi possiamo sentire. E poi freddo. Le luci che escono fuori dalle finestre dei vicini non raccontano molto se non che c’è qualcuno, non troppo distante, che non ci saluta e mai farebbe qualcosa per noi ma, come noi, paga una fornitura di energia elettrica. Paga. E non sa, che forse lo fa un po’ anche per noi. L’idea della compagnia, la negazione del vuoto nel freddo. Era così quella sera. Tutto uguale, poggiato sopra i binari per andare e tornare e fare meno fermate possibili. Invece a volte gli sguardi deragliano non per andare e tornare ma fare più fermate possibili.

Quella sera è stato un meraviglioso e terribile invece. Lui guarda lei, lei sente lo sguardo, che è cosa nuova, per istinto di autoconservazione improvvisa dell’indifferenza. Perché certi sguardi si pagano sulla pelle anche se non hai più nulla per saldare il conto, e non basta nemmeno la pelle. Lui fa finta di distrarsi su di me, io che non c’entro in questa storia ci sono solo appeso, per prendere tempo o parole, e poi torna a guardare con occhi velati e affaticati il viso di sua moglie. Allora mi chiedo seriamente anch’io cosa sia questa storia, perché il ripetersi dei pasti lo vedo ottimamente ogni giorno da quassù e so che questa non è affatto una ripetizione. Assomiglia più a un’invenzione.

<< A guardare così mi scavi>>.

L’indifferenza cede. Vedi. Invece.

<< A te non arriverei comunque>>.

<<Invece?>>.

<<Ci scava la vita, non basta?>>.

<<Ma ci fa vivere>>.

C’è decisione in un discorso mai pianificato. Si massaggia la tempia destra, lui. Aggiunge:

<<Fa anche di più, a volte la vita; ci salva>>.

C’è una tavola da sparecchiare e una tovaglia da sbattere sul lavandino e da piegare, da infilare nel terzo cassetto al terzo piano del terzo appartamento proprio in mezzo a un primo vero appuntamento. L’efficienza cede, invece.

<< Ci vediamo brutti ma siamo sempre belli, soltanto più nascosti>>.

<< Ricordi quando pensavamo che il mondo fosse nostro e non sapevamo che saremmo stati noi a diventare suoi?>>.

<<Siamo belli perché adesso sappiamo>>.

La mano le scivola verso il niente ed incontra il cesto del pane.

<<Sapere non ci rende più noi>>.

<<Noi? Si fermano tutti al cognome. È stato un piacere, dicono>>.

<<Non noi, noi ci fermiamo solo in noi>>.

<<Non ci fermiamo mai>>.

Ecco il motivo di quello sguardo, il binario spaccato verso il dovunque, l’invece.

<<Facciamo andare tutto avanti e noi restiamo dietro a spingere, questo devono fare gli uomini>>.

Lei rigira la fede nel dito. Ricordi. Una domenica mattina e campane e parenti mai visti. Una vita davanti, soprattutto, certamente diversa ma ancor meglio sua. Senza poster, regolamenti governativi applicati in uno stato sovrano di quattro sudditi, e a beneficio di tutti un bon ton da Windsor provinciale.

<<Gli uomini ogni tanto fanno delle soste per capire dove sta finendo quel che spingono e per capire se c’è ancora del senso nello spingere>>.

Manda avanti e spera che qualcosa arrivi, che quel qualcosa venga ripagato il tanto che vale. Più fermate fai più tempo impieghi per arrivare. Semplice. Invece.

<<Domandamelo>>.

<<Cosa?>>

<<Se mi sono fermato>>.

<<Oh, lo vedo da me che lo hai fatto>>.

Smette di tormentare la fede. L’aria pesa il tanto di quello che ci hai messo negli anni, pesa molto o poco, può arrivare anche ad essere più leggera del suo stesso peso specifico. Quella sera l’aria pesava diversamente dentro l’appartamento e diversamente fuori in Via dei Martiri dov’era appiccicato il numero civico di terracotta.

<<E adesso?>>

<<Non è semplice>>.

<<Non è mai semplice esprimere una preferenza su come morire>>.

<<Di cattiveria o di solitudine>>.

