Una candela al polo

Voglio una candela al polo, mettete una candela al polo. Ho bisogno di credere che anche un piccolo calore sappia resistere, sopravvivere senza fare male a qualcuno, come invece spesso succede alle cose che bruciano. Incapace di sciogliere ghiacciai, alzare maree, senza infastidire gli equilibri.

Vorrei essere una candela al polo anche se il polo non l’ho chiesto. Mai a corto di cera, quasi sul punto di cedere al vento forte, a volte in anticipo o in ritardo sulle mie stesse previsioni di sopravvivenza della felicità. Con il calore che basta per distinguersi dal bianco. Al posto sbagliato ma per qualche motivo, il posto vedi, mio, quindi occupato e protetto. Vorrei essere una candela al polo, faticare che sembra per niente. Brillare che sembra niente. Vivere senza tappeti e con un cielo così grande da scordare i tetti. E smettere di pensare di essere incendio, che tanto di incendi ce ne sono già abbastanza, e di avere sogni accaniti.

Vorrei essere una candela al polo, di nessuno e di tutti quelli che arriveranno fin lì. Luce, poca, luce, tanta, è solo riflesso. I tuoi occhi si fermano sulla luce più evidente. Vorrei lasciare all’aria una fiamma che sembra un sorriso da recuperare. Da ingoiare. La vita è quasi tutta da scongelare. E poi proseguire, come una pizzicata. Ad insaputa.

Mettete una candela in un pezzetto di polo, nord, sud, con l’elicottero, con l’accendino. Lasciatela alla sua stupida missione e tornate.

Nel frattempo noi spareremo a zero sul cuore fino alla fine della nostra guerra mondiale. Belli e inconcludenti e arresi, a tutte le evidenze che da sempre siamo ma che si scoprono solo durante i conflitti.

Luce, poca, luce, tanta, è solo riflesso. I nostri occhi adesso di luce fissano quella che è poca, quello che non sembra. È più complesso, più interessante. Forse adesso siamo diventati grandi davvero come la vita, quella stupida missione che ci serve per morire, arrivati a una nuova partenza. Caldo nel freddo, evidenze sulla pelle delle mani che non lasciano orme.

Alza il collo, sono tutti impegnati con le loro battaglie. Non ci resta che morire insieme, aggiungeremo un posto al cimitero dei sentimenti, abbassa la voce, alza un crisantemo. Io alzo un pensiero da non dire. E alla salute. Resisteremo tutto il tempo che ci serve per morire. Una volta per tutte. Di amore o di chissà che altro.

Va tutto bene

C’è una immagine che i miei occhi continuano a vedere: è inverno, primavera, autunno. Lei torna stanca a letto, la mia mano è tesa. Sembra quasi il sorriso di un primo incontro che sbatte sul vuoto. Teso per un attimo. Una luce tenue crea un’ombra deforme che esplora il muro. Le sue palpebre si chiudono. Parte un sonno diesel dal borbottio costante. Le mie pupille sono aquiloni scappati dalla mano di un bambino che piange. Sono stanco di questa immagine, vorrei cambiarla. Ma non è una diapositiva e anche se lo fosse l’immagine comunque si ripete. È ferma ma vive. Dentro l’immagine si respira come per riprendere il fiato da una fatica ingiusta. Una macchia gigantesca di notte ci circonda. Stiamo vivendo, l’indispensabile. Spaiati nell’oscurità. Con il nord a puttane. C’è stato il tempo e c’è ancora, ma ora non lo cerchiamo. La macchia di gravità, scura di notte, risucchia le ultime preoccupazioni e i rimasugli di forze. Per cosa, a chi, sarebbero servite le ultime energie? C’è una frase che continua ad occupare abusivamente la mia mente, quasi uno slogan per perdenti: “Rilassati, va tutto bene. Ma non si sa dove”.

 

– Hai pianto? 

– Quel che faccio con i miei occhi non ti riguarda.

– Stai di nuovo esagerando?

– Esagerare per me non è un’esagerazione, lo sai. Ci sono abituato. Direi che è una normalità.

– Smettila di bere.

– Smettila di darmi i motivi per farlo. 

– Come è andata oggi?

– Come sempre. E a te?

– Anche a me.

 

Ripeti. Se non ricordi ripeti. Se non lo sai ripeti. Se non capisci ripeti. Ripeti. Le parole, le immagini, i ricordi, i posti, i calendari, le volte, i come, le previsioni, il tocco. Non servirà a niente però tu ripeti. Quando ti chiederanno che cosa hai fatto nella vita risponderai di aver fatto il massimo. Di aver ripetuto. In un’immagine ferma e viva. Un po’ tua e un po’ no. La bocca secca di ripetizioni e i silenzi zuppi di evidenti negazioni. Ripeti a colpo sicuro, senti che va già meglio.

Ho due piedi senza primi passi e comunque c’erano troppi sassi ancor prima che mi accorgessi, tra me e i tuoi sapessi.

Ho due mani di picche, un respiro che è una colomba e un ciclone tropicale di categoria cinque. Il cuore un fortino abbandonato. Ho una testa di mille pensieri da ipotecare per tirare avanti qualche giorno. Ho dieci unghie che progettano rotte di rosso carminio sulla tua schiena latte. La coscienza è una casa di specchi senza ripari. Ho due occhi che sono punti di sutura aperti da cui esce vita. Ho un collo che sarà di nuovo ancoraggio. Ho due dita che sono una proposta. Ho un silenzio da tre megatoni. E un mondo in cui non entrerai mai, esiste solo per me.

C’è un’immagine che rovisto tra tutte quelle memorizzate nella fantasia. Ci sei tu, sconosciuta, quasi. Non spalanchi le braccia al nostro incontro, non domandi, non ti aspetti di meglio. Vivi un po’, così, perché non sei morta. Tutto qui. Storta e dritta, come viene. L’energia nascosta sotto il maglione supera quella del mio silenzio, gli stivaletti neri da dark ti fanno sembrare chi non sei. Anche tu morta decine di volte, come me. E viva, sempre, in un mondo in cui nessuno entrerà mai per mancanza di autorizzazione. L’immagine è ferma ma vive.

 

– Allora, andiamo?

– Andiamo.

 

Perché tu sei quel che deve ancora esplodere. In giro per la vita. In me. In altri. L’immagine vive. A che piano siamo? Non riesco ad immaginarlo. La notte scaglia lampi di umidità alle ossa, ci proteggiamo distraendoci con le nostre vecchie storie. Tu sorridi con gli occhi abbassati come le tapparelle. Ché è ora. I gatti randagi sfiorano i muri del palazzo, qualcuno dorme al freddo su una panchina. Siamo fortunati ad essere meno sfortunati.  Meno soli. Qui è pianura, si vede tutto, dai capelli ai piedi. Possiamo cadere senza farci male. Conservare i vestiti insieme ai sogni e al nostro pezzo di cuore preferito. A che piano della vita siamo? Non ci voglio pensare. L’immagine vorrebbe filare via, invece si ripete. Meno sconosciuta di prima.

Trova una forma per la mia anima, prendila in mano. Separala dal mio corpo, trattala come il mio corpo. Lasciami chiudere gli occhi, lasciami perdere tempo. Qui è pianura, si vede tutto fin da molto lontano, anche ad occhi chiusi, come nelle migliori cose che finiscono male. Sdraiati senza niente. Vivi nel senso di consapevoli del valore delle nostre piccole unità di tempo. Un’energia. Un silenzio. Vivi, noi, come viene naturale sbagliare e rivoluzionare, inventare e nascondere. Il mio naso cerca il profumo nel tuo maglione, la mano cerca una pulsazione. Ne trova diverse, sparse. Forse unendo i punti scoprirò di che costellazione sei fatta. Le tue palpebre si spalancano, le labbra si aprono. Ripeti qualcosa mentalmente. Ripeti, ripeti. Cosa non me lo dirai mai. Un respiro entra anziché uscire. Una serratura scatta e si apre uno dei tuoi cancelli mentali. La notte in un bel silenzio si prende l’appartamento. È quasi una prima volta, tu tremi su me. Fissando il vuoto ti tengo, come tu hai tenuto la mia anima e ti rassicuro:

“Rilassati, va tutto bene. Ma non si sa dove”.

È stato quasi

Tu sei la parte felice. Ma io vado oltre con lo sguardo, dritto finché l’orizzonte curva. E inizio a immaginare. Sento che si muovono un sacco di cose dall’altra parte, immagino strade per tornare e per scappare, sento la velocità delle cose che succedono. A volte le cose come oggetti si sfiorano mentre altre volte si spappolano addosso. Tutto più o meno come qui dove siamo io e te. Dove imbarchiamo tante di quelle cose da non poter andare oltre i limiti perché ci siamo già, e dove siamo felici di poter realizzare un’ottima annata a scapito del tempo netto che resta per il bisogno di noi, in tutto questo le notifiche in mezzo a disturbarci, e un’opera d’arte, una meraviglia, un sogno. Poi tutto cambia. Ancora.

Tu sei la partenza felice. Il suono della campanella sul ring e l’Oṁ lungo e leggero in un tempio buddhista. Quel pezzetto di aria che strappi con le unghie e con i denti dalle polveri sottili che escono dalle vite degli altri. Senti come soffia, sei sopra le colline del Chianti. Ma io vado oltre con lo sguardo, dritto finché uno specchio riflette me. E inizio a pensare, a non piacermi. Penso che ognuno racchiude a sua volta il suo stesso inizio e la sua stessa fine, molte partenze, qualche scivolamento, molti rallentamenti, qualche stop, una fine. Sento che si muovono un sacco di cose tra questa parte e la tua parte e le parti degli altri. Inspiegabili. Colpi sparati in aria per avvertire, colpi per fermare. Un buon vino, lo schiocco potente del bacino lascia il segno e muore nella notte, un’opera d’arte, la domenica al mare. Sento la velocità, è un phon puntato. Asciuga i cuori. Alcune di queste cose convivono tra di loro, alcune si sposano, altre si odiano. Qualcuna muore insieme. Decidono loro. È più facile essere un’ottima annata che un arrivo felice. Ah, ce ne vuole ad arrivare.

Quante volte dovrei versare in questo bicchiere, quante volte dovrei guardarti stanca amare soffrendo, quante volte dovrei scrivere con speranza di te, quante volte convivere con l’idea di lasciarti alla fine come ti ho trovato, incompleta. Quante volte sarebbe utile riflettere sulla velocità delle cose che succedono e che seppelliscono altre cose, idee, sentimenti. Neanche mezza. Neanche mezza volta serve a chi, davanti a uno specchio, sentendosi sbagliato, punta un phon contro il cuore.

È tutto nella partenza e tutto nella fine. È semplicemente tutto in ciò che è. Inspiegabile. Meraviglioso. Cattivo. Nella velocità delle cose. Che restano un quasi. Indomabile e magari indimenticabile.

Questa bellezza 

vale una lacrima

eterna

e per qualsiasi ragione.

But nothing

Entrò nell’ascensore vuoto, stanca di non poter cambiare, con occhi senza un altrove. Un pensiero sì, c’era, solo, da non dire. Sfiorò il tasto 3, in rilievo per i non vedenti dell’amore e e per quelli di ogni cosa. Come avrebbe voluto sfiorare allo stesso modo i contorni in rilievo di quel pensiero. C’era soltanto la sua presenza silenziosa, un grande specchio e un vuoto che finiva su una superficie molto calpestata. I suoi occhi baciavano la polvere sopra le scarpe. In fondo, lì dentro c’era tutta la vita che era anche fuori. Più un pensiero.

Quasi il set di un film russo. Non un pensiero appassionato il suo ma vivo di vita propria, slegato dalle radici della realtà di provincia e libero dallo scopo di diventare gesto. Neppure un pensiero desiderato, forse neppure verosimile. Né un sogno, né un’illusione. Qualcosa che dura di più: un desiderio non ammesso, come un delitto, destinato a rimanere irrisolto come quelli in cui si trova la vittima ma non il movente, l’arma del delitto e soprattutto il colpevole.

Nella vita si aprono le porte, i portoni e anche le porte scorrevoli degli ascensori. Così uscì. Con lei il pensiero. Trainato da due spalle fiere leggermente curve per la stanchezza accarezzate da ciocche di capelli trattati con un colore di seconda scelta. Verso uno snodo, un culmine, come si aspettano tutti gli altri pensieri e come puntualmente succede. Ma non arrivò. Il caffè preso al bar di fronte alla libreria non poteva dirsi un traguardo appena a metà mattina, nel chiasso delle stoviglie e in quello del traffico che si riversava sino al bancone. Senza zucchero. Come sempre. Le belle abitudini sono bellissime, ti aiutano a pregustare le gioie. Certi pensieri sono belle abitudini che ti ricordano la gioia del prossimo ricordo. Effettivamente il fondo della tazzina non aveva più nulla da suggerire, pagò il conto e fece fare un giro al foulard. Un’occhiata al solito posto, gli angoli sporchi della città sono libri aperti per chi sa leggere. Se ti fermi. Anche se non hai tempo. Torna un pensiero, tra tanti.

Lei è in un ascensore che sale, sale sempre. Sessanta piani anche se il palazzo ne ha sei. L’ascensore si ferma prima che sia troppo alto per vedere tutti i condomini, i rioni, le frazioni, i campanili e i frutteti, le piazze e i muretti a secco che delimitano campi ormai incolti. Rivede la sua giovinezza semplice, le strade asfaltate di recente e le nuove costruzioni, l’area dei casotti del mercato del pesce che non c’è più. Passato e presente. Allungando lo sguardo riesce a notare il palazzo dove abita ora con la sua famiglia. Tira fuori il cellulare e scatta una foto. Ma è troppo in alto, è un puntino. Ecco quello è il futuro, pensa. È casa, ma non si vede bene. L’ascensore precipita nel vuoto come se dovesse schiantarsi a terra, potrebbe davvero essere tutto finito. Invece è solo un pensiero. Si gira dall’altra parte ed è sempre Palermo nel suo splendore consumato. Solo un pensiero, il futuro. Sarebbe una bella abitudine se non cambiasse così spesso.

Siamo noi a non cambiare. Il caldo strangola le vocali, ingigantisce un’isola da percorrere con amore e passato, rimpicciolisce le vie di fuga per la stanchezza. Siamo sempre noi all’ultimo piano di qualcosa, con un grande specchio che mostra i segni peggiori e non le cose migliori che hanno causato quei segni e della polvere di chiunque da sottovalutare. Stagioni e mezze stagioni, senza o con, cambiamento contro un “vedremo”, andare contro restare, sperare contro mollare e andare avanti. Siamo noi a cercare, ad approfittare e a cambiare il corso del presente appena nato. A dire “no” agli stop urbani e sì agli scali internazionali. Lo sa ma non vuole saperlo.

Avrebbe due frasi per dire ma le tiene per pensare, è fatta così. La sua passeggiata mentale è tutto un passo verso l’apocalisse del pensiero standard, vuole sentirsi in alto. Più in alto. Vedere, capire, farsi prendere dai pensieri. Da un pensiero alla volta. Da quel pensiero. Farsi possedere, colpo dopo colpo, sino alla stanchezza massima. È lunga la via dei platani, il venticello è cordiale. La pelle delle gambe ringrazia. Le pasticcerie sono stracolme di cannoli, un odore indefinibile di vecchio e di mare ai bordi delle strade. