Freddo

Sento freddo, nel vuoto e nel pieno. Io lo vedo come si muove questa città, restando ferma. Tutte quelle persone che cambiano tante posizioni e pochi tragitti. Oscillo anche io, avanti e indietro, un movimento controllato in uno spazio ristretto. Sono così i movimenti che ci restano, che ci lasciano fare. Controllati. Sento freddo intuendo l’allerta meteo diramata dalle parole di questa nuda conversazione. Mi diresti la via per recapitarti il “non posso capirti ma resto qui”? Fai pure spedire in Via di Estinzione, senza numero civico, dici mentre me lo appunto. Il gatto muove la coda, nessuno batte ciglio.

La storia fa acqua da tutte le parti, si annacqua, ci sommerge. Vedi, si potrebbe raccontare meglio ma difettiamo di creatività. Per raccontarci di nuovo con un finale sempre diverso. Persino scontato ma inventato da noi. La storia ci costringe al boccaglio. Istintivamente percepiamo stimoli e per paura di seguire il loro stesso destino li nascondiamo.

Un velo, un maglione, un silenzio.

La storia è un testa o croce senza passione.

Spiagge soleggiate si impigliano tra i denti dei sorrisi estivi, fiumi di fango esondati si infilano in tutte le crepe della nostra vita invernale. Senti freddo, nella stagione sbagliata e nel sogno sbagliato. Raccontando la storia normale che ci riguarda la tua bocca crea nuvolette di vapore. È stato di calamità naturale. Per scrivere qualche riga della complicata storia normale che ci riguarda devo necessariamente capire qualcosa. Riempire di qualcosa un cassetto che mi appartiene, quel genere di cassetto che contiene sogni e cose simili. Dopo averlo prima svuotato.

Ma lo senti anche tu? Cinque righe di freddo e a capo.

Mentre cambi marcia tornando dove non vuoi, mentre ti sdrai su una pelle estranea, al settimo squillo che suona libero e decidi che non richiamerai più, lo senti anche tu, tra un ti amo di cuore e un vaffanculo detto di cuore, il freddo degli stipendi bassi e il freddo delle viste panoramiche sulla plastica, il freddo della morte che colpisce la nostra cerchia, il rione, i pinguini dell’Antartide e per il momento ci ha mancato. Non farmi sentire folle, dimmi che lo senti. Tra un ci vediamo e un te lo prometto, il freddo in prima e in ultima fila, il freddo lasciato dentro da quelli che voltano le spalle sempre per primi. Il freddo del settimo cielo.

Dimmi che non sono l’unico a cercare un angolo caldo, anche se non si può vivere all’angolo. Che anche tu ti muovi lenta perché non sai tutta la strada, sei piena di puntini puntini già dalla colazione e i ragionamenti hanno più domande che soluzioni. Ti dirò che anche io mi interrogo su che tipo di freddo farà nelle prossime ore, che smetto ogni giorno di avere paura. In quel piccolo angolo di caldo trovato prima o poi si frigge e si rimpiange il freddo.

Niente. È così o più o meno simile a così. Il cuore pompa forte unicamente quando la monetina è per aria. Un movimento non controllato, istintivo, allo scoperto: un abbraccio freddo che sgela. Non dirmi che non lo senti.

Far guerra all’amore stanca

Era tardi, troppo tardi per ogni altra cosa. Ballava attorno a me un pensiero, sul marciapiede. Sapevi di esser tu. Nel traffico vedevo tutti con qualcuno, illusione prospettica. Ottima. Pensavo, giusto aver la mia. Eri d’accordo. Tra uno straordinario e l’atro tornavi a trovarmi, a ballare con sorriso generoso e décolleté prospetticamente ottimo. Che belli gli appuntamenti non dati, quelli fatti capitare. Una firma veloce sull’obbligo di presenza. Era tardi, sì, ed io sfacciatamente romantico. Ma solo perché aspettavo, come i veri sognatori, senza il minimo dubbio.

Così la proposta, quelle che si fanno quando è tardi anche se non pare. Vieni su a vedere la mia collezione di “potrei” e poi per favore, spegni anche la luce che avrei voluto avere, tu sai come fare, tu sai coprire di asfalto e attenzioni. Cambiare la posizione del bottone delle attese. Attendiamo che la magia perda pezzi all’interno della nostra orbita gravitazionale. È da un po’ che parli delle solite cose, non faccio fatica a seguirti anche se, in realtà, quel che faccio è liberarmi di ogni singolo “potrei”. Nato qua al secondo piano, morto sempre qua. Un desiderio nascosto male: essere il tasto bianco di un pianoforte, invidiare la sua identità forte. Inequivocabile. La facilità con cui può ripetere un minuscolo pezzo di magia, farne parte. Come lui mi lascerei sfiorare. Non per caso, per amore di qualcosa di più grande. Sempre in attesa. Un “potrei” da suonare. La fine è solo una corda che smette di vibrare o un cuore. Una firma distratta sull’obbligo di assenza.

Mentre dici che ci vuole sempre pazienza e costanza una moto sfreccia a tutto gas sotto la finestra e non si sente la fine della frase. Una cosa par chiara: chi guida quella moto, a zig zag tra le auto sull’asfalto umido, non la pensa come te. Vorrà smentirti in tempo reale. Il tuo discorso frena il mio impeto, che vorrebbe solo un silenzio su misura, lo affloscia. La televisione appiattisce ogni imperfezione che non si vuol vedere, la notte ci abbraccia. L’amore è sospeso. Tornare noi, un mezzo tempo dentro al tempo, sarà domani.

Il sogno ero io, la fermezza del rispetto per una parola che quasi puoi toccare. Dilla. Sapevi di esser tu. Il mio sguardo si sa posare come una farfalla che può scegliere dove morire ma non lo fa. Ci vediamo alla fine del tunnel, sarà bello esserci aspettati. Alla fine delle pretese e degli abbandoni. Avremo una nuova proposta di sogno, quelle che si fanno di giorno. Una pace o una tregua.

Più son grandi i sogni e più è difficile mandarli giù. Scendono sì, senza tornare dove sono partiti, stanno lì a metà strada a complicare il respiro. Così non ci basta più essere operai, geni, scrittori. Vorremmo poter respirare davvero, respirare tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine. E senza paura.

Una pace o una tregua.

Inizia tutto da un dolore

Com’è che siamo invecchiati senza diventar vecchi? Guardandoci tutti i giorni allo specchio, con il passare delle lame sulla pelle, delle setole medie dello spazzolino. Com’è che siamo invecchiati aspettandoci, dopo aver tentennato almeno un minimo, e prendendoci. Negandoci l’indispensabile per lasciarci senza dirlo. Cullati da un futuro senza fine confinato in testa, solo con se stesso. Com’è successo, così senza preavviso, neanche una raccomandata A/R. Una copia per conoscenza. Il suono irritante di un promemoria. Neppure un ultimo bacio, sulla soglia di qualcosa, alla Peter e Wendy. Adesso siamo qui a parlare a persone che non hanno tempo per le piccolezze che per noi sono tutto. Quel che rimane è sempre tutto. Sembriamo quei pensionati chiacchieroni proprietari di panchine pubbliche da cui scappano tutti.

E poi ci spostiamo altrove, stanchi di parlare e dunque scriviamo a chiunque vorrà leggere e darci l’illusione che le nostre banali storie quotidiane possono rivoluzionare il nostro senso di soddisfazione. Perché non crediamo più in noi stessi come una volta ma agli altri, a qualcuno, crediamo. Sì. La storia insegna e adesso ci si può laureare anche da casa.