Il tempo non è tiranno, se lo fosse non passerebbe così inosservato. Non è un contatore delle nostre esistenze, è qualcosa di contato. Alla fine del tempo ci si ritrova con più vorrei che ricordi, in mezzo al tempo ci si ritrova a guardarsi in faccia, sempre, come oggi, e a vedersi davvero solo quando capita. Il tempo è ripetizione, e noi ci esercitiamo a ripetere. Per tutti ma non a noi. Sappiamo restare solo nel centro e sfiorare gli estremi, è paura, il brivido di non saper restare su una pazzia e viverla il tanto che costa. In fondo cosa dovremmo ripetere alle nostre vite logore, questo? Del brivido che fu, di come sarebbe?

<<Un brivido non è mai inutile>>.

<<È stato>>.

<<Da molto, da molto>>.

Un sottile filo d’aria tra le labbra dice qualcosa di impercettibile.

<<Sparecchio la tavola>>.

Lo sguardo di lui sulla sua nuca, lei si sfila il grembiule e lo appende dietro alla porta, come sempre, e non trema come sempre e trema dentro come non mai. Il tormento è finito oppure il vero tormento è appena iniziato. Per colpa di una domenica di settembre, per colpa del conforto che si prova nel vivere sempre al centro, per colpa della ripetizione, del “noi” volontariamente ignorato. Di Un’invece. Che nel bene e nel male è un’invenzione.

<<Ti sogno spesso>>. Avrebbe voluto dire uno dei due.

<<Non so se saprei stare male in un altro posto>>. Non aggiunse l’altro.

Non si guardano più adesso che è chiaro che non serve per recuperare davvero più nessuna briciola. Il tempo è servito. Non è contatore. È contato. Il prossimo tempo per loro non sta da nessuna parte. Dimmi qualcosa. Capisci qualcosa. Lascia qualcosa. L’invece, spacca. Nel bene e nel male è un’invenzione.

Quella sera me la ricordo, è stata una delle ultime da appeso. Nell’aria odore di scatoloni, anche per me. Fregato pure io da un “invece”. Ma in fondo questo è il bello degli umani, noi stiamo immobili dove ci mettono invece loro o non vivono oppure vivono di invenzioni.

E lì, al terzo piano del terzo appartamento proprio in mezzo a un primo vero appuntamento si è, una volta ancora, una volta nuova, inventato.

Sono una storia di vuoti e scompigli, dice Alfredo

Pagina vuota, “ma davvero e adesso che farai?”, “tutte quelle occasioni dove le hai messe?”, quanto tempo bevuto e in quanto tempo affogare. Un foglio ripiegato su sé stesso, e ripiegato ancora, se lo apri è una pagina vuota. Niente da scriverci sopra, se non una vita preziosissima, chissà se vissuta al suo reale valore. Ad occhi chiusi si scrive addosso, senza correggere gli errori, Alfredo. Quelli escono da soli a pezzi di gocce. La grammatica è più semplice, più docile, si lascia correggere. E scorre tutta via la frase, giusta. Splendida, come vuoi. Non esce più dalla carta o da te.

È troppo presto per ricominciare, dall’angolo trovare il centro, è troppo tardi ricominciare. Alfredo pulisce le maniche dall’impercettibile polvere, raddrizza la schiena che pesa. Chi lo sa. Legge quel che si è scritto addosso per ripetersi una delle tante verità possibili, gli occhi cercano da leggere, è una dipendenza cercar di capire tutte le rivoluzioni. Gli occhi cercano il conforto della risposta di altri occhi, non dispersi, stesso civico o stesso traffico o stessa piega del presente. Le lettere cadono nel vuoto, quello dentro, è troppo presto per riempire e troppo tardi per svuotare quel vuoto.

Sono una storia, questa è la conclusione di Alfredo, e segue un pensiero. Il solito mal di testa, eppure segue un pensiero. Fino in fondo. Anche se il fondo non ci sarà fino al giorno in cui Alfredo non potrà più raddrizzare la schiena che pesa. Ma quel pensiero, e i figli e i nipoti di quel pensiero, sono la sua storia. Trascurabile magari, che non verrà mai raccontata, anche questo è assai probabile. Ma non è questo che conta, secondo l’intuizione di Alfredo. Non è quanto la storia riesca a diventare popolare che determina il suo valore, quello è solo un luogo comune per persone comuni, il valore è dato dal trovare la storia. Ognuno la sua. Una che scorra via, giusta. Splendida come puoi.

Trova l’incognita, trova il valore della X, trova come vivere, trova una storia da essere per restare. La matematica è più semplice, più esatta, si lascia correggere. Finita o infinita si comporta come deve, risponde sempre. Scorre via, se è in ritardo è perché sei in ritardo tu. Alfredo è alle prese con il valore della X e non vuole sporcare la pagina. La pagina resta vuota. Vuota di una storia indelebile. Piena di calcoli che sono tante piccole rivoluzioni.

Sono una storia combattuta, di vuoti e scompigli, dice Alfredo. Scuote il capo, ne sorride. Stesso civico, stesso traffico, stessa piega del presente. Una dipendenza a suo modo bellissima, andare fino in fondo e non esserci mai, mai davvero.

Sorriso lento e cuore veloce

Una valanga di sveglie che trillano al momento giusto, un circolo di vita allungato dall’aperitivo, e poi la tribù Facebook composta per metà da modelle e per l’altra metà da guru di qualcosa a cui appartiene la bella vita che non esiste; stop, strisce, da quelle sull’asfalto a quelle lasciate dai 737 low cost che grattano il cielo. Ovunque qualcuno ci prega di attendere il nostro turno nel rispetto della privacy. Noi fuori, noi dentro, noi sopra. A vivere.

L’odore di caffè dei bar dei paesetti, dei comuni sciolti per infiltrazione mafiosa è uguale a quello del Caffè Greco di Roma. È banalmente uno degli obiettivi della giornata. Non c’è bisogno ma stressa la terza del cambio quando ancora il sole è un’idea. Pensa che ieri scivolava su labbra, come su un live dei Queen, quasi senza accorgerti del tempo mentre lui stressava la terza di reggiseno. Pensa che la vita non rende quel che deve ma almeno avete lasciato il segno sul lenzuolo, sul bacino, un documentario in una videocassetta mentale andato in onda tra te e lei, tra te e le sei, una segreteria telefonica sempre accesa.

Lei aspetta il ritardo del treno, pazientemente quello del ciclo, i suoi progetti seri, che smetta di bere quando c’è da dire cose importanti, un messaggio in pausa pranzo, lei aspetta che qualcuno le metta un po’ del suo tempo in mano e una risposta così sincera che possono aver senso anche le soap di Canale 5. Quella sincerità che ti prendi a pugni sul petto cercando il cuore, cerchi gli antidolorifici e smetti di giocare col niente, che di tutte le dimensioni e le onde gravitazionali scegli la sua.

Lui beve ancora il whiskey con i bicchieri disegnati della Nutella, raramente guarda la dignità in faccia perché ha paura che poi lei lo guardi in faccia, vuole vivere ma è un perito dai tempi dell’agrario. Quante cose stupide da dire ha riciclato, per fare colpo sulle donne più ingenue si è messo in fila. Quelle ingenti l’hanno schivato con lo sguardo immaginando tutto quello che non avrebbe potuto fare per loro. Il nodo della cravatta si stringe, toglie un capello sulla giacca.

Questa è la miseria della nostra generazione: dover essere, al limite apparire. In ogni caso per farlo fregare qualcuno. Per stare meglio, per tornare nella fila e non morire di esilio. Fare cose sul cellulare che non puoi nella vita reale senza provare. Lei le chiede una postilla più lunga, un pezzo d’aria rubata a Brescia messa nei tuoi polmoni e riversata sul ballatoio delle sue labbra, lei vorrebbe che smetteste di vedervi di nascosto a voi stessi, prendere piccole decisioni ma insieme. Smettere di aver paura di cadere con la certezza di farlo ancora e sempre. Vedere qualcuno ascoltare il pianto del tuo cuore, conta questo, al netto. Non lo sconto del canone Rai.

