Colla

Due cellulari parcheggiati in doppia fila, luci filtrate da lampadine invecchiate dalla polvere, una gran voglia di scappare senza avere le energie per aprire la porta verso un nuovo pedaggio. Prendere un’aspettativa per un viaggio mentale improvvisato. Oppure infilarsi nel frigo, ci starei anch’io lì dentro e senza cambiare temperatura. Scappare nel metaverso, che tanto nessuno sa cos’è. Chi verrebbe mai a cercarti dentro a un uragano americano mentre canti la tua canzone preferita, come in doccia, in un brutto posto che non esiste. Poi, studiare tutte le lingue in cui non vi capisco con le scarpe appoggiate sul bordo della scrivania. Uno dei due telefoni segnala una notifica. Un altro incidente di percorso. Resterà il crash, non test, si perderà il percorso. Il capo oscilla, ma guarda, le pupille giocano a flipper. È proprio lei. Una speranza immotivata. Velocemente passo al “cosa mi faresti se fossi qui”? Conoscendo già la risposta. “Ti sorriderei”, mi scrive. “Così mi sorrideresti, e ne vivremmo”.

Ma la storia ci porta a destra e i piedi a sinistra. Dormo quando sei sveglia, mi procuro spazi nel momento in cui moriresti per un abbraccio. Vorresti essere fermata, smettere di correre verso casa, mentre la strada è un silenzio di verità inespresse. Solo essere obbligata a fermarti. Perché a decidere proprio non riesci. E dove poi? Accosti solo in prossimità delle aree di sosta malinconia.

Immagino tutto, che ora è niente e poi sarà mai. E mi sento un pavimento a cui mancano delle piastrelle importanti, che non può essere calpestato, soprattutto in assenza di luce senza essere un inciampo continuo. Anche tu ti farai salto in lungo e in alto per evitare l’accidentata meraviglia della mia anima. Ne sorrido, con lacrime di non scelta che lo sono benissimo, scelte. Vanno come un dirigibile benedetto, senza comandi, indirigibile. Stiamo crescendo, adesso, stiamo separando le cose togliendo la colla da dove non serve e i nostri pensieri sono per chi davvero conta, sul nostro stesso nastro trasportatore, anche per chi resta sempre in secondo piano. Il vuoto evidenzia tutto, scolla l’apparenza dall’essere, differenzia il silenzio che parla da quello che confina.

Non seguirmi, io porto ad altre parole e ad altre cose intricate che timbrano e tornano indietro. Piantare un albero dove la terra si è bruciata e sedersi sopra le sue radici guardando fiduciosi il sole. Dire più “sì” e spiegarli. Non aver bisogno di togliersi i vestiti. Poi, fare spazio nell’ombra, metterci dentro tutte le emozioni per salvarle dal pessimo clima. Baciare ogni anno, anche se è più difficile. Stringersi da soli, nell’umidità fra le zanzare con le ginocchia stanche. Non aspettare la pubblicità per cambiare canale, smettere di pagare per pagare per vivere i film degli altri. Fare gli astronauti part time senza sentire la necessità di tornare. La parola gentile è un’onda di cariche elettriche che guidano verso nuove galassie che camminano su due piedi, vacillanti e immense. Lasciamoci risucchiare.

Non ti seguo, non seguirmi. Però incontriamoci, un giorno a destra e uno a sinistra. Diamoci la mano con la colla tolta da dove non serve, ora nelle mani. E poi dappertutto.

Strafalcioni col cuore

Della vita ho capito poco, magari mi applico poco o semplicemente è troppa. Sarò distratto, perditempo, meno sveglio di quel che serve. Qualche pezzo manca. Sicuramente lasciare che una penna su un foglio spieghi tutto al posto tuo è meno faticoso, decisamente meno arduo del doversi sempre caricare in spalla situazioni troppo dense, sguardi addolorati, sfide perse o mancate. Più semplice che gestire le tensioni del continuo dare e ricevere, di rispondere agli equilibri imprevedibili che ci interrogano, spietati. Però alla vita puntualmente si torna, senza esserne mai usciti del tutto.

Della vita ho capito che vorrei vivere più cose, in effetti, ma non per una questione di quantità. Non per farmi chiamare campione, ho vinto, ho guardato dal gradino più alto del podio, con l’orologio che segna solo i minuti di gloria, seguitemi, copiatemi, invidiatemi. No, vorrei vivere più cose all’esterno di me per sentire più cose dentro. Fuori l’esistenza si limita, troppe barriere e insufficienti opportunità. Dentro è infinita, è da dentro che capisci se stai vivendo o meno. Vorrei vivere di più sentendo, ascoltando, per spaccare il monoblocco di indifferenza, noia e consuetudini inutili che come miliardi di micro plastiche alla deriva raccatto nel cuore. Vorrei avere quella fame che non ti fa venire la paura di ingrassare, quella fame che ha il permesso di sbagliare agli occhi di qualcuno perché non si sazia della loro approvazione. La fame del prossimo passo e di tutto quel che sarà guardato con nuovi occhi. Non di una selezione. La vita non è un menù. Il meglio che qualcuno ha scelto per te, per vendertelo.

E vorrei fare tutto il possibile, sentendo che è sufficiente, per me e per gli altri ma senza quella stanchezza di fondo che talvolta si sente ancor prima di iniziare. Uno scavo mai coperto da risposte o carezze. E vorrei rendermi conto di fare la differenza, senza la penna e senza parole. Farti splendere con il riflesso di ciò che sono, con tutto quello che di me non sei capace a rinunciare. Forse così tanta luce non la conservo nemmeno per me. Potete averla voi quando uscirà dal buio.

Lasciamo che il cuore spieghi tutto al posto mio, una stesura di getto senza correzioni e promesse a margine. È la cosa più difficile portare sé stessi in altre persone e realtà, tutte le versioni, e continuare ad essere utili nonostante il fardello di contraddizioni e punti deboli. Tenere passione ed entusiasmo stretti stretti tra tutti quegli strafalcioni che si presentano con l’impressione, con il conto, la verità, il cuore. In ogni caso non siamo da correggere con la penna rossa, mettiamola via, non siamo da spiegare. Basterà essere. Dentro e fuori, due cose diverse da vivere. In ogni caso di più.

Inverni nostri

Guance rosse di sentimento. Però freddo, coscienze sparpagliate in piazza, sentimenti messi a stagionare. Mani di contenimento. Poggiate contro muri di indifferenza sfidano scogliere frangiflutti in porti mai sicuri, mani pronte a costruire muri che devono impedire ai poveri il bagno nella piscina dei ricchi, quei ricchi che mandano avanti il mondo, che sono il mondo. Non preoccupa la temperatura che farà il giorno in cui ci ammazzerà. Qualcuno farà in tempo a svendere la casa al mare prima che sia sommersa dall’innalzamento delle maree. Mani impotenti aggrappate a muri invisibili ma non finti, vere barriere digitali, schermi e bacheche destinate a disturbare lo scambio di informazioni tra un lato e l’altro del cervello. Mani che rifanno la facciata in continuazione e dall’altra parte neanche un quadro. Fermati. Ascolta. Prova a sentire il non detto. Non inciampare su un muro. Sei oltre.