Com’è che siamo invecchiati mettendo da parte un etto di illusioni alla volta, sfogliando un libro senza finirlo, posticipando le necessità dell’anima. Tempo al tempo, tempo a noi, ridare valore, ricomporre, riscegliere. Com’è che il discorso, anche se semplice, si è inceppato scegliendo le parole, regolando le nostre giornate con il tono e non con il senso delle parole dell’altro, mentre ci vestivamo con cura e ci svestivamo con cura minore.

Gli anni, le scelte, una frase ricalcata in corsivo. Dovrebbe restare tutto al suo posto? Siamo nati perché non tutto è rimasto al suo posto, ti viene da sorridere e convieni che sia così. Inizia da un dolore, la vita reale. Da una pancia che ti sputa fuori con amore e dolore, perché deve. Non ci può essere uno senza l’altro. Amore e dolore. E poi via, una discriminazione, uno schiaffo, un fallimento, una separazione, uno sfracellamento, un senso inverso, un vicolo corto, uno chiuso, una consapevolezza dopo l’altra. Guarda come siamo grandi, ora. Quanti inizi.

Il dolore crea sempre qualcosa, esattamente lì dove fa morire qualcos’altro. Annuisci. Lo sai già. Lo sai prima di me. Tante di quelle cose grandiose che circolano nei musei, nelle case d’asta, nella storia del bello, nelle vite anonime, non sarebbero state possibili senza dolore. Dolore di qualcuno. Per qualcuno.

Al tatto non hai sentito le imperfezioni sul mio cuore, non immaginavi che da questi occhi non sempre avresti capito la mia verità. Teoria contro pratica. Alle prese con. Chi vince al momento? Chi passa al livello successivo? Com’è che siamo invecchiati con il moto perpetuo della delusione bilanciato dall’illusione del controllo. Adesso ti lavi da un amore che non ho provato, leggero scivola via tra le gambe con gocce di passaggio. Anche questa è andata. Tradire se stessi è più macchinoso e infame che tradire qualcuno. Guarda come siamo grandi, ora.

All’interno di un dolore tutto è concesso, suggerisce un pensiero. Scegli l’errore che funziona meglio, quello che si può ripetere più a lungo. Parti da lì per fare la tua piccola cosa grandiosa in vita anonima. Inganna il sistema e resta il più vicino possibile a te stesso.

Un’allucinazione. Un sogno: non essere così. Non giocare più con i livelli. Mi sono alzato a piangere, come se fosse un appello, ma fuori ero un manichino dell’Upim. Per ogni spaccatura che tu immaginavi ce n’erano altre cento e neppure ne immaginavi abbastanza. Com’è successo e poi virgola, ci vediamo più tardi, trattino torna quando vuoi ma dentro non più. Cos’è successo oltre all’apnea, oltre al disinfettante antisettico nella borsetta, oltre ai “sì” obbligati di proposito mai realizzati. L’applauso di un pubblico ristretto, non chiede il bis. Ringraziamo fissando il vuoto in direzione della loggia più lontana.

All’interno di un dolore tutto è concesso ma non la fine immediata del dolore stesso, autorizzazione a morire negata. A due chilometri da qui una visione. Un sogno: su una panchina un uomo scappato da uno spettacolo di cui nessuno si ricorderà. Ha lasciato le parole a casa e ingoiato dieci silenzi pesanti da digerire. Ripercorre la Via Emilia al contrario e il tempo come un gioco. Pensa a una storia che è iniziata con un dolore: il dolore di chi pensa di aver perso tutto, il dolore delle nocche a causa dei pugni dati. Certi giorni quando è umido li sente ancora. L’errore migliore possibile, una storia senza corrispondenze.

Quell’uomo invecchiato sono io. Stanco di inizi. Neppure un ultimo bacio, sulla soglia di qualcosa. Un bacio vero.

Pagina bianca

Pagina bianca. Segni di cancellature, scrivi o disegni per quanto riesci e poi a un certo punto ti ribelli e togli tutto. Le parole sono percorsi, le persone, anche i luoghi su cui sei passata e che ti hanno tracciata. Compresi quelli dell’anima. Soprattutto. Provi a cancellare tutto come se bastasse per tornare indietro. Pagina bianca, è vero. Ma la carta diventa più sottile a ogni passaggio. Dura una vita, la pagina, se non la strappi di netto. Combatte contro il modo in cui la usi. Ma anche la vita dura solo una vita, non un giorno di più.

Chissà come mai finisce sempre sottile, zeppa di sacrifici e spinte d’amore, ingiustizie qua e là e inspiegabili misteri. Una pagina mai davvero bianca. Sottile sottile, si deve guardare in controluce per capirne il senso. Alla fine ci proviamo tutti a farlo. Perché ora ci ostiniamo a nasconderlo?

Forse niente è all’altezza dei tuoi desideri, inutile chiamarli sogni. I disillusi non pensano così lontano. Per questo cerchi la tua versione perfetta negli altri, un modo di essere senza scadenza. Sì, ti capisco. La ricerca dell’impossibile, diventa questo. Una follia. Urbana, globalizzata, business class, sopravvivere class, sentimentale. Le cancellature si sovrappongono. È strano vedersi intenti più a cancellare che a riempire il foglio, comprensibile, ma stretto da indossare come pensiero. Così stretto che è quasi impossibile muoversi tra gli altri pensieri in maniera naturale.

Stasera aspetterò che si alzi il maestrale, quello che fa volare i capelli, i vestitini e i profumi. E aspetterò che faccia buio, con questo lento ritmo estivo, per godermi tutte le varianti di blu del cielo e del mare. Spegnerò tutte le luci artificiali, come un supereroe o come un guasto dell’Enel, e citofonerò. Ma tu non sentirai, perché senza la corrente i campanelli non suonano. Allora salirò le scale, temendo di fare un grosso errore e temendo di guadagnarmi ingiustamente un tempo felice, busserò alla porta. Smetterai di cancellare la tua pagina bianca che non è bianca, ti alzerai per sapere chi è.

Sono io. Io chi? Non so con esattezza quale parte di me sarà lì, o quale vedrai. Il tuo sorriso sarà la prova che quando si è curiosi ci si può accontentare. Nella mano sinistra terrò una penna da usare per lasciare una piccola traccia sulla tua pagina, nella destra ci sarà un ottimo cioccolato 100% fondente dell’Ecuador. Ti porterò una scelta, destra o sinistra. Come nei giochi di quando eravamo bambini.

Nell’attesa che tu scelga io rovisterò nei tuoi occhi sorpresi. Sotto la maglietta bianca riuscirò a intravedere la forma di un reggiseno blu, una spallina è fuori. Non aspettavi visite. Hai uno spettatore. Mi correggo, blu notte. Per un attimo nella mia mente, dentro e fuori coincideranno, almeno cromaticamente. Casa sarà una sola, dentro e fuori. Ti riprenderai dall’iniziale sorpresa e mi inviterai a entrare. Resterò sulla soglia, con me i tuoi contorni investiti dalle luci di casa (nel frattempo è tornata la corrente) e l’odore del palazzo al riparo dalla furia del maestrale. Qualunque dono sceglierai potrai riscuoterlo dalla soglia.

Dovrai prendere la mia mano tesa per farlo. Avrò la mia dose di conforto. Quel tipo di conforto che prova chi è nello stesso smarrimento e insieme lo vive. Non chiederò di meglio, lo desidererò magari. Finirò per scrivere ancora nella mia pagina bianca. E tu penserai che non cambierà niente, tutta questa follia, i parcheggi vuoti sul cuore e la sopravvivere class, niente di niente. Però non dimenticherai come ti ho guardata, abbassando lo sguardo sul tuo abbigliamento riderai. Riderai al blu notte. Gli darai voto 8. Insomma, non così male. Di quel blu, e non di altro, di quel blu notte scriverai sulla tua solita pagina bianca.

La pagina bianca era tutta la mia rabbia

Ma non volevo fare del male a nessuno.