Sai che c’è, pensa lei, adesso lo chiamo e gli dico che questo è un punto di non ritorno, ed è previsto che rimanga o il punto oppure il ritorno. Ma poi, il pensiero è più veloce di una chiamata qualsiasi. Non ha mai incontrato un uomo da riporto, e sa com’è: quando senti che c’è un punto di non ritorno l’hai già superato.Formalmente siamo in democrazia pure lì a casa non c’è un Re, è saltato anche quello della chitarra, sogna di svegliarsi in fretta, tornare giovane per mettere tutto l’impossibile nel plausibile. La verità in un colpo e non schiaffeggiata, le gonne corte da subito, i cellulari che si possono spegnere senza perdere amicizie.

Sai che c’è, pensa lui, adesso la ammazzo un attimo prima di dirle che volevo farla vivere davvero. Poi si sente un verme per averlo pensato, ma è solo un pensiero, diventa qualcosa solo quando esce. Un pensiero col doppio fondo, una metafora in un banale giro di Re. Come sempre. Come alla fine, quando è troppo tardi e diventa tutto chiaro. Odia tutti gli specchi ma solo per qualche minuto, stringe la cravatta e si prepara a un altro sorriso lento e cuore veloce.

Mi fanno male i ritardi, dice Alfredo

I treni, le vacanze, la verità, stiamo tutti aspettando cose che arriveranno in ritardo. A questo siamo abituati, teniamo duro, addomestichiamo il futuro con una faccia rassegnata e se c’è una serata in cui bisogna esplodere di allegria possiamo. Questo ad Alfredo (questo Alfredo) non interessa. Lui è cresciuto quando la pioggia non si chiamava allerta meteo e ci si presentava agli appuntamenti due minuti in anticipo perché non c’era WhatsApp per scusarsi e in estate si fuggiva tutti insieme al mare, come dei folli sulle Topolino cariche, perché si sapeva tenere insieme una famiglia.

Alfredo non ha più tempo, ma non come te che devi uscire da un ufficio trafficato di sedie girevoli e copie di Monet in sala riunioni. Alfredo non ha più tempo per capire tutti questi ritardi nelle cose da dire, nelle cose da fare, il ritardo dei governi e della giustizia, della verità nelle notizie, delle persone che sono qui, qui davanti a te e ti parlano come se fossero in Nuova Zelanda. Ha mangiato troppe briciole del tempo degli altri, ha spalmato sui calendari troppe domeniche esigenti, ci ha bevuto su persino troppo barolo per confondersi le idee, ha studiato le espressioni da fare per farsi accorgere.

Siamo frangibili, al tempo presente, e c’è sempre qualcosa da frangere. Il ritardo è il sasso lanciato da qualche mano innocente che finirà per frangerti. Il ritardo non è solo la mancanza di quello che non c’è, è la mancanza di quello che ti serve proprio nel momento in cui ti serve. Per questo è umanamente complicato gestire i ritardi. Persone in ritardo che aiutano altre persone in ritardo, poi. Eppure quando non ti manca qualcosa che ti serve davvero tanto, che forse è tutto, la aspetti, eccome, non hai alternative. Ed è colpa tua, dice qualcuno, non hai capito come si fa. Potresti fare così, e così, sopportare meglio, fingere un pochino, scappare e lasciare tutto, o divertirti un pochino, abbassare i toni e uscire la sera. Invece la verità è che potresti, eventualmente, solo aspettare da un’altra parte una cosa simile. Aspettare di nuovo il nuovo ritardo e ancora non capirlo. E no, non si può uscire così dalla vita, a cazzo, con le mani in tasca come se niente fosse. Fischiando di felicità sul niente. Siamo frangibili anche al futuro semplice. Dritto in faccia.

Alfredo sta diventando cattivo per questo, per il trovare sbagliato tutto questo, ma è ancora molto indietro. Non ha ancora nemmeno imparato ad uccidere le mosche. Uccide sé stesso e dice cose giustissime alle persone pur di dare peso a questi ritardi e di fargli del male. Non abbraccia e non dice buongiorno quando le persone se lo aspettano. Alfredo prende uno di quei pezzi che è diventato e lo muove con calma su qualcuno come se fosse un bisturi. Dicono che le incisioni non si dimenticano e lui non vuole essere dimenticato tanto presto. Alfredo non ha cambiato niente, non cambierà nulla, è in un mondo che non è il suo perché nessuno arriva mai in tempo per mostrarglielo. E non ha più tempo per capire perché così ha deciso. Prima o poi arriva il momento in cui si decide che il tempo di addobbare il cemento armato è finito.

Io, non so, non dico niente. La verità dobbiamo sempre esagerarla altrimenti nessuno ci ascolta, però… Con un sorriso spesso come una sottiletta fredda Alfredo mi guarda. Per la prima volta da quando ci stiamo guardando. È difficile farsi un viaggio con Alfredo, fa male, ma il suo posto è in questo scomparto, non l’ho scelto, l’ha scelto il caso. Guardo l’orologio e realizzo che arriveremo in ritardo.

Con la dignità di Alfredo e la mia incapacità di dire qualcosa che abbia valore, le previsioni sbagliate, altre cose da aspettare. Cose di cui non avremo più voglia.

Mi fanno male i ritardi, dice Alfredo. Sai che c’è, aggiunge, ma dove saremmo ora senza tutti questi ritardi?

Mi fanno male i pensieri, dice Alfredo

Cos’è la pazzia se non la normalità dei pazzi? A distinguerli poi, i pazzi. Le parole sanno essere importanti ma ci ingannano: quel che conta davvero è come ce le spieghiamo. E la sola spiegazione che conta davvero è come le viviamo. Sotto, sopra, sottosopra la pelle. Alfredo è pazzo per i normali, dal suo punto di vista invece per essere pazzo dovrebbe provare ad essere normale di quella normalità dei normali. I normali, i prevalenti. La parola inganna, come la mente, tende tranelli. Fra le due solo le conseguenze sono diverse.

Attraverso una forma rettangolare di alluminio-vetro-telo Alfredo scorge l’inverno, non sa com’è fatto, sa chi non torna, non sa perché. Dalla radiosveglia esce Vasco, da un angolo con la muffa, dice “eeeeeeh, cosa vuoi pretendere? Sì proprio te, sì che sei te”. Una lacrima è inghiottita dalle pieghe di rughe vecchie e ben motivate, una lacrima costata molto e pagata molto tempo fa.

Oggi ci sono le elezioni, Alfredo ha votato l’istinto. L’ha fatto vincere senza muoversi dalla sedia. Alfredo vede l’inverno tutte le volte che immagina la normalità, la verità, la falsità pianificata. Non prova brividi solo immobilità. Prima di tornare al punto, minuscolo e pesantissimo. Quello che nessuno vuole mettere alle sue frasi. Il freddo dell’inverno non esiste quando fanno male i pensieri. Scende la mano, scendono le palpebre, scende quel ch’era per filo e per segno. Non può far male il futuro.

Chi è nato poeta non può negarlo, non si può ritirare, può solo continuare a esserlo e a sembrare nessuno, uguale o un qualsiasi altro. Ma questo fatto per un poeta è marginale come lo sarebbero i tuoi acquarelli per Monet o la sceneggiatura di una puntata di Beautiful per Fellini. Al poeta interessa non sentire l’inverno quando è inverno, il che implica sentirlo, sentire gli inverni nell’inverno, ma non come te. Alfredo è poeta, ha bisogno di un dottore, di un oltre, di un inverno di quelli nostri normali. Una volta tanto.

Non dire non è nascondere, Alfredo non dice e non nasconde. Scrive. Qualche volta i pensieri cadono giù da lassù, da quel posto da cui vengono. Non si possono tenere in piedi. L’anticiclone che passa sotto la porta carezza le pagine. Alfredo si fa male, si procura dei tagli che nasconde. Scrive.

Vorrebbe sentirsi un esubero di sperma nel posto giusto al momento sbagliato, un po’ vecchio e deformato, ma l’istinto gli dice che non può sentirsi qualcuno. Oltre la forma rettangolare di alluminio-vetro-telo una pioggia battente di “se”. Sul lato opposto della stanza è appeso un quadro regalatogli da un amico pittore, dietro il quadro la scritta ”al mio amico tripolare”. L’omaggio, non alla vecchia presa telefonica di Telecom ma alla pazzia straordinaria, quella che batte persino quella meno esuberante a due poli.

Deve alzarsi dalla sedia Alfredo, per non morire lì, senza un amico o di noia, quella dei quattordicenni, per non morire di troppe cose non fatte ritrovate scavando nelle rughe dei ricordi, di freddo che non sente, di impossibilità strette nei pugni, di sorrisi che si è fatto promettere grazie alla poesia.

Deve alzarsi, schiodarsi. Ma fanno male i pensieri, dice Alfredo. Anche se qualcuno lo sentisse nessuno saprebbe cosa vuol dire. L’inverno non è in saldo, la sedia scricchiola ancora un poco. Alfredo si procura dei tagli per capire se è ancora vivo. Scrive.

Venti forti quasi 30

In pena guardi la penna, una fotografia con la data sul retro poggiata sul tavolino. Poi dei fogli, questi li butto senza rileggerli, pensi. È questa la gravità? Com’è grande la nostra costellazione e tu sei in un interregionale in ritardo con i finestrini sporchi che non si vede un paesaggio, in viaggio verso il ricordo e le sue relative paure. Tu scegli i pensieri, qualcuno sceglie per te le parole. Qualcuno ti procura la gastrite, qualcuno ti prescrive il lansoprazolo. Qui trema qualcosa, ai venti di nessuno, proprio come sei nata, ai venti di tutti, che non potevi stringere, stregare. A quei venti che ti hanno gonfiato la gonna e rovinato la piega ai capelli, stai.

Venti forti, ferma a fare la conta di quello che è rimasto tu. Siamo piccoli, nella migliore delle ipotesi tratteniamo soltanto noi stessi, si vede che lo credi da come guardi l’orizzonte. Non credi più ai confini, nessuno sconfina più del dovuto adesso che tutto è di tutti. Mezzo giro di viso verso qualcuno diventa spalle per qualcun altro, il movimento genera correnti imprevedibili per qualsiasi stazione metereologica. Venti forti per viaggi, da fare in partenza o per un arrivo, le dita che sfiorano qualcuno di importante e la schiena dritta pronta a ogni peso.

Venti forti portano cose di altri ad altri, che magari non le vedono, destinazioni e battaglie di sogni già perse ma da combattere, giochi da bambini ai grandi, contratti di felicità a progetto. Finestrini bloccati: ai venti dell’anima non interessa, com’è grande la nostra costellazione e tu sei in un interregionale che è in anticipo sulla mia vita come io sono sempre stato in ritardo su di te.

È questa la gravità?

Venti forti, siamo quasi a 30. Quindi tieniti a me che mi tengo al caso che si tiene alla vita che non sta mai ferma che si tiene al vento del tempo. Quindi tieniti a me, dicevo, e almeno voliamo insieme.

Ma prima scendi da quel treno.

Al minimo (V. #2)

Siamo tutti di passaggio, dammi un passaggio, oppure apriamoci un passaggio verso sud o verso dove ti pare e poi“…

Marta chiude il libro con il desiderio di chiudere anche il resto, il resto delle cose aperte, le ferite, le porte troppo lontane per le mani che fanno corrente. Chiudere tutto l’inutile, chiudere fuori gran parte del mondo emerso, fuori dalla parte in cui non esiste la portata di mano. Neanche i passaggi con l’autostop. Non ospiterebbe di nuovo quel libro mediocre, il comodino, se solo fosse dotato di voce e coscienza, il soffitto invece vorrebbe alzarsi e fare concorrenza a quel cielo che tutti preferiscono. Se solo qualcuno importasse sollevare un sogno di qualcuno. Ma stiamo divagando. Marta no. Almeno non lo sguardo.

Non porta lo smalto perché dura poco, aspettiamo per anni tutta una serie di cose che durano poco. Sbagliamo. A partire dallo smalto. Dice Marta. Indomabile, impaziente come i suoi ricci nello scirocco. Marta è una di quelle che risolve i problemi ma non trova le soluzioni. Un tipo di genio che non verrà mai riconosciuto, solo sfruttato e messo in ombra. Se verrà notato. Un bel regalo senza la scatola. A chi lo offri?