Dita rigide per il freddo, una calza sfilata appena sopra il cappotto. Spifferi da temere, quelli, come certe parole. Timbri il biglietto e la coscienza con te, buon viaggio con posto numerato quasi comodo o comunque alla meno peggio. Tracci scie di profumo. Dici pensieri sinceri, caldi e che non faranno mai le nuvolette in aria a persone che non possono capire. Sulle scale mobili della metro qualcuno sogna una seggiovia, s’incrociano scorze di sguardi stanchi oltre le mascherine effe effe pi, chi è stanco si fa cullare dal movimento. Basterebbe una metro sciovia, un collegamento diretto dal centro storico alla vetta per dare un senso a tutto il freddo generale, all’inverno imposto. Qualcuno è più leggero all’andata, qualcuno rinasce ogni giorno al ritorno eppure il freddo lo si sopporterebbe meglio lì, dove è naturale che ci sia. Dove gli si può andare incontro preparati.

Intravisti, non veramente scambiati. Noi. Se hai il tempo di un caffè ci vediamo al prossimo binario morto, così, per raccontarci una barzelletta degli anni ’90 quando ancora facevano ridere, per commentare le vite sprecate degli altri tra live streaming e troppi “ho sentito dire”. O magari leggiamo insieme la colonna dell’opinionista di parte pagato da un giornale di parte pagato da inserzionisti di parte pagati a loro volta da partiti forti e da banche pronte a fallire come i negozi dei pachistani.

Oppure. L’articolo di fondo lo scriviamo noi, ci facciamo una gran sciata sopra e non scendiamo a restituire lo skipass. Mai giù, dalle parole più difficili da dire, non scendiamo più dalle verità fragili e sottili. Mano contro mano. Il freddo nelle tasche, i muri nei libri di storia. C’è un tocco delizioso, un pensiero che fa sospirare, un gorgo di troppo. A ognuno i suoi passi, le sue galassie. A ognuno la propria temperatura, la capacità di tollerare. A ognuno il proprio silenzio da compilare in forma anonima. Camminare, calpestare la stagione con aria di sfida, timbrare e fotografare e condividere ogni timbro.

L’inverno è nostro, scomodo e nostro. Quindi facciamoci quello che vogliamo. Lasciamoci coprire o spogliamolo e prendiamogli il meglio. Se non ci troviamo parliamoci con i movimenti delle labbra a distanza, le parole che non sentiamo restano regali che sappiamo e poi scarteremo. Gli sguardi che non buttiamo sulle già troppe assenze sono sguardi guadagnati. Il capello trovato sul maglione, la perlina sulla mattonella, il dettaglio della barba, lo sguardo sull’ultima volta che è stata felicemente troppo, oppure uno sguardo dritto negli occhi dentro lo sguardo. Guarda. C’è altro. Capisci cosa voglio dire solo se ci provi. Le regole si possono perdere in un attimo mio sergente. Guarda. L’inverno e queste mani che possono fare, sempre. I colpi e i contraccolpi, le rotte e le improvvisazioni. Ti stupisci ancora? Mettiamo in conto quanto più possiamo e poi spegniamo la calcolatrice, il totale facciamolo calcolare al muscolo in alto a sinistra. Il tempo non guarda le stagioni, prosegue il suo cammino e questo ci insegna un fatto semplicissimo: l’inverno deve valere quanto le altre stagioni. Le lacrime non sono più bagnate, i dolori più profondi, le opportunità scomparse. Non si può perdere l’inverno, si deve vivere come l’inverno richiede. Forse sbaglieremo ma almeno ci cercheremo negli errori e smetteremo di sentirci come dune di sabbia.

E di amore non parlare, non sono le parole che stupiscono. E di resistenza non parlare, siamo qui ed è dire tutto.

Fare tutto come se niente fosse e tutto come fosse niente

Una spesa quotidiana di opportunità, sono in corsia a scegliere le migliori. Poi faccio i conti con quel che ho, il bancomat leggero e tutto quel futuro prossimo pianificato che ha il suo bel peso sul bilancio. Detrazioni, deduzioni. L’anno fiscale strizza l’occhio ma ti vuole ammazzare, obbligazioni come soluzioni, c’è un mercato di nicchia su cui puntare il prossimo brivido. Azione, come suona bene. Le compri, le rivendi ma soprattutto le fai. E loro ti fanno essere. L’aurora boreale gratuita e i niños che mangiano in una mensa per poveri di Condebamba, in Bolivia. Sarà giusto farmi andare bene qualche possibilità di seconda scelta.

Abito dietro la fermata di una stazione ferroviaria e il rumore delle volte è insopportabile. Disturba i sogni. Il convoglio si ferma per pochi minuti ma frena per troppi secondi, puoi capire questi treni vecchi fanno un rumore, non riesco a concentrarmi sul discorso. Il sole è impietoso qui, dai binari si alza l’aria bollente e le finestre dei palazzi sono tutte aperte. Anche quelle dei bagni. Caldo e rumore. Gli incubi aspettano la quiete della notte per lanciarsi fuori. Dicevo?

C’è sempre un punto, quello a cui ci chiedono di arrivare gli impazienti. A volte a quel punto dobbiamo arrivarci da soli, anche quando è tardi ed è freddo e lontano questo incomprensibile zig zag. Bam. Un puntino. Un’opportunità. Un momento. Che non è mai stato così.

A pensarci fa pure male perché non resta fermo, è la causa di certi dolori sottili. Resti seduto a metà, storto. Quel momento lo senti fuori ma anche dentro, l’attimo in cui puoi cambiare tutto o il tutto che serve a te, quello “se vuoi puoi” e tu vuoi, vuoi sempre. Ti sei mangiato il mondo, non ti faceva nemmeno da spuntino. È lì quell’istante, incastrato, sperato e maledetto, amato e allo stesso tempo odiato. Hai il grido che non sapevi di avere, una mira che non avevi mai esercitato. E che diavolo importa, funziona. C’è stato quel momento in cui hai seguito il punto cardinale giusto per splendere, per farti seguire da qualche dito silenzioso. Hai ancora le scarpe di quel bel pezzo di strada, non le metterai più ma non le butteresti mai. C’è appeso un vestito che è stato sfilato dal tuo corpo in un modo che, che quello non torna. Uno scontrino di una libreria, qualche frase sentita sottolineata, un contratto accettato, un appartamento quasi tutto da pagare, una fotografia che dice sempre ora e luogo. Cancella. Recupera. Oppure un banale messaggio sul telefono, cancellato ma ricostruito decine di volte nella mente. Tanto lo sforzo che nei buchi neri nostalgici ti concentri a metà, storto il sorriso incompleto.