Nel letto ero mezzo morto

stanco di sognare i residui.

Tu non sei cambiata;

Tu sei ancora la stessa;

Tu puoi cadere e poi rialzarti;

Mi sono vestito e ho guidato fino al confine,

cercandoti nel discount

ma stavo solo raccogliendo i miei frammenti.

[ Blank Page, Smashing Pumpkins https://youtu.be/7HH-SyqBJs4 ]

Nostalgioia

Percorro i lineamenti del tuo viso con il dito, come sempre. Come sempre sono diversi. A volte hanno più curve, alle volte invece sono più spigolosi. Trascorre un’ora tiepida così, i movimenti lenti tra pelle e aria. Tiepido e stupido ragionamento, manda la vita avanti. Guido questa strada di tempo e attenzioni, ormai familiare e poco trafficata, stando proprio a cavallo delle due corsie, e anche se procedo in una direzione forse sto andando esattamente nell’altra. Preferisco non intendere e mi rifiuto di volere. La bellezza possibile, che è in noi, non impedisce al deserto di espandersi dentro, in tutte le direzioni del cuore.

Ti lascio dormire e ti guardo. È stato bello. È stato normale. È stato ancora superfluo. Per il cuore che pompa deserto alla velocità del tempo.

Cerco un pezzo di futuro mio addosso a te. Cerco di immaginare un gesto che mi reclami, tu che ti sbracci alla banchina con lo scirocco che ti inzuppa il foulard di umidità. La mia impazienza di sorriderti addosso. Ancora. Perché i sorrisi usati insieme acquistano valore. Immagino ancora un unico gesto, nel segreto della nostra casa, che compila la ricetta, compra la medicina e la somministra. Leggero, naturale, copre la mia anima come un’ombra.

Ridere come se ci fosse il tempo e come se ne valga la pena. È gratis, è normale, non è sempre così naturale. Costa tanto. Lo sai. C’è quel sorriso di quella volta, hai aperto la finestra e mi hai seguito con lo sguardo. Non ti vedevo, ma sentivo il tuo sguardo addosso. E sapevo anche dove. È stato bello. È stato normale. È stato ancora superfluo. Un altro gettone che la giostra non restituirà.

Chiudo forte gli occhi, li stringo più che posso. Continui a dormire. Il mio respiro tradisce l’animo inquieto. Tutti pensano al giusto e allo sbagliato, io mi raggomitolo al centro. Prendo entrambe le eventualità. Bisogna essere forti per non mollare tutto e allo stesso tempo tenere tutto, giusto e sbagliato e quel che sta in mezzo. Penso a questo.

Tra dare e prendere, poi, ci sono loro. Le aspettative, abbaiano davanti e morsicano quando gli giri le spalle. Ognuno ha diritto alle sue. Ognuno ha diritto di sbagliare, di reclamare, di archiviare. Chissà quali sono le tue. Chissà quelle che ti ho negato, alcune sono nel mio dna. Odio le mie che non hai reso possibili. Bisogna essere forti per rinunciare, modificare, fregare le aspettative. Bisogna reggere a ogni loro aborto. Non si può impedire che nascano ma non le si deve festeggiare troppo.

Bisogna avere la fortuna di essere abbastanza. Sempre abbastanza. Abbastanza, nonostante il bello, il normale, il superfluo. Il dolce e il crudele. Non riesco a sfuggire da questa verità e nemmeno dai cactus nati in luoghi scomodi del cuore.

Non si smette di riconoscere il valore di una perla solo perché non si desidera più la perla. Cambia il modo in cui la si guarda e quel che si è disposti a fare per averla o per disfarsene. Aspettative che tieni, aspettative che butti. Riapro gli occhi e il mio sguardo ti cerca di nuovo. Ti sei girata. I capelli arruffati e l’ombra dei miei pensieri. C’è una stagione che sembra stia finendo, qui, ci lascerà qualcosa da parcheggiare sulle nostre nostalgie.

Una perla non scade mai. Assurdo pensarlo. È questo che ci vuole. Tra il dolore delle cose mancate sarà pure nostalgioia.

Polvere e capelli

Ma tu che cosa dai? E tu che cosa vuoi? Il ventilatore soffia nella penombra. La mano cade molle oltre il bordo del letto. Siamo vicini il tanto che basta per parlare ma non il tanto che serve per ascoltarci veramente. Tu indossi un bikini sporco di sale che si infila nelle pieghe del lenzuolo. Io sono nudo ma proteggo il collo con una sciarpa in lana merino. Griffata. Tre giri. Tutto deve finire, dici. Sono io tutto, per te, ribatto. Probabilmente sai che ho ragione. Giri la testa dall’altra parte e allunghi il braccio verso di me. Non sicuro di quel che tu stia cercando, la mano procede per tentativi. Goffi. Trovi il lembo di stoffa e tiri con forza verso la tua direzione. Sento la gola rimpicciolire, sgonfiarsi. Non sento più il ventilatore. Tutta questa forza… da dove viene? Io… aspetta. Ti chiedo scusa, per qualunque cosa. Anche se non so. Io sono così. Cosa vuoi farci? Io non so nemmeno come sono. In fin dei con…

La mano si irrigidisce. Sento la compagnia del ventilatore. Sono sveglio. Sono vivo. Di pancia mi viene da dire ‘fanculo. Lo penso e basta. Chissà quante volte moriamo nei sogni e poi ce li dimentichiamo. Ci svegliamo come se niente fosse. Ma non è questo che mi interessa, adesso. Prendo fiato, apro una bottiglia d’acqua fresca e cerco di scoprire che ore siano. Perché lei? La dolcezza in persona. Sono solo sogni, questo è il mio riassunto. Ora c’è da mettere in piedi una giornata. Anche se sono in ferie lei ancora lavora, dovrò pensare alle faccende domestiche. Non che mi dispiaccia. Quando dipendi dalla tua routine e si presenta un’opportunità di libertà, quale che sia il modo, ti liberi.

Straccio per lo spolvero, spray multiuso, scopa, paletta, detersivo pavimento con secchio e occorrente, anticalcare, igienizzante, spray per l’inox del piano cottura, sgrassante per il forno, la cappa e tutte le cose grasse in generale. Funzionerà su di me? Già che ci siamo sorrido. Playlist preferita e via.

Avanti e indietro. Indietro e avanti. Insieme alla playlist si danno il cambio i ricordi, di noi, insieme. Quando c’era il noi originale, quello prima della copia, per intenderci. Corsie preferenziali, corsie di emergenza, corsie per sfiorarci e appendere i cappotti umidi d’inverno nel corridoio per cui paghiamo l’affitto. Tutte le abbiamo prese. Mi trascino dietro la scopa. Prende quel che prende. Le pieghe delle mie mani non le leggerebbe più nessuno, sono strade cancellate. Stringono il manico, trattengono piccole perle di sudore. Fatica. Tu non lo sai ma sono morto spesso e sono vivo. Non di fatica. Di sogni falliti. Di sogni non all’altezza. E vado, solo senza strade. Avanti e indietro. Indietro e avanti. Non è importante.

Abbasso lo sguardo. Le setole hanno raccolto polvere e capelli. Nuvole grigie di polvere e grovigli di lunghi capelli scuri. Raccolgono lei, quel che c’è di lei, di vivo di lei in questa casa. Adesso che non c’è, ha un senso diverso. Anche se tra qualche ora avrà finito il turno e sarà qui con il suo profumo e il silenzio e l’alito e i vestiti sparsi sul letto. Adesso che, anche se fosse qui proprio ora, qualcosa di vivo non lo troveremmo comunque. Polvere e capelli, il cuore fa da straccio. Prende tutto. Nasconde tutto in una lacrima.

Il ventilatore si accende autonomamente all’improvviso a una velocità non prevista dal costruttore né dalla mia peggior fantasia, solleva le tende. Traballano i quadri appesi, si frantumano a terra. Il pianeta si riempie di plastica, di sentimenti di plastica, di persone perfette che lottano col fatto di essere biodegradabile. Si passa dal caldo al freddo, nel frattempo. Dal troppo al niente. Passano anni, il contatore registra i Kw fino al distacco del fornitore ma il ventilatore non lo stacca nessuno, la corrente d’aria, anzi, si fa sempre più pericolosa. Cadono a terra i libri dalla libreria, si aprono tutti nella pagina dell’ultimo capitolo. Ci sarà un continuo? Centrini e tovaglie spostati dalla loro sede li coprono. In pochi mesi nulla resta ancorato ai muri, i tasselli cedono e lasciano che tutto frani sul pavimento.

Al centro del corridoio ci sono io, stringo il bastone di una vecchia scopa. Proteggo un cumulo di polvere e capelli. Resisto. Sono invecchiato ma sono ancora forte. Forte perché incazzato. Il ventilatore ha asciugato la lacrima. Un sogno al posto giusto e al momento giusto se lo meritano tutti. Quindi aspetto. Adesso sono sveglio. Sono vivo. Chissà quante volte viviamo nei sogni e poi ce li dimentichiamo. Ci svegliamo morti come se niente fosse.

Quello che vuoi

La signora Y. mi scivola, devo dirlo. Non addosso, in effetti addosso nemmeno mai mi è stata (ma solo a cortese batticuore distanza) ma intorno, mi scivola nel vicino intorno. Un dolore e un piacere, un’indifferenza semi addormentata e un fruscio gentile all’udito che naturalmente non avverte.

Ma passiamo al tu.

Oggi mi scivola intorno una di quelle volte mai esistite. Facciamo che io te la racconto e tu te ne freghi. Quella volta è così. Tu sei ferma con le gambe tra le onde modeste, puntellata coi piedi nella sabbia e in equilibrio sui pensieri. Il filo dell’acqua bacia una “V” di tessuto nero e gambe bianche latte. Guardi a riva, con la mano sulla fronte. C’è troppa luce in quest’isola, troppa differenza tra la luminosità del sole e l’ombra della sporcizia. Ma in fondo è tra una differenza e l’altra che viviamo tutti, pensi. L’anticiclone africano qui lo conosciamo come si conosce uno zio che torna per fare le vacanze.

Dal bagnasciuga ti guardo. Faccio finta di guardare i bambini che scavano buchi, assecondo con uno sguardo l’opinione maschile generale sulla ragazza tonica che entra in acqua come si entra nella passerella della Fashion Week di Milano, sento la musica che esce dai cellulari dei ragazzi annoiati sugli asciugamani ma in realtà scatto foto continue, una per ogni battito di palpebre, a te. I tuoi fianchi sono un po’ più morbidi dall’ultima volta. Quella volta tenevi il mio libro incastrato tra le cosce, su un vestito blu leggero. Vedo il tuo solito collo fiero, lo sguardo che cerca un viaggio. Non quello di ritorno a casa. Ma verso dove? Con chi?

Questa è una giornata da dentro o fuori, si può interpretare in mille modi, lo so. Alla fine vieni a stare fuori, senza fermarti. La sabbia scotta come polvere nata ai piedi qualche vulcano. Mi sfiori il braccio bagnandolo col tuo e poi prendi a saltellare per la spiaggia in maniera decisamente naturale, come se le tue fossero mosse di scacchi. Da regina. Io di certo, con i miei infradito, non potrei essere il re. Nel frattempo il mio braccio si è asciugato. Sento che mi manca qualcosa. Ti seguo. In un angolo protetto da un casotto c’è una doccia aperta a tutti i bagnanti, sei lì per lavarti da sale e sabbia. Mi diverto a seguire con lo sguardo i tuoi movimenti, sembra una lezione storta di Yoga.

Il costume di dona, il tempo addosso pure, e lo sai, non è così per tutti. Mi riferisco al tempo. Ti dona anche quell’aria da finta distratta che usi per guadagnare tempo per prendere le misure a tutto. E quell’aria seria, quella inesorabilità che riveste le tue scelte, ogni tua mossa da regina. Ti donano. Anche se a volte sono tattica.

Mi infilo sotto il getto dell’acqua insieme a te. Ma che fai? dici. Ti rispondono le mie mani sui fianchi. Ho compiuto un giro lungo, ho fatto un lungo viaggio di fantasia per essere qui. Per fare la mia mossa. Tentare di mangiare la regina. Le mani indugiano come se si stessero chiedendo se è tutto vero, qui nella fantasia, salgono, e poi scendono velocemente sul tuo sedere. Si appropriano di costume e di pelle. Decidi di interrompere la tua minuziosa procedura. Gli occhi sono spalancati. Mi chiedi ancora cosa sto facendo. “Qualcuno ci potrebbe vedere”. Ci sono cose che esistono solo quando qualcuno le ha viste.

Sarebbe bello poter immaginare a lungo ma il tempo dura quel che vuole. Fa caldo. Siamo nel posto sbagliato. Non siamo mai nel posto giusto. Vorrei solo vivere, ma un po’ più forte, vicino a qualcuno che viaggia alla stessa velocità. All’imperativo. Senza sprecare tempo. Tu sai cosa vuol dire. Non è una cosa che si può chiedere. Succede e basta. Fai finta di niente, mentre ci sei, ascolti il rumore della risacca e costruisci alibi. Non è da te scomporti e non vuoi lasciare la mia stessa fantasia.

Si può ballare per un attimo, sotto una doccia in spiaggia. Una questione di linguaggio dei corpi. Si sfregano i costumi morbidi, le dita trovano il modo di sfiorare dove il piacere è più grande. Non è una cosa che si può sperare tutta la vita per niente. Dischiudi le labbra. Non sai neppure cosa vorresti dirmi, nel bene e nel male, forse nulla. Solo bene. “Forse ci vedono”. Forse sei bagnata, dentro. E già t’interroghi dandoti il voto. Forse stamperai su una pagina queste parole, senza che nessuno le veda mentre le rileggi, per riviverle in un’altra estate. Forse le tue mani non sanno cosa stanno facendo.

Una brusca accelerata, un respiro più caldo. Chino il capo sul tuo seno. Dove volevi andare? Scivoli. Ma è bello. Perché io te lo racconto, e tu te ne freghi, ma è quello che vuoi.

Un pensiero che cambia

Una storia facile, una di quelle che infilate in un libro vende migliaia di copie. Un ritornello così semplice che fa parte della tua vita e un giorno lo sarà di quella di tuo figlio. Come il gocciolare dal cielo, o un fiocco di neve silenzioso posato sull’altro. La piega che prende quel vestito e anche quel discorso. Da sempre e per sempre. Cose a cui ci si abitua presto. Come a quel futuro promesso di cui non si è mai proprietari o come alle cose che sono di tutti. Un tricolore, una piazza intitolata a un politico assassinato, una poesia che sopravvive sui banchi di scuola, una leggenda, l’atto di coraggio di un passante, un’incantevole melodia scritta per disperazione, i campionati del mondo di calcio vinti dalla nostra nazionale.

I nodi invece restano a chi li sa sciogliere, i conti restano tra le mani di chi è abituato a pagarli e la mia lacrima è un francobollo rarissimo che solo tu hai trovato. Resta sul palmo della tua mano. Piccola e bianca. Ha una storia senza sceneggiatura. Un personaggio già c’è, sono io. Sotto il bianco vene impossibili da seguire, sottili come i pensieri. Fuori, sul tappeto d’ingresso la scritta “BENVENUTO”. Ho più di un dubbio sull’utilità del messaggio, l’ho comprato solo per i colori. Non darmi tregua. Non farmi pensare, altrimenti nel pensiero sale più nostalgia per le persone che sporcano quel tappeto andando via che la felicità per quelle che timidamente cercano di non macchiarlo, le prime volte che arrivano.