Marta inventa personaggi che sono più all’altezza delle persone che la portano fuori a cena. È svelta, sa già dove vorrebbero arrivare e resiste alla compagnia fino al conto. Poi scappa a casa a far finire la sua storia in maniera diversa. Una lacrima assorbita dal lenzuolo. In tv l’ennesima replica, come nella vita. Un tempo piccolissimo, giri contati, è più semplice una dieta per perdere venti chili in un anno che capire le persone, che sperare nelle persone, che far parte del mondo delle persone, che entrare di diritto in una persona.

Cambio canale. Marta sente il Tg, la sensazione è quella di essersi salvata anche questa volta. Il sud risparmia sull’illuminazione stradale, il nord sul tempo da distribuire ai lavoratori. I candidati alle primarie non si sentono meglio di Marta. Neanche loro sanno cosa faranno dopo la finzione. Fa freddo. Marta non è una ragazza e basta, sei tu e quelle come te. Con una corazza al posto di una carezza. Quelle che scappano a casa a far finire la propria storia in maniera diversa perché non sanno riprovare.

Far tornare la pratica alla teoria è un lavoro altamente specializzato, Marta serve al bar, uno di quelli centrali con il proprio nome sulle bustine dello zucchero, vede tanta pratica. Solo questo, tanta pratica niente corrispondenze con quella bella teoria che immagina. Fa tornare i conti a fine turno, quindi, è un obiettivo più a portata. Rifiuta i passaggi per tornare a casa, la accompagna sempre Toro il gatto smilzo di nessuno. Tornano piano, ormai saranno anni, sempre al minimo, sembra che la vita non voglia prendere velocità con quei due. È tutto semplice se sai come farlo, nessuno sa come vivere quindi non deve essere così semplice, pensa Marta.

Toro sornione si aspetta anche questa volta e arriva, una carezza al posto di una corazza. A questo punto un brivido fino all’osso. Un piccolo parcheggio sotterraneo da oltrepassare, ma solo di passaggio, qualche neon intermittente come nei migliori film thriller americani. Sembra che si siano fermati perché è tutto uguale, pilastri in cemento armato marchiati da grandi lettere bianche, dove tutti vanno a fermarsi i passi di una piccola ragazza non pronta a spezzarsi né a fermarsi. A questo ritmo il viaggio non finirà presto. E nemmeno le destinazioni.

Al minimo (V. #1)

Parcheggia col motore al minimo, c’è uno spazio da cui osservare la banalità, qualcuno ha disegnato delle strisce blu per noi, per stare, per pagare. Se ti fidi puoi girare la chiave e spegnere l’auto, voltare le spalle alla banalità nascosta dalla notte. Guardare me o semplicemente stare. Guarda, ti ho disegnato delle strisce bianche per noi, per stare senza disco orario. Se ti fidi puoi anche andare al massimo.

E poi c’è domani
ancora
per bastarti
forse
ma è sempre “fino a quanto”?
Richiama domani
sarò più fortunato
forse
ancora
per bastarti.
Ma prima c’è oggi
ancora
e si chiama stavolta.

Non ho visto i lampeggianti dietro quel viso stanco, sono rimasto indietro di qualche risposta e tu sei comunque troppo veloce ad andare avanti. Ma la vita è poesia, noi siamo una rima di certo non baciata di un verso. Occupi destinazioni che sono state mie partenze, i tuoi capelli per casa, le lenzuola le abbiamo consumate un infarto di felicità alla volta. E poi, tutte le cose che avrei voluto buttare e invece non l’ho fatto perché a te son piaciute, di me, e adesso non lo farei mai, i sorrisi rimasti sul profumo della pelle.

Ho saltato i tuoi caffè obbligatori, ho saltato qualche tipo di dieta, qualche legittimo “vieni al punto”. Ti ho osservata appoggiarti al passato come a un tavolo con una gamba più corta, ora hai cambiato tavolo, sei al presente. Sopra resta tutto dritto a una velocità folle. Non hai visto le sirene spaccare i mutismi dentro i miei respiri, gli occhi saltare tutte le normalità e i non-appuntamenti con noi, non hai visto le mie mani e le loro autostrade iniziate sulla tua schiena. A una velocità folle in una domenica di quelle con l’obbligo di non far niente. Stare dall’altra parte, dalla tua parte e dalla stessa parte.

Pensavi a domani a dire il vero, mi aspettavo solo domani a dire il vero. Ma prima c’è oggi. E si chiama stavolta.