Dicevo? Bam. Non possiamo collezionare tutto. Sarà giusto farsi andare bene quello che ancora non ci è caduto dalle braccia. La spesa, qualcuno che ha i nostri stessi occhi in miniatura, il nostro stesso petto, l’emozione di un pensiero semplice, la dignità, l’ostinazione che gli impazienti chiamano follia. E se questo non ci basta si può vendere qualche azione. Come smettere di fare, fare tutto come se niente fosse e tutto come fosse niente. Aspettare, più a sud. Non rispondere, farsi distrarre dai treni e dai gatti, investire gli impazienti fuori dalle strisce. Ridere con un gargarismo di Chianti, lasciare la penna rossa fuori. Fuggire dal punto. Lo sai che è un’infrazione del buon senso.

È questa la festa del mio, del tuo prossimo discorso, muto e pieno. I cui fluttuano spropositati sogni.

Di fretta

Un tiro diventa subito mozzicone, un panino una corsa, il pollice scorre sul virtuale dello smartphone e poi il traffico si riprende la scena. Atto secondo. Scusa ma vado di fretta, se non andassi di fretta come potrei amarti, dovrei pensare a quanto deve costare. Atto terzo. Tu sei dall’altra parte, lo sguardo non è verso ma sverso, un passaggio da qualcuno è quello ti che serve. Rispondi e cancelli, apri sogni scadenti e ti ricomponi, fai quello che vuoi ma trova il ritorno. Apro il rubinetto ma non esce niente, ghiaccio chiama ghiaccio. Balli senza musica dopo appena un bicchiere, scivoli per errore sul solito. La vita non è un gin tonic, è una forzatura. Tornerà presto.

Le palpebre non devono lottare, nel cuore la rabbia piatta della resa. Ti giri, riavvolgi, già pianifichi il resto. La scena. Mi giro, piano forte, raffermo come una pagnotta. Un tempo diventa mezzo. La notte mi sfugge dai propositi, si prende quel che non c’era. Quattro quarti. Tutto quello che succede nel cuore ufficialmente non esiste. Neanche il tempo.

Vai di fretta, trascini tutti i pesi a fondo dove nessuno verrà a sincerarsene, insieme alle stelle. Il cuore non viene a galla, tieni il pollice alzato. Un’andata e un ritorno senza la pausa, un’onda indomabile. Questo sei? La marmellata che ti rimane all’angolo della bocca accende follie impossibili, da spegnere nell’indifferenza infrasettimanale. Vado di fretta, trascino tutti i punti cardinali fuori dalla galassia. Le mie scelte sono degli imbrogli ma ancora non lo voglio sapere. Voglio prima andare, anche non a braccetto, percorrere della strada a destra e sinistra, manovre vietate incluse. Arrivare a un punto. Conservare i biglietti timbrati di fretta. Arrivare a un punto e mai al punto, perché chi fa casa su un terreno che si sposta sempre? Essere come sul punto di essere accesi, ordinari ma sufficientemente ribelli, mediamente fregati. Rifiutare le risposte che non si possono avere. Nel silenzio calmo le parole decorative tienile tu e scrivici un libro.

Andiamo di fretta e ci fermiamo a vibrare come una corda nei giorni più soli e scontati, se è musica lo scopriremo dopo aver finito. Di fretta i miei primi quaderni di poesia, la mia prima auto nuova, i primi giochi per grandi, di fretta le prime ripetizioni di sbagli, i voti bassi, di fretta il marchio, l’affitto da pagare con pezzi di salute, gli occhi addosso, di fretta i viaggi per flirtare e fotografare, i bianchi mischiati ai colorati, le liquidazioni trattamento fine rapporto, le prime corse negli ospedali, le telefonate chi ha sentito che non sono stato poi così bene ma il passo non l’ha allungato, di fretta le prime fughe da quel che si deve e da quel che si potrebbe, di fretta tutto un ricordo. Di fretta l’odore del tuo letto, il sudore per le cose da sistemare nei cassetti e in tutto il grande resto.

Sempre in ritardo e di fretta, noi. Ma tutto quello che succede nel cuore ufficialmente non esiste. Neppure il tempo.

Tra pace e realtà

Stagna la sera, sgocciola il tempo e si perde. Dalla lontana centrale sta arrivando l’estate, attraverso tubature strettissime. Aspettiamo tutti. Aspettiamo con la testa che si sporge dai balconi. Le sopracciglia sistemate in casa fanno parte del poco di noi che, fuori dalla mascherina, può ancora comunicare in pubblico. Aspettiamo con le serrande giù, occupando spazi virtuali che abbandoneremo appena possibile, aspettiamo con un dubbio giornaliero timbrato. Aspettiamo ogni goccia, che ora chiamiamo opportunità, con una sete vera. Ricominciamo a fare le cose che siamo, cose che il tempo ci ha rubato con il nostro permesso.

Sentiamo tutti i particolari. Il sassolino nella scarpa e il nodo nella tasca. Qualcuno vuole sapere di noi. Noi vogliamo sapere di noi. Adesso tutti vogliono sapere. Qualcuno sta svanendo. Osservo il piatto del microonde ruotare, si ferma sempre dove capita. Non ci avevo mai fatto caso. Se guardassi con più fantasia potrei vederci una roulette, una giostra, la vita. A volte le cose si fermano, per un po’, ti lasciano lì sul posto. Dove capita capita. Chiamiamo la sosta fortuna o sfortuna. In mano teniamo già il prossimo gettone da spendere e in testa la fatica dell’attesa. Più lo conti più costa, il tempo. Forse l’immaginazione la stiamo perdendo, le parole le stiamo amputando, gli abbracci dosando. Stiamo appesi come i panni, prendiamo il tepore delle giornate lunghe dalle finestre, speriamo che le mollette reggano la fatica dell’attesa. Non ci piace dipendere dagli altri e non ci interessa che è sempre stato così.

Risvegli fotocopiati, alla fine salta comunque sempre un battito, il dito sul telecomando spera in un futuro che ci venga incontro facendo il primo passo, come un vero innamorato. Vorresti poter chiudere la tua storia complicata con il telefono con un “è stato bello ma, vedi, al momento ho bisogno di altro”. Arriva una nuova notifica.

C’è troppo silenzio dato a questo petto, troppo silenzio esce involontariamente dagli occhi inquieti delle persone. Più lo conti più costa. C’è chi si allena e c’è chi no ma la forza, prima o poi, trema per tutti. In un tempo che pare pozzanghera e invece resta mare da navigare.

Un poco di noi è sempre esageratamente bastante, te lo dico, con le lacrime che devono andare e gli occhiali che scivolano. Siamo stati disarmati al momento sbagliato, tra pace e realtà, ma ogni momento sarebbe stato quello sbagliato. Ho 13426 giorni dietro di me e ne ricordo pochi, c’è qualche persona dietro il mio nome ma non sono tantissime, ci sono numeretti che cambiano ogni giorno sotto il mio nome nelle pagine social e sono persone di cui vorrei avere idea. Ho una solitudine tutta mia che mi fa sentire qualcuno e delle complicazioni che mi insegnano a fidarmi di me. Ho una media da mantenere che conosco solo io perciò dovrò superare anche il prossimo massimo, tra un minimo e l’altro. Ho rettilinei e curve a gomito non segnalate, qui dentro. E forse non basto.