Un garbuglio emozionato, eccomi, potrei anche posarmi sui tuoi momenti di transizione, infilarmi nei tuoi angoli più difficili proprio come polvere. Chissà, forse saprei anche restare, se l’emozione prima non mi porta via. Se la tua transizione ti lascia qui. Per sbaglio. No, non per sbaglio. Diventare personaggio protagonista.

I conti, dice il saggio, vanno fatti con quel poco che resta. Dunque attendo il tramonto, quello dopo ancora e ancora. Il tuo braccio molle nella mia parte del letto, il messaggio non letto, rincorse, tempi morti, scorte alimentari, trolley a spasso, selfie ricordo, sorpasso su doppia striscia continua, la colazione della domenica, un passo indietro su una qualunque cosa bella, guerra dichiarata al mal di testa, un mal di testa amico poi però fa sempre comodo, cornice nuova per una soddisfazione che devono vedere tutti.

Di tutto non resta che un’anima. Eccomi. Sai che una lacrima è un sogno da costruire da zero. E te lo dico così come si beve un succo alla pera: hai appena preso un futuro. Hai strappato via un buio dalla notte dell’anima e l’hai portato all’alba.

Sono un garbuglio di polvere e garbuglio di polverò tornerò, qualcuno avrebbe detto nel mio caso. Improvvisazione, svolte, precipitevolmente, ti porto con me in copertina, fumo negli occhi, ti amo ma al momento non saprei, sulle mie labbra la scritta BENVENUTA, torna domani. Di nascosto sei tutto ma nulla ti è nascosto. Sono cosa complicata, una di quelle che non può piacere a tutti e che spesso resta di nessuno. Una di quelle cose a cui non ci si abitua mai veramente. Un sassolino nella scarpa che stranamente non ti vuoi togliere, alle volte anche i sassolini sembrano importanti.

Sono un pensiero che cambia. Una lacrima che evapora se la porti all’alba. Un nodo che resta. A lungo andare un po’ meno stretto, per te, che provi a sciogliermi.

Delle volte respiriamo l’aria dell’altro, arriviamo fino all’odore che resta incollato ai vestiti e torniamo indietro a nasconderci dietro un dito, una penna o dei guai. Che viaggio. Andata con ritorno scontato. Un brivido da resuscitare, al terzo giorno, o comunque a rate, perché i conti vanno fatti con quel poco che resta. A te il mio pensiero che cambia. A me la luce tua.

È per ridere avanti e indietro

È per la mia sensibilità migratoria il tuo fuggi fuggi battibalenissimo che solleva volant arricciati di scuse. Una favola gotica che si srotola nel centro di Chiari e nel bel mezzo del cammin di goffa vita di due come noi. Precisamente noi. Qualcuno aspetta il suono di un telefono che ha una rubrica solitariamente disperata, qualcuno invece aspetta che si compia l’ora della passeggiata necessaria al quadrupede per segnare il territorio sulle siepi di Villa Mazzotti. Salviette struccanti, pioggia struccante, un imprevisto di dieci anni fa adesso è diventato tutto il più bello e non sta più in braccio. Solo in braccio ai sogni. La sigaretta è una ritorsione contro l’ansia, come un rito sparge le sue ceneri al vento. Qualcuno sfonda quel vento con lo sguardo per arrivare a sfidare tutti. La giostra in piazza gira anche da vuota, anche il tempo e pure quel desiderio un po’ più nascosto. Prima o poi dovremo salirci per un giro completo, solo allora potremo desiderare di fermarci.

È per una tregua dal combattimento dei vuoti che ci scagliamo addosso. Chiariamo una cosa: i vuoti son pieni, praticamente sempre, zeppi, anche se è comodo pensare che la stessa parola faccia da garante. I vuoti sono dappertutto, dentro, fuori, attorno, addosso. Riciclabili. E se son pieni allora, uno di fronte all’altro, ci stiamo scagliando cose vere, di questi giorni e di questi mesi, sufficientemente contundenti, ingenuamente, per egoistica necessità di trovare sollievo. Senza dichiarazioni, una guerra senza quartiere ma con una casa, quella sì e pure arredata con amore. Detonazione poi succo detox, occupazione di pelle in comune poi smobilitazioni, ricognizioni oculari, lotta chat a chat, l’orizzonte è una grande barricata. Trema tutto, ancora una volta, fino all’accensione della Tv. Nessuna rivendicazione. Inizia con un sorriso, questo trattato di pace firmato dal silenzio, il sorriso devia verso un qualsiasi contrario di ciò che abbiamo desiderato, voluto, scelto, buttato. Buongiorno amore. Vorresti morire senz’aria ma ti tira fuori il carlino per fare pipì. Lontano. Sempre lì.

È per trovare da accendere al primo colpo, farsi caldo in una accettabile vicinanza ma soli, è per sentirsi globali e uguali, inclassificabili e speciali. Dipendenti, connessi, indipendenti, pronti. Un bacio sulla bocca di nessuno. Questa volta passo. Emicrania forte. L’amore feroce non è una colpa, anche quando non c’è più. Ho una pillola anche per te. Dice. Ripeto. È anticoncezionale, anti libidine, anticolesterolo, antistress, anti apparenza, anti aderenza, anti vuoto, anti peggio, anti fretta, anti tutto. E per la felicità? Chiedi. Ripeto mentalmente. Rispondo: mezzo giro a destra. Se ha un momento Dio oppure tu un po’ di quella fortuna che non è in ritardo.

Sceglie e va. La vita tirata come una tenda, sempre allo stesso modo. Avanti e indietro. Da una parte e dall’altra, nascoste o svelate, sempre le stesse cose.

Qualcuno ha bisogno che il fiore che ti vive dentro si apra prima di richiudersi e tornare la gemma dura che resiste all’inverno.

È per il morso, il rimorso, i turbamenti, accosta un attimo stiamo andando troppo piano mi viene il mal di viaggio. Incrocia le gambe sull’erba lei, l’auto occupa uno spiazzo in terra battuta al bordo della statale: perde olio, forse non arriveremo a casa. Apro il libro e leggo di questa nostra favola gotica, caotica e spietata come la guerra fredda che abbiamo provato a scaldare. L’avevano già inventata, aveva semplicemente un altro titolo. E ora cosa si fa? Si buttano parole all’orizzonte. È una pesca, si spera che qualcosa di meglio torni indietro. Si sta scomodi e vicini, manca la musica, il teatro e la pittura e internet e la poesia scritta, la tv, la reflex, il bottone per il 4K. La mia mano puzza ancora del rifornimento di benzina, i tuoi capelli sono schiacciati dall’umido della sera che arriva. Con la treccia sembri una di quelle donne del vecchio west. Miccia accesa affogata nel lago, frazione anziché moltiplicazione, frammenti di ossa di cuore non raccolti, una facciata che cade. L’orizzonte siamo noi. Tra colore e bianco e scala di grigi. Io sono quello che c’è sotto il colore, quello che si scopre dopo che l’incidente ha levato i primi strati. Tu sei l’idea di un colore che ha un nato cieco.

C’è del resto. Scontrini nascosti che torneranno fuori. Una risata, di cuore, al contrario. Un passaggio a livello, è rimasto il livello manca il passaggio. Anche un sospiro che si apre, sguaiato, potrebbe diventare una piccola passerella smontabile. C’è del resto e tutto amalgamato. Una lista di colori che manca. Sbattevano i corpi distratti l’uno sull’altro come le ali dei piccioni che scacciamo dalle piazze. Una guerra tiepida, gli occhi il campo di battaglia. L’amore feroce è un prefabbricato.

Se volessi combattere contro i mulini a vento sarei in Olanda, invece ho scelto il tuo orgoglio e sono qui ad offrirti una vita come Dante ci ha presentato la morte: d’inferno purgatorio e paradiso ma non necessariamente in quest’ordine.

È perché non si può essere sempre belli per finta ma distratti davvero, davvero spesso, che siamo finiti qui. Dopo aver cercato. Appeso e lasciato sgualcito. Aspettato. Ottenuto risposte troppo simili alle stesse domande. Siamo qui per questo, per uscire fuori strada e trovarla, dopo essersi presi al contrario. Ridere di noi avanti e indietro. A velocità doppia. Qui è dove io spero ogni giorno che tu abbia voglia di me.

In un battibalenissimo questa storia finisce sull’erba. Scende la sera. Avanti e indietro. Non so per quante altre volte ti leggerò questa nostra vita, un po’ diversa e un po’ uguale.

Qualcuno ha visto qualcosa?

Sasso, buca, il taglio del nastro, l’ultimo raggio dietro la montagna e tu dall’altra parte, il tempo fuori si è lasciato con quello che sta dentro, fischio del freno, tocchi, attiva pulsanti e persone, aspetti Marlena e le bollette, l’ansia sale, semini e raccogli con una espressione sempre diversa che sei sempre tu ma leggermente diversa, un pugno troppo stretto, una sfilata a Milano è la tua calza, ed è dubbio sul resto della serata, troppo articolato il discorso taciuto nel viaggio di ritorno. Doppie lettere sputate, doppie punte che stanno meglio di te anche esposte, doppie spine per un buco soltanto, sorridi per la prima volta quando è l’ultima per il mio ricordo. Il destino del mondo è più piccolo di quello che era.

L’incrocio, tra una stazione radio noiosa e una per partire, ghiaccio sugli specchietti la mattina per andare al lavoro sbagliato, pausa, caffè in piedi, orizzonte tornato nuovo lavato in lavatrice e ristretto in asciugatrice, equilibrio di cortesia, un meno davanti al totale che avevi immaginato, inflessione dialettale, mi fai ridere, play, faccio l’abbonamento annuale. Salto, alto, evito qualcosa che non voglio ma solo per oggi, domani vince il lato debole, attenzione fragile, impacchettato bene, rovinato bene e spedito mai.

Fotografi molto e solo il bello, ti è davvero venuto bene quel selfie con il mai, una volta che non è rimasta una, troppi pieni che sono pieni di vuoto, svolti a caso, zona traffico limitato, cazzo, multa, retromarcia, troppo tardi, svolti verso casa per annegare in un goccio ma non è la tua, cuore che non serve, salutare e con stile scomparire, festivo, telefonare mamma, riprendersi, lacrima fredda affacciata alla finestra, piantina di plastica annaffiata, un velo di fondotinta, messaggio in entrata, dieci messaggi ricevuti, quinta guerra mondiale contro lo specchio, sospiro, risposta al primo messaggio, silenzio sul silenzio, onda lunga di sospiro.

Chiusura centralizzata al cuore stasera, differenziata pronta, tutti i rossi semaforici che vuoi, il tuo profumo nella mia auto, festivo, solo festivi oggi, casello, provinciale, spolverare il centro della corsia, scappi, l’acceleratore non basta, raggiungerò mica il tragitto di un bel rimpianto, ci dimentica il tempo, ma io volevo dire, sono certo che, prendendo in considerazione il fatto che, ma, balbuzie eccezionale per il pubblico, tragedia in sessantadue atti, incredibile il normale, non cambio niente, ma, i rimborsi li lascio al dirimpettaio, bellissimo il colore di questo vecchio sipario, aspetto, prima o poi mi nasconderà, ma tu, aspetta, il turno, la firma, il disastro, l’ispirazione, la fortuna, il caso, il tuo proprio tuo, applauso frizzante, sipario nuovissimo, ciao.

Qualcuno ha visto qualcosa?

Una candela al polo

Voglio una candela al polo, mettete una candela al polo. Ho bisogno di credere che anche un piccolo calore sappia resistere, sopravvivere senza fare male a qualcuno, come invece spesso succede alle cose che bruciano. Incapace di sciogliere ghiacciai, alzare maree, senza infastidire gli equilibri.

Vorrei essere una candela al polo anche se il polo non l’ho chiesto. Mai a corto di cera, quasi sul punto di cedere al vento forte, a volte in anticipo o in ritardo sulle mie stesse previsioni di sopravvivenza della felicità. Con il calore che basta per distinguersi dal bianco. Al posto sbagliato ma per qualche motivo, il posto vedi, mio, quindi occupato e protetto. Vorrei essere una candela al polo, faticare che sembra per niente. Brillare che sembra niente. Vivere senza tappeti e con un cielo così grande da scordare i tetti. E smettere di pensare di essere incendio, che tanto di incendi ce ne sono già abbastanza, e di avere sogni accaniti.

Vorrei essere una candela al polo, di nessuno e di tutti quelli che arriveranno fin lì. Luce, poca, luce, tanta, è solo riflesso. I tuoi occhi si fermano sulla luce più evidente. Vorrei lasciare all’aria una fiamma che sembra un sorriso da recuperare. Da ingoiare. La vita è quasi tutta da scongelare. E poi proseguire, come una pizzicata. Ad insaputa.

Mettete una candela in un pezzetto di polo, nord, sud, con l’elicottero, con l’accendino. Lasciatela alla sua stupida missione e tornate.

Nel frattempo noi spareremo a zero sul cuore fino alla fine della nostra guerra mondiale. Belli e inconcludenti e arresi, a tutte le evidenze che da sempre siamo ma che si scoprono solo durante i conflitti.

Luce, poca, luce, tanta, è solo riflesso. I nostri occhi adesso di luce fissano quella che è poca, quello che non sembra. È più complesso, più interessante. Forse adesso siamo diventati grandi davvero come la vita, quella stupida missione che ci serve per morire, arrivati a una nuova partenza. Caldo nel freddo, evidenze sulla pelle delle mani che non lasciano orme.

Alza il collo, sono tutti impegnati con le loro battaglie. Non ci resta che morire insieme, aggiungeremo un posto al cimitero dei sentimenti, abbassa la voce, alza un crisantemo. Io alzo un pensiero da non dire. E alla salute. Resisteremo tutto il tempo che ci serve per morire. Una volta per tutte. Di amore o di chissà che altro.

Va tutto bene

C’è una immagine che i miei occhi continuano a vedere: è inverno, primavera, autunno. Lei torna stanca a letto, la mia mano è tesa. Sembra quasi il sorriso di un primo incontro che sbatte sul vuoto. Teso per un attimo. Una luce tenue crea un’ombra deforme che esplora il muro. Le sue palpebre si chiudono. Parte un sonno diesel dal borbottio costante. Le mie pupille sono aquiloni scappati dalla mano di un bambino che piange. Sono stanco di questa immagine, vorrei cambiarla. Ma non è una diapositiva e anche se lo fosse l’immagine comunque si ripete. È ferma ma vive. Dentro l’immagine si respira come per riprendere il fiato da una fatica ingiusta. Una macchia gigantesca di notte ci circonda. Stiamo vivendo, l’indispensabile. Spaiati nell’oscurità. Con il nord a puttane. C’è stato il tempo e c’è ancora, ma ora non lo cerchiamo. La macchia di gravità, scura di notte, risucchia le ultime preoccupazioni e i rimasugli di forze. Per cosa, a chi, sarebbero servite le ultime energie? C’è una frase che continua ad occupare abusivamente la mia mente, quasi uno slogan per perdenti: “Rilassati, va tutto bene. Ma non si sa dove”.

 

– Hai pianto? 

– Quel che faccio con i miei occhi non ti riguarda.

– Stai di nuovo esagerando?

– Esagerare per me non è un’esagerazione, lo sai. Ci sono abituato. Direi che è una normalità.

– Smettila di bere.

– Smettila di darmi i motivi per farlo. 

– Come è andata oggi?

– Come sempre. E a te?

– Anche a me.

 

Ripeti. Se non ricordi ripeti. Se non lo sai ripeti. Se non capisci ripeti. Ripeti. Le parole, le immagini, i ricordi, i posti, i calendari, le volte, i come, le previsioni, il tocco. Non servirà a niente però tu ripeti. Quando ti chiederanno che cosa hai fatto nella vita risponderai di aver fatto il massimo. Di aver ripetuto. In un’immagine ferma e viva. Un po’ tua e un po’ no. La bocca secca di ripetizioni e i silenzi zuppi di evidenti negazioni. Ripeti a colpo sicuro, senti che va già meglio.

Ho due piedi senza primi passi e comunque c’erano troppi sassi ancor prima che mi accorgessi, tra me e i tuoi sapessi.

Ho due mani di picche, un respiro che è una colomba e un ciclone tropicale di categoria cinque. Il cuore un fortino abbandonato. Ho una testa di mille pensieri da ipotecare per tirare avanti qualche giorno. Ho dieci unghie che progettano rotte di rosso carminio sulla tua schiena latte. La coscienza è una casa di specchi senza ripari. Ho due occhi che sono punti di sutura aperti da cui esce vita. Ho un collo che sarà di nuovo ancoraggio. Ho due dita che sono una proposta. Ho un silenzio da tre megatoni. E un mondo in cui non entrerai mai, esiste solo per me.

C’è un’immagine che rovisto tra tutte quelle memorizzate nella fantasia. Ci sei tu, sconosciuta, quasi. Non spalanchi le braccia al nostro incontro, non domandi, non ti aspetti di meglio. Vivi un po’, così, perché non sei morta. Tutto qui. Storta e dritta, come viene. L’energia nascosta sotto il maglione supera quella del mio silenzio, gli stivaletti neri da dark ti fanno sembrare chi non sei. Anche tu morta decine di volte, come me. E viva, sempre, in un mondo in cui nessuno entrerà mai per mancanza di autorizzazione. L’immagine è ferma ma vive.

 

– Allora, andiamo?

– Andiamo.

 

Perché tu sei quel che deve ancora esplodere. In giro per la vita. In me. In altri. L’immagine vive. A che piano siamo? Non riesco ad immaginarlo. La notte scaglia lampi di umidità alle ossa, ci proteggiamo distraendoci con le nostre vecchie storie. Tu sorridi con gli occhi abbassati come le tapparelle. Ché è ora. I gatti randagi sfiorano i muri del palazzo, qualcuno dorme al freddo su una panchina. Siamo fortunati ad essere meno sfortunati.  Meno soli. Qui è pianura, si vede tutto, dai capelli ai piedi. Possiamo cadere senza farci male. Conservare i vestiti insieme ai sogni e al nostro pezzo di cuore preferito. A che piano della vita siamo? Non ci voglio pensare. L’immagine vorrebbe filare via, invece si ripete. Meno sconosciuta di prima.

Trova una forma per la mia anima, prendila in mano. Separala dal mio corpo, trattala come il mio corpo. Lasciami chiudere gli occhi, lasciami perdere tempo. Qui è pianura, si vede tutto fin da molto lontano, anche ad occhi chiusi, come nelle migliori cose che finiscono male. Sdraiati senza niente. Vivi nel senso di consapevoli del valore delle nostre piccole unità di tempo. Un’energia. Un silenzio. Vivi, noi, come viene naturale sbagliare e rivoluzionare, inventare e nascondere. Il mio naso cerca il profumo nel tuo maglione, la mano cerca una pulsazione. Ne trova diverse, sparse. Forse unendo i punti scoprirò di che costellazione sei fatta. Le tue palpebre si spalancano, le labbra si aprono. Ripeti qualcosa mentalmente. Ripeti, ripeti. Cosa non me lo dirai mai. Un respiro entra anziché uscire. Una serratura scatta e si apre uno dei tuoi cancelli mentali. La notte in un bel silenzio si prende l’appartamento. È quasi una prima volta, tu tremi su me. Fissando il vuoto ti tengo, come tu hai tenuto la mia anima e ti rassicuro:

“Rilassati, va tutto bene. Ma non si sa dove”.

È stato quasi

Tu sei la parte felice. Ma io vado oltre con lo sguardo, dritto finché l’orizzonte curva. E inizio a immaginare. Sento che si muovono un sacco di cose dall’altra parte, immagino strade per tornare e per scappare, sento la velocità delle cose che succedono. A volte le cose come oggetti si sfiorano mentre altre volte si spappolano addosso. Tutto più o meno come qui dove siamo io e te. Dove imbarchiamo tante di quelle cose da non poter andare oltre i limiti perché ci siamo già, e dove siamo felici di poter realizzare un’ottima annata a scapito del tempo netto che resta per il bisogno di noi, in tutto questo le notifiche in mezzo a disturbarci, e un’opera d’arte, una meraviglia, un sogno. Poi tutto cambia. Ancora.

Tu sei la partenza felice. Il suono della campanella sul ring e l’Oṁ lungo e leggero in un tempio buddhista. Quel pezzetto di aria che strappi con le unghie e con i denti dalle polveri sottili che escono dalle vite degli altri. Senti come soffia, sei sopra le colline del Chianti. Ma io vado oltre con lo sguardo, dritto finché uno specchio riflette me. E inizio a pensare, a non piacermi. Penso che ognuno racchiude a sua volta il suo stesso inizio e la sua stessa fine, molte partenze, qualche scivolamento, molti rallentamenti, qualche stop, una fine. Sento che si muovono un sacco di cose tra questa parte e la tua parte e le parti degli altri. Inspiegabili. Colpi sparati in aria per avvertire, colpi per fermare. Un buon vino, lo schiocco potente del bacino lascia il segno e muore nella notte, un’opera d’arte, la domenica al mare. Sento la velocità, è un phon puntato. Asciuga i cuori. Alcune di queste cose convivono tra di loro, alcune si sposano, altre si odiano. Qualcuna muore insieme. Decidono loro. È più facile essere un’ottima annata che un arrivo felice. Ah, ce ne vuole ad arrivare.

Quante volte dovrei versare in questo bicchiere, quante volte dovrei guardarti stanca amare soffrendo, quante volte dovrei scrivere con speranza di te, quante volte convivere con l’idea di lasciarti alla fine come ti ho trovato, incompleta. Quante volte sarebbe utile riflettere sulla velocità delle cose che succedono e che seppelliscono altre cose, idee, sentimenti. Neanche mezza. Neanche mezza volta serve a chi, davanti a uno specchio, sentendosi sbagliato, punta un phon contro il cuore.

È tutto nella partenza e tutto nella fine. È semplicemente tutto in ciò che è. Inspiegabile. Meraviglioso. Cattivo. Nella velocità delle cose. Che restano un quasi. Indomabile e magari indimenticabile.

Questa bellezza 

vale una lacrima

eterna

e per qualsiasi ragione.

But nothing

Entrò nell’ascensore vuoto, stanca di non poter cambiare, con occhi senza un altrove. Un pensiero sì, c’era, solo, da non dire. Sfiorò il tasto 3, in rilievo per i non vedenti dell’amore e e per quelli di ogni cosa. Come avrebbe voluto sfiorare allo stesso modo i contorni in rilievo di quel pensiero. C’era soltanto la sua presenza silenziosa, un grande specchio e un vuoto che finiva su una superficie molto calpestata. I suoi occhi baciavano la polvere sopra le scarpe. In fondo, lì dentro c’era tutta la vita che era anche fuori. Più un pensiero.

Quasi il set di un film russo. Non un pensiero appassionato il suo ma vivo di vita propria, slegato dalle radici della realtà di provincia e libero dallo scopo di diventare gesto. Neppure un pensiero desiderato, forse neppure verosimile. Né un sogno, né un’illusione. Qualcosa che dura di più: un desiderio non ammesso, come un delitto, destinato a rimanere irrisolto come quelli in cui si trova la vittima ma non il movente, l’arma del delitto e soprattutto il colpevole.

Nella vita si aprono le porte, i portoni e anche le porte scorrevoli degli ascensori. Così uscì. Con lei il pensiero. Trainato da due spalle fiere leggermente curve per la stanchezza accarezzate da ciocche di capelli trattati con un colore di seconda scelta. Verso uno snodo, un culmine, come si aspettano tutti gli altri pensieri e come puntualmente succede. Ma non arrivò. Il caffè preso al bar di fronte alla libreria non poteva dirsi un traguardo appena a metà mattina, nel chiasso delle stoviglie e in quello del traffico che si riversava sino al bancone. Senza zucchero. Come sempre. Le belle abitudini sono bellissime, ti aiutano a pregustare le gioie. Certi pensieri sono belle abitudini che ti ricordano la gioia del prossimo ricordo. Effettivamente il fondo della tazzina non aveva più nulla da suggerire, pagò il conto e fece fare un giro al foulard. Un’occhiata al solito posto, gli angoli sporchi della città sono libri aperti per chi sa leggere. Se ti fermi. Anche se non hai tempo. Torna un pensiero, tra tanti.

Lei è in un ascensore che sale, sale sempre. Sessanta piani anche se il palazzo ne ha sei. L’ascensore si ferma prima che sia troppo alto per vedere tutti i condomini, i rioni, le frazioni, i campanili e i frutteti, le piazze e i muretti a secco che delimitano campi ormai incolti. Rivede la sua giovinezza semplice, le strade asfaltate di recente e le nuove costruzioni, l’area dei casotti del mercato del pesce che non c’è più. Passato e presente. Allungando lo sguardo riesce a notare il palazzo dove abita ora con la sua famiglia. Tira fuori il cellulare e scatta una foto. Ma è troppo in alto, è un puntino. Ecco quello è il futuro, pensa. È casa, ma non si vede bene. L’ascensore precipita nel vuoto come se dovesse schiantarsi a terra, potrebbe davvero essere tutto finito. Invece è solo un pensiero. Si gira dall’altra parte ed è sempre Palermo nel suo splendore consumato. Solo un pensiero, il futuro. Sarebbe una bella abitudine se non cambiasse così spesso.

Siamo noi a non cambiare. Il caldo strangola le vocali, ingigantisce un’isola da percorrere con amore e passato, rimpicciolisce le vie di fuga per la stanchezza. Siamo sempre noi all’ultimo piano di qualcosa, con un grande specchio che mostra i segni peggiori e non le cose migliori che hanno causato quei segni e della polvere di chiunque da sottovalutare. Stagioni e mezze stagioni, senza o con, cambiamento contro un “vedremo”, andare contro restare, sperare contro mollare e andare avanti. Siamo noi a cercare, ad approfittare e a cambiare il corso del presente appena nato. A dire “no” agli stop urbani e sì agli scali internazionali. Lo sa ma non vuole saperlo.

Avrebbe due frasi per dire ma le tiene per pensare, è fatta così. La sua passeggiata mentale è tutto un passo verso l’apocalisse del pensiero standard, vuole sentirsi in alto. Più in alto. Vedere, capire, farsi prendere dai pensieri. Da un pensiero alla volta. Da quel pensiero. Farsi possedere, colpo dopo colpo, sino alla stanchezza massima. È lunga la via dei platani, il venticello è cordiale. La pelle delle gambe ringrazia. Le pasticcerie sono stracolme di cannoli, un odore indefinibile di vecchio e di mare ai bordi delle strade. Sembra il set di un film italiano. Sta tornando, è stata una giornata intensa che diventerà inconcludente. Stanca, moderatamente consenziente col presente. Abituata a vivere al plurale, pensare plurale e sentirsi al singolare. Solo un pensiero lungo il ritorno, che un giorno un nuovo futuro coincida con il caso e la fortuna del merito. Per uno snodo, un culmine. Ma ora, ora niente.

Non è un dolore per noi

Una goccia sopra una goccia, se non è stata proprio quella allora era un’altra, quel vaso è traboccato e qualcuno sta pestando il troppo che è fuori. Di qualcun altro. Del dolore. Del troppo.

Quello sgocciola, cade libero fuori dagli occhi, dai ponti autostradali, dai barconi in mare, dai crepacci delle vette invernali, dalle rovine di confine estremista come dai marciapiedi di Westminster. Cade, nelle iridi trema la luce, a raccontare trema la voce, a fermare con tutta la forza tremano le braccia. È la forza della gravità veramente grave, dell’inevitabile e dello sbaglio, tuo o di qualcuno. Quello sgocciola. È una forza che è una debolezza, qualcosa lo rallenta e invece niente lo risucchia via. Nessun percorso inverso.

Ti guardi intorno cercando qualcosa che possa salvare la tua vita, proteggerla da quel gocciolare. Un posto idrorepellente e amore dipendente per proteggere la tua famiglia, perché continui ad esserlo. Famiglia. Né meglio, né fantasiosamente, né trascurabilmente, né deterioramento. E ti giri, la tv ha uno schermo grande ma offre solo titoli irrealizzabili e punti di vista surreali, dall’altra parte vedi il web con le sue sentenze, la rabbia, le manie sotto forma di commenti, con le tendenze in prima linea quegli hashtag che, più che altro, raggruppano ogni giorno enciclopedie digitali di tempo libero rubato alle persone interessanti. Ti giri, e cerchi, sembra che sgoccioli anche quel signore che ride e allora non ti fidi più neanche di chi ride, perché se ti imbroglia solo con un sorriso chissà cosa farebbe con i tuoi sentimenti. Giri con un trolley, un rossetto, un tatuaggio sbiadito e Google Maps aperto sul cellulare.

Qualcosa ferma il tuo tragitto però, sgocciola qualcosa dall’alto, fermarti ti ricorda che non vuoi morire come forse quelli al piano di sopra. Ti ricorda che tu non siamo noi. Che tu non sei tutti gli altri che vorrebbero decidere per te e nemmeno tutti gli altri che non sanno nemmeno che esisti. Ti senti. In mezzo al troppo. O traboccherai sgocciolando via oppure sarai quella che, il troppo, è pronta a pestarlo con scarpe sporche e cuore in obbligato autocontrollo.

Segui il filo del discorso, non ti distrarre, lascia stare il trolley e il puntino fermo sulla mappa. La destinazione è il filo del discorso e il discorso è una mano silenziosa che ti preme leggermente il viso e il cuore pesante. Senti? Sei arrivata a destinazione. Ti guardi ancora intorno, smarrita. E ora, nessun percorso inverso, nessuna soluzione alle gocce di troppo, nessuna perdita di tempo sugli schermi luminosi. Nessuna salvezza anticipata, concludi.

Chiudi gli occhi per lutto, una goccia sopra una goccia, sei morta un po’ anche tu in tante piccole cose ora morte. Una goccia per ogni dolore visto e sentito e sfiorato e provato e causato. A modo tuo. La mia mano è per questa stanchezza che ti invecchia e mi spacca, mentre tu, rigida, non scivoli che in maniera controllata. Di me ti fidi perché ci sono, irrimediabilmente, e non rido. Alla prossima destinazione ci penseremo, una goccia sopra una goccia, un troppo alla volta.

L’indifferenza non è un dolore per noi.