Chiedo di te. Tu cosa hai? Un poco di te sarebbe un poco di noi, esageratamente bastante. Disarmati, l’arma siamo noi. Chiedo di noi. Dei giorni che stanno là davanti e oltre, dei sospiri lunghi, del sudore, quello bello, delle lavatrici notturne fatte per risparmiare su una unica bolletta, delle attese vane, chiedo dei numeri che possono essere scomposti in emozioni, di cose da aggiustare con calma, del precipizio che possono diventare gli occhi quando prendono a sorridere.

Stringi l’idea che non basterà mai. Mischiamo i numeri che possono essere scomposti in vita vera. Sentiamo tutti i particolari. E vediamo quanto dura questo momento, tra pace e realtà.

Dopo l’ultima curva

Carezzavo la terra seguendo il percorso di erbe aromatiche con il naso all’insù. Senza immaginare altre strade, altre salite o discese. Riuscivo a percepire quella forza capace di tenermi incollato alla terra selvaggia in cui son nato. La gravità ma leggera. Guardavo a lungo l’orizzonte, come si guarda un inizio, giocando a dare forme immaginarie al vuoto del vento. Quello che piega e dà un verso ad ogni cosa, qui, dalla nascita alla morte. Se fossi stata qui ti avrei detto cose che già sai, di come è doloroso e bellissimo vivere e del tempo perso a costruire castelli inespugnabili di sentimenti tra le forme fragilissime del vento. Del “manco per sogno” come proposito di mancare. Ti avrei fatto chiudere gli occhi senza dir nulla, aspettando. Semplicemente. Per farti riconoscere il rumore del mio vuoto, insieme a quella necessità del sentirsi inutili, a volte, la magia della grandezza del piccolo gesto che scatta, spontaneo, da un posto remoto del cuore.

Sei seduta su un muretto, sono le diciannove e hai ancora gli occhiali da sole sù. Ti sei dimenticata da quanto sei lì. Il tuo tram tram è un pellegrinaggio, il salto a ostacoli non è per sport. Hai una casa che ti aspetta, pronta a ucciderti i pensieri, per questo resti in bilico. Divincolarsi in spazi strettissimi prevede grandi doti e abilità. La determinazione a far sopravvivere il cuore può bastare. Il pollice gira nervosamente sulla chiave che apre le portiere dell’auto. Cerchi un pregio, una motivazione per cambiare, magari persa in una svista o in un affanno di troppo, provi un ultimo pensiero sperando ti doni. Invece lo vesti stretto. La sera guiderà i tuoi prossimi singhiozzi muti, gesti accorti, sorrisi a risparmio energetico prima dell’atteso sonno. Lo farà la sera, come sempre, e non tu.

Quindi non ti raggiungerò, maledicendo il caso e inspirando profondamente l’odore di questo vuoto selvaggio per rilassarmi. Non conterò la distanza in passi o chilometri, in modi di comportarsi o in concetti, sapendo che sarebbe possibile farlo soltanto utilizzando la misura dei sentimenti. Se coincidono non vi è distanza. Se non coincidono ognuno sta preparando le mosse successive mentre gioca ai pensieri suoi, quelli del prima o poi. Altrove. Prima o poi.

Abbiamo poca immaginazione, vediamo fino alla curva. Il resto esiste ma non va inserito nel preventivo, le eventualità non si possono quantificare. Giusto. Siamo tutti eventualità e ci fermiamo tutti abbondantemente prima della curva che ne nasconde altre. Eventualità che hanno paura di altre eventualità. Eventualità che hanno paura di immaginare fin da subito, durante e dopo. Fino in fondo. Oltre la curva. Ecco cosa siamo. Pronti a vendere tutto per un bel pezzo di strada in rettilineo. E poi. E poi.

Magari dopo quella curva ci siamo sempre noi, uno spicchio agre di tempo, parole difficili da dire, posizioni da assumere, cuori da far esondare. Per il viaggio. Fino alla prossima curva o fino all’ultima.

Dannatamente bello e veloce

Sentirsi invisibili e allora camminare in equilibrio su un binario corto, morto. Togliti da lì, ragazzo. Urla il capotreno quando si accorge. Ma a chi urla? Qui non c’è nessuno. Adesso e durante l’inverno il metallo è gelido, scivoloso. Nei mesi caldi si arroventa, proietta aria calda. Sembra quella sopra le highways dei film americani, l’aria che balla, in attesa di essere spaccata da qualcosa di dannatamente bello e veloce.

Freddo acciaio, come erano i tuoi piedi. Acciaio bollente, come ricordo le tue mani. Stagioni. Passano, come sei passata tu, e qualcuna, inesorabile. La vita non fa promesse e allora ce le facciamo noi, stagione dopo stagione. Ne ho qualcuna di promessa inesorabile qui, invisibile come me. La lascio cadere dove termina il binario. Pesano. Chissà perché ancora le tengo, anche se i miei occhi non cercano e se il mio adesso è in una galassia che nessuno ti ha insegnato. Chissà perché hanno ancora una radioattività minima e un bene da un abbraccio e mezzo che porterebbe a tutto.

Promesse binarie, funzionano solo se vanno in parallelo. Adesso son rimasto io, che sono binario nel senso di due per volta, per la fatica, e che faccio tutto da me con una promessa che viaggia singola: non andare semplicemente avanti e non pensare ovviamente in grande. Solo pensare, che è già qualcosa da queste parti. Se capita in equilibrio.

Resisto tra la gente, invisibile. Se ruoto di 360 gradi questo diventa un binario che inizia e, dopo un immediato svincolo, mi riporta da voi. Che avete futuri visibili, e promesse in triplice copia. Visibili dagli occhiali a specchio da una guglia del Duomo o dal risvoltino ai pantaloni su tutti i pantaloni del fine settimana. Visibili con quei videocitofoni immensi, e le finanziarie, e i racconti delle vostre avventure che “non sai chi ho conosciuto”, e i 23o “mi piace” meritati sulla vostra foto profilo. Visibili perché con un seguito reale o surreale, ubriaco, sciatto, noioso, matrimoniale annoiato. Un seguito doveroso per salvarsi dall’invisibilità.

Ah, ma io il percorso inverso non lo farò. Ragazzo, adesso ti faccio portare via. Dice a chi? Il capostazione stanco. Sono invisibile e sono già via. Com’era bello il tirarsi delle labbra davanti a un bel motivo. Io non lo cambierò, dicevo. E accettavo ogni temperatura, sopra o sotto le lenzuola, per sentirmi tutto intero. Sembra quasi una storia, una finestra sull’oceano sbarrata con assi di pino e chiodi. Scusate, un ricordo. Io resto qui. Butto tutto giù, saliva e lacrime e vaffanculo. È tardi, anche se non so per cosa. Il binario vibra, un treno in arrivo. I visibili torneranno a casa per dirsi poco e niente nel miglior modo possibile. L’uno contro l’altro, un binario morto, insieme finiscono inghiottiti da una notte come le altre. È doloroso, agitare il barattolo che ci ospita, sentirsi stanchi di non avere questo schifo sopportabile come tutti.

Non mi chiedono da accendere i visibili, non staccano le cuffie per un saluto, non hanno bisogno di me solo perché non lo sanno. Per questo resto invisibile e mi disinteresso che mi venga data la precedenza, per questo ascolto i discorsi delle persone come per sbaglio ma aggiungo nodi nello stomaco. Per questo desidero come una farfalla che vive un giorno intero. Per questo aspetto la promessa inesorabile di qualcuno che, domani, mi si lasci spaccare da visibile l’aria della California Pacific Coast Highway, o qualcosa del genere. Dannatamente bello e veloce.

Andremo avanti a rate

Girati da qualche parte. Io mi chiudo, porto i ricordi dentro. Scavo e li seppellisco più dentro possibile. E i tuoi boccoli, pazienza, se non li potrò portare e annusare nell’aria pungente ferma su questa panchina. Serve spazio per riempirsi di, in ordine cronologico: altri errori, nuove consapevolezze, ipotetici successi. Stringimi, felpa e jeans, e prendi una strada con più desideri che rimpianti. Giacca di pelle e profumo fiori di qualcosa, tu. In un parco deserto.

Pagheremo ancora, irraggiungibili al telefono, impreparati alle domande degli altri, pagheremo sgranando ricordi proprio come si sgranano gli occhi dall’incredulità, sgraneremo rosari invisibili per ipotetiche preghiere laiche che chiedono della quiete. Penseremo di poter tornare nel giusto, pagare, e rimetterci in pari. Pagare quanto, per quanto, a chi? Girati, non voglio che guardi mentre apro il portafoglio e pago i sentimenti in contanti. Non posso impoverire quello che sono davanti alle tue promesse. Prendi un taxi, la mia carezza, la mia distruzione.

Un uomo suona il violino elettrico nel sottopassaggio. Alle note più acute mi appendo. Lassù non esistono debiti, forse.

E poi via fino al  quartiere, la metà dei lampioni che funziona mi apre la strada al solito. Maree di solitudini. Il mondo girato dall’altra parte. Giro la serratura, mi chiudo, porto i porti dentro, le piste di atterraggio e le rotte, le lacrime di chi lascia e le maniche impolverate dalle ringhiere da cui ci si sporge insieme. Porto in me tutto quello che porta a me. Dalla cucina si vede la sera silenziosa, le antenne sono alberi spogli di metallo che rendono possibili i chiarori delle tv nelle stanze. Mi appendo a una finestra scivolosa di condensa. Ed è bello, perché immagino che dall’altra parte ci sia tu, non qualcuno come te. Tu. Ormai diversa.  Ormai un’altra  e sempre tu, ché è questa la magia.

Sospiro. Se non posso vedere sento, come sempre, persino troppo. Finché all’improvviso comincio a scivolare e non ci sei più. Ti sei girata, le tue spalle sono forti e insicure. Pagheremo a rate. Andremo avanti a rate. Fino a che vorremo. Seduto sul pavimento aspetto che l’ultimo sussulto di piacere arrivi sù al petto ad azzerarmi, a spegnere il caldo e il freddo, a offuscare le stelle morte di questo posto che mi sono inventato. Girati, oppure no, in fondo non ci sei. E io non sono lo stesso. Immaginerò. Ma non i tuoi boccoli rossi di ragazza, no. Sarebbe troppo.

To C.

Freddo

Sento freddo, nel vuoto e nel pieno. Io lo vedo come si muove questa città, restando ferma. Tutte quelle persone che cambiano tante posizioni e pochi tragitti. Oscillo anche io, avanti e indietro, un movimento controllato in uno spazio ristretto. Sono così i movimenti che ci restano, che ci lasciano fare. Controllati. Sento freddo intuendo l’allerta meteo diramata dalle parole di questa nuda conversazione. Mi diresti la via per recapitarti il “non posso capirti ma resto qui”? Fai pure spedire in Via di Estinzione, senza numero civico, dici mentre me lo appunto. Il gatto muove la coda, nessuno batte ciglio.

La storia fa acqua da tutte le parti, si annacqua, ci sommerge. Vedi, si potrebbe raccontare meglio ma difettiamo di creatività. Per raccontarci di nuovo con un finale sempre diverso. Persino scontato ma inventato da noi. La storia ci costringe al boccaglio. Istintivamente percepiamo stimoli e per paura di seguire il loro stesso destino li nascondiamo.

Un velo, un maglione, un silenzio.

La storia è un testa o croce senza passione.

Spiagge soleggiate si impigliano tra i denti dei sorrisi estivi, fiumi di fango esondati si infilano in tutte le crepe della nostra vita invernale. Senti freddo, nella stagione sbagliata e nel sogno sbagliato. Raccontando la storia normale che ci riguarda la tua bocca crea nuvolette di vapore. È stato di calamità naturale. Per scrivere qualche riga della complicata storia normale che ci riguarda devo necessariamente capire qualcosa. Riempire di qualcosa un cassetto che mi appartiene, quel genere di cassetto che contiene sogni e cose simili. Dopo averlo prima svuotato.

Ma lo senti anche tu? Cinque righe di freddo e a capo.

Mentre cambi marcia tornando dove non vuoi, mentre ti sdrai su una pelle estranea, al settimo squillo che suona libero e decidi che non richiamerai più, lo senti anche tu, tra un ti amo di cuore e un vaffanculo detto di cuore, il freddo degli stipendi bassi e il freddo delle viste panoramiche sulla plastica, il freddo della morte che colpisce la nostra cerchia, il rione, i pinguini dell’Antartide e per il momento ci ha mancato. Non farmi sentire folle, dimmi che lo senti. Tra un ci vediamo e un te lo prometto, il freddo in prima e in ultima fila, il freddo lasciato dentro da quelli che voltano le spalle sempre per primi. Il freddo del settimo cielo.

Dimmi che non sono l’unico a cercare un angolo caldo, anche se non si può vivere all’angolo. Che anche tu ti muovi lenta perché non sai tutta la strada, sei piena di puntini puntini già dalla colazione e i ragionamenti hanno più domande che soluzioni. Ti dirò che anche io mi interrogo su che tipo di freddo farà nelle prossime ore, che smetto ogni giorno di avere paura. In quel piccolo angolo di caldo trovato prima o poi si frigge e si rimpiange il freddo.

Niente. È così o più o meno simile a così. Il cuore pompa forte unicamente quando la monetina è per aria. Un movimento non controllato, istintivo, allo scoperto: un abbraccio freddo che sgela. Non dirmi che non lo senti.

Far guerra all’amore stanca

Era tardi, troppo tardi per ogni altra cosa. Ballava attorno a me un pensiero, sul marciapiede. Sapevi di esser tu. Nel traffico vedevo tutti con qualcuno, illusione prospettica. Ottima. Pensavo, giusto aver la mia. Eri d’accordo. Tra uno straordinario e l’atro tornavi a trovarmi, a ballare con sorriso generoso e décolleté prospetticamente ottimo. Che belli gli appuntamenti non dati, quelli fatti capitare. Una firma veloce sull’obbligo di presenza. Era tardi, sì, ed io sfacciatamente romantico. Ma solo perché aspettavo, come i veri sognatori, senza il minimo dubbio.

Così la proposta, quelle che si fanno quando è tardi anche se non pare. Vieni su a vedere la mia collezione di “potrei” e poi per favore, spegni anche la luce che avrei voluto avere, tu sai come fare, tu sai coprire di asfalto e attenzioni. Cambiare la posizione del bottone delle attese. Attendiamo che la magia perda pezzi all’interno della nostra orbita gravitazionale. È da un po’ che parli delle solite cose, non faccio fatica a seguirti anche se, in realtà, quel che faccio è liberarmi di ogni singolo “potrei”. Nato qua al secondo piano, morto sempre qua. Un desiderio nascosto male: essere il tasto bianco di un pianoforte, invidiare la sua identità forte. Inequivocabile. La facilità con cui può ripetere un minuscolo pezzo di magia, farne parte. Come lui mi lascerei sfiorare. Non per caso, per amore di qualcosa di più grande. Sempre in attesa. Un “potrei” da suonare. La fine è solo una corda che smette di vibrare o un cuore. Una firma distratta sull’obbligo di assenza.

Mentre dici che ci vuole sempre pazienza e costanza una moto sfreccia a tutto gas sotto la finestra e non si sente la fine della frase. Una cosa par chiara: chi guida quella moto, a zig zag tra le auto sull’asfalto umido, non la pensa come te. Vorrà smentirti in tempo reale. Il tuo discorso frena il mio impeto, che vorrebbe solo un silenzio su misura, lo affloscia. La televisione appiattisce ogni imperfezione che non si vuol vedere, la notte ci abbraccia. L’amore è sospeso. Tornare noi, un mezzo tempo dentro al tempo, sarà domani.

Il sogno ero io, la fermezza del rispetto per una parola che quasi puoi toccare. Dilla. Sapevi di esser tu. Il mio sguardo si sa posare come una farfalla che può scegliere dove morire ma non lo fa. Ci vediamo alla fine del tunnel, sarà bello esserci aspettati. Alla fine delle pretese e degli abbandoni. Avremo una nuova proposta di sogno, quelle che si fanno di giorno. Una pace o una tregua.

Più son grandi i sogni e più è difficile mandarli giù. Scendono sì, senza tornare dove sono partiti, stanno lì a metà strada a complicare il respiro. Così non ci basta più essere operai, geni, scrittori. Vorremmo poter respirare davvero, respirare tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine. E senza paura.

Una pace o una tregua.

Inizia tutto da un dolore

Com’è che siamo invecchiati senza diventar vecchi? Guardandoci tutti i giorni allo specchio, con il passare delle lame sulla pelle, delle setole medie dello spazzolino. Com’è che siamo invecchiati aspettandoci, dopo aver tentennato almeno un minimo, e prendendoci. Negandoci l’indispensabile per lasciarci senza dirlo. Cullati da un futuro senza fine confinato in testa, solo con se stesso. Com’è successo, così senza preavviso, neanche una raccomandata A/R. Una copia per conoscenza. Il suono irritante di un promemoria. Neppure un ultimo bacio, sulla soglia di qualcosa, alla Peter e Wendy. Adesso siamo qui a parlare a persone che non hanno tempo per le piccolezze che per noi sono tutto. Quel che rimane è sempre tutto. Sembriamo quei pensionati chiacchieroni proprietari di panchine pubbliche da cui scappano tutti.

E poi ci spostiamo altrove, stanchi di parlare e dunque scriviamo a chiunque vorrà leggere e darci l’illusione che le nostre banali storie quotidiane possono rivoluzionare il nostro senso di soddisfazione. Perché non crediamo più in noi stessi come una volta ma agli altri, a qualcuno, crediamo. Sì. La storia insegna e adesso ci si può laureare anche da casa.

Com’è che siamo invecchiati mettendo da parte un etto di illusioni alla volta, sfogliando un libro senza finirlo, posticipando le necessità dell’anima. Tempo al tempo, tempo a noi, ridare valore, ricomporre, riscegliere. Com’è che il discorso, anche se semplice, si è inceppato scegliendo le parole, regolando le nostre giornate con il tono e non con il senso delle parole dell’altro, mentre ci vestivamo con cura e ci svestivamo con cura minore.

Gli anni, le scelte, una frase ricalcata in corsivo. Dovrebbe restare tutto al suo posto? Siamo nati perché non tutto è rimasto al suo posto, ti viene da sorridere e convieni che sia così. Inizia da un dolore, la vita reale. Da una pancia che ti sputa fuori con amore e dolore, perché deve. Non ci può essere uno senza l’altro. Amore e dolore. E poi via, una discriminazione, uno schiaffo, un fallimento, una separazione, uno sfracellamento, un senso inverso, un vicolo corto, uno chiuso, una consapevolezza dopo l’altra. Guarda come siamo grandi, ora. Quanti inizi.

Il dolore crea sempre qualcosa, esattamente lì dove fa morire qualcos’altro. Annuisci. Lo sai già. Lo sai prima di me. Tante di quelle cose grandiose che circolano nei musei, nelle case d’asta, nella storia del bello, nelle vite anonime, non sarebbero state possibili senza dolore. Dolore di qualcuno. Per qualcuno.

Al tatto non hai sentito le imperfezioni sul mio cuore, non immaginavi che da questi occhi non sempre avresti capito la mia verità. Teoria contro pratica. Alle prese con. Chi vince al momento? Chi passa al livello successivo? Com’è che siamo invecchiati con il moto perpetuo della delusione bilanciato dall’illusione del controllo. Adesso ti lavi da un amore che non ho provato, leggero scivola via tra le gambe con gocce di passaggio. Anche questa è andata. Tradire se stessi è più macchinoso e infame che tradire qualcuno. Guarda come siamo grandi, ora.

All’interno di un dolore tutto è concesso, suggerisce un pensiero. Scegli l’errore che funziona meglio, quello che si può ripetere più a lungo. Parti da lì per fare la tua piccola cosa grandiosa in vita anonima. Inganna il sistema e resta il più vicino possibile a te stesso.

Un’allucinazione. Un sogno: non essere così. Non giocare più con i livelli. Mi sono alzato a piangere, come se fosse un appello, ma fuori ero un manichino dell’Upim. Per ogni spaccatura che tu immaginavi ce n’erano altre cento e neppure ne immaginavi abbastanza. Com’è successo e poi virgola, ci vediamo più tardi, trattino torna quando vuoi ma dentro non più. Cos’è successo oltre all’apnea, oltre al disinfettante antisettico nella borsetta, oltre ai “sì” obbligati di proposito mai realizzati. L’applauso di un pubblico ristretto, non chiede il bis. Ringraziamo fissando il vuoto in direzione della loggia più lontana.

All’interno di un dolore tutto è concesso ma non la fine immediata del dolore stesso, autorizzazione a morire negata. A due chilometri da qui una visione. Un sogno: su una panchina un uomo scappato da uno spettacolo di cui nessuno si ricorderà. Ha lasciato le parole a casa e ingoiato dieci silenzi pesanti da digerire. Ripercorre la Via Emilia al contrario e il tempo come un gioco. Pensa a una storia che è iniziata con un dolore: il dolore di chi pensa di aver perso tutto, il dolore delle nocche a causa dei pugni dati. Certi giorni quando è umido li sente ancora. L’errore migliore possibile, una storia senza corrispondenze.

Quell’uomo invecchiato sono io. Stanco di inizi. Neppure un ultimo bacio, sulla soglia di qualcosa. Un bacio vero.

Pagina bianca

Pagina bianca. Segni di cancellature, scrivi o disegni per quanto riesci e poi a un certo punto ti ribelli e togli tutto. Le parole sono percorsi, le persone, anche i luoghi su cui sei passata e che ti hanno tracciata. Compresi quelli dell’anima. Soprattutto. Provi a cancellare tutto come se bastasse per tornare indietro. Pagina bianca, è vero. Ma la carta diventa più sottile a ogni passaggio. Dura una vita, la pagina, se non la strappi di netto. Combatte contro il modo in cui la usi. Ma anche la vita dura solo una vita, non un giorno di più.

Chissà come mai finisce sempre sottile, zeppa di sacrifici e spinte d’amore, ingiustizie qua e là e inspiegabili misteri. Una pagina mai davvero bianca. Sottile sottile, si deve guardare in controluce per capirne il senso. Alla fine ci proviamo tutti a farlo. Perché ora ci ostiniamo a nasconderlo?

Forse niente è all’altezza dei tuoi desideri, inutile chiamarli sogni. I disillusi non pensano così lontano. Per questo cerchi la tua versione perfetta negli altri, un modo di essere senza scadenza. Sì, ti capisco. La ricerca dell’impossibile, diventa questo. Una follia. Urbana, globalizzata, business class, sopravvivere class, sentimentale. Le cancellature si sovrappongono. È strano vedersi intenti più a cancellare che a riempire il foglio, comprensibile, ma stretto da indossare come pensiero. Così stretto che è quasi impossibile muoversi tra gli altri pensieri in maniera naturale.

Stasera aspetterò che si alzi il maestrale, quello che fa volare i capelli, i vestitini e i profumi. E aspetterò che faccia buio, con questo lento ritmo estivo, per godermi tutte le varianti di blu del cielo e del mare. Spegnerò tutte le luci artificiali, come un supereroe o come un guasto dell’Enel, e citofonerò. Ma tu non sentirai, perché senza la corrente i campanelli non suonano. Allora salirò le scale, temendo di fare un grosso errore e temendo di guadagnarmi ingiustamente un tempo felice, busserò alla porta. Smetterai di cancellare la tua pagina bianca che non è bianca, ti alzerai per sapere chi è.

Sono io. Io chi? Non so con esattezza quale parte di me sarà lì, o quale vedrai. Il tuo sorriso sarà la prova che quando si è curiosi ci si può accontentare. Nella mano sinistra terrò una penna da usare per lasciare una piccola traccia sulla tua pagina, nella destra ci sarà un ottimo cioccolato 100% fondente dell’Ecuador. Ti porterò una scelta, destra o sinistra. Come nei giochi di quando eravamo bambini.

Nell’attesa che tu scelga io rovisterò nei tuoi occhi sorpresi. Sotto la maglietta bianca riuscirò a intravedere la forma di un reggiseno blu, una spallina è fuori. Non aspettavi visite. Hai uno spettatore. Mi correggo, blu notte. Per un attimo nella mia mente, dentro e fuori coincideranno, almeno cromaticamente. Casa sarà una sola, dentro e fuori. Ti riprenderai dall’iniziale sorpresa e mi inviterai a entrare. Resterò sulla soglia, con me i tuoi contorni investiti dalle luci di casa (nel frattempo è tornata la corrente) e l’odore del palazzo al riparo dalla furia del maestrale. Qualunque dono sceglierai potrai riscuoterlo dalla soglia.

Dovrai prendere la mia mano tesa per farlo. Avrò la mia dose di conforto. Quel tipo di conforto che prova chi è nello stesso smarrimento e insieme lo vive. Non chiederò di meglio, lo desidererò magari. Finirò per scrivere ancora nella mia pagina bianca. E tu penserai che non cambierà niente, tutta questa follia, i parcheggi vuoti sul cuore e la sopravvivere class, niente di niente. Però non dimenticherai come ti ho guardata, abbassando lo sguardo sul tuo abbigliamento riderai. Riderai al blu notte. Gli darai voto 8. Insomma, non così male. Di quel blu, e non di altro, di quel blu notte scriverai sulla tua solita pagina bianca.

La pagina bianca era tutta la mia rabbia

Ma non volevo fare del male a nessuno.

Nel letto ero mezzo morto

stanco di sognare i residui.

Tu non sei cambiata;

Tu sei ancora la stessa;

Tu puoi cadere e poi rialzarti;

Mi sono vestito e ho guidato fino al confine,

cercandoti nel discount

ma stavo solo raccogliendo i miei frammenti.

[ Blank Page, Smashing Pumpkins https://youtu.be/7HH-SyqBJs4 ]

Nostalgioia

Percorro i lineamenti del tuo viso con il dito, come sempre. Come sempre sono diversi. A volte hanno più curve, alle volte invece sono più spigolosi. Trascorre un’ora tiepida così, i movimenti lenti tra pelle e aria. Tiepido e stupido ragionamento, manda la vita avanti. Guido questa strada di tempo e attenzioni, ormai familiare e poco trafficata, stando proprio a cavallo delle due corsie, e anche se procedo in una direzione forse sto andando esattamente nell’altra. Preferisco non intendere e mi rifiuto di volere. La bellezza possibile, che è in noi, non impedisce al deserto di espandersi dentro, in tutte le direzioni del cuore.

Ti lascio dormire e ti guardo. È stato bello. È stato normale. È stato ancora superfluo. Per il cuore che pompa deserto alla velocità del tempo.

Cerco un pezzo di futuro mio addosso a te. Cerco di immaginare un gesto che mi reclami, tu che ti sbracci alla banchina con lo scirocco che ti inzuppa il foulard di umidità. La mia impazienza di sorriderti addosso. Ancora. Perché i sorrisi usati insieme acquistano valore. Immagino ancora un unico gesto, nel segreto della nostra casa, che compila la ricetta, compra la medicina e la somministra. Leggero, naturale, copre la mia anima come un’ombra.

Ridere come se ci fosse il tempo e come se ne valga la pena. È gratis, è normale, non è sempre così naturale. Costa tanto. Lo sai. C’è quel sorriso di quella volta, hai aperto la finestra e mi hai seguito con lo sguardo. Non ti vedevo, ma sentivo il tuo sguardo addosso. E sapevo anche dove. È stato bello. È stato normale. È stato ancora superfluo. Un altro gettone che la giostra non restituirà.

Chiudo forte gli occhi, li stringo più che posso. Continui a dormire. Il mio respiro tradisce l’animo inquieto. Tutti pensano al giusto e allo sbagliato, io mi raggomitolo al centro. Prendo entrambe le eventualità. Bisogna essere forti per non mollare tutto e allo stesso tempo tenere tutto, giusto e sbagliato e quel che sta in mezzo. Penso a questo.

Tra dare e prendere, poi, ci sono loro. Le aspettative, abbaiano davanti e morsicano quando gli giri le spalle. Ognuno ha diritto alle sue. Ognuno ha diritto di sbagliare, di reclamare, di archiviare. Chissà quali sono le tue. Chissà quelle che ti ho negato, alcune sono nel mio dna. Odio le mie che non hai reso possibili. Bisogna essere forti per rinunciare, modificare, fregare le aspettative. Bisogna reggere a ogni loro aborto. Non si può impedire che nascano ma non le si deve festeggiare troppo.

Bisogna avere la fortuna di essere abbastanza. Sempre abbastanza. Abbastanza, nonostante il bello, il normale, il superfluo. Il dolce e il crudele. Non riesco a sfuggire da questa verità e nemmeno dai cactus nati in luoghi scomodi del cuore.

Non si smette di riconoscere il valore di una perla solo perché non si desidera più la perla. Cambia il modo in cui la si guarda e quel che si è disposti a fare per averla o per disfarsene. Aspettative che tieni, aspettative che butti. Riapro gli occhi e il mio sguardo ti cerca di nuovo. Ti sei girata. I capelli arruffati e l’ombra dei miei pensieri. C’è una stagione che sembra stia finendo, qui, ci lascerà qualcosa da parcheggiare sulle nostre nostalgie.

Una perla non scade mai. Assurdo pensarlo. È questo che ci vuole. Tra il dolore delle cose mancate sarà pure nostalgioia.

Polvere e capelli

Ma tu che cosa dai? E tu che cosa vuoi? Il ventilatore soffia nella penombra. La mano cade molle oltre il bordo del letto. Siamo vicini il tanto che basta per parlare ma non il tanto che serve per ascoltarci veramente. Tu indossi un bikini sporco di sale che si infila nelle pieghe del lenzuolo. Io sono nudo ma proteggo il collo con una sciarpa in lana merino. Griffata. Tre giri. Tutto deve finire, dici. Sono io tutto, per te, ribatto. Probabilmente sai che ho ragione. Giri la testa dall’altra parte e allunghi il braccio verso di me. Non sicuro di quel che tu stia cercando, la mano procede per tentativi. Goffi. Trovi il lembo di stoffa e tiri con forza verso la tua direzione. Sento la gola rimpicciolire, sgonfiarsi. Non sento più il ventilatore. Tutta questa forza… da dove viene? Io… aspetta. Ti chiedo scusa, per qualunque cosa. Anche se non so. Io sono così. Cosa vuoi farci? Io non so nemmeno come sono. In fin dei con…

La mano si irrigidisce. Sento la compagnia del ventilatore. Sono sveglio. Sono vivo. Di pancia mi viene da dire ‘fanculo. Lo penso e basta. Chissà quante volte moriamo nei sogni e poi ce li dimentichiamo. Ci svegliamo come se niente fosse. Ma non è questo che mi interessa, adesso. Prendo fiato, apro una bottiglia d’acqua fresca e cerco di scoprire che ore siano. Perché lei? La dolcezza in persona. Sono solo sogni, questo è il mio riassunto. Ora c’è da mettere in piedi una giornata. Anche se sono in ferie lei ancora lavora, dovrò pensare alle faccende domestiche. Non che mi dispiaccia. Quando dipendi dalla tua routine e si presenta un’opportunità di libertà, quale che sia il modo, ti liberi.

Straccio per lo spolvero, spray multiuso, scopa, paletta, detersivo pavimento con secchio e occorrente, anticalcare, igienizzante, spray per l’inox del piano cottura, sgrassante per il forno, la cappa e tutte le cose grasse in generale. Funzionerà su di me? Già che ci siamo sorrido. Playlist preferita e via.

Avanti e indietro. Indietro e avanti. Insieme alla playlist si danno il cambio i ricordi, di noi, insieme. Quando c’era il noi originale, quello prima della copia, per intenderci. Corsie preferenziali, corsie di emergenza, corsie per sfiorarci e appendere i cappotti umidi d’inverno nel corridoio per cui paghiamo l’affitto. Tutte le abbiamo prese. Mi trascino dietro la scopa. Prende quel che prende. Le pieghe delle mie mani non le leggerebbe più nessuno, sono strade cancellate. Stringono il manico, trattengono piccole perle di sudore. Fatica. Tu non lo sai ma sono morto spesso e sono vivo. Non di fatica. Di sogni falliti. Di sogni non all’altezza. E vado, solo senza strade. Avanti e indietro. Indietro e avanti. Non è importante.

Abbasso lo sguardo. Le setole hanno raccolto polvere e capelli. Nuvole grigie di polvere e grovigli di lunghi capelli scuri. Raccolgono lei, quel che c’è di lei, di vivo di lei in questa casa. Adesso che non c’è, ha un senso diverso. Anche se tra qualche ora avrà finito il turno e sarà qui con il suo profumo e il silenzio e l’alito e i vestiti sparsi sul letto. Adesso che, anche se fosse qui proprio ora, qualcosa di vivo non lo troveremmo comunque. Polvere e capelli, il cuore fa da straccio. Prende tutto. Nasconde tutto in una lacrima.

Il ventilatore si accende autonomamente all’improvviso a una velocità non prevista dal costruttore né dalla mia peggior fantasia, solleva le tende. Traballano i quadri appesi, si frantumano a terra. Il pianeta si riempie di plastica, di sentimenti di plastica, di persone perfette che lottano col fatto di essere biodegradabile. Si passa dal caldo al freddo, nel frattempo. Dal troppo al niente. Passano anni, il contatore registra i Kw fino al distacco del fornitore ma il ventilatore non lo stacca nessuno, la corrente d’aria, anzi, si fa sempre più pericolosa. Cadono a terra i libri dalla libreria, si aprono tutti nella pagina dell’ultimo capitolo. Ci sarà un continuo? Centrini e tovaglie spostati dalla loro sede li coprono. In pochi mesi nulla resta ancorato ai muri, i tasselli cedono e lasciano che tutto frani sul pavimento.

Al centro del corridoio ci sono io, stringo il bastone di una vecchia scopa. Proteggo un cumulo di polvere e capelli. Resisto. Sono invecchiato ma sono ancora forte. Forte perché incazzato. Il ventilatore ha asciugato la lacrima. Un sogno al posto giusto e al momento giusto se lo meritano tutti. Quindi aspetto. Adesso sono sveglio. Sono vivo. Chissà quante volte viviamo nei sogni e poi ce li dimentichiamo. Ci svegliamo morti come se niente fosse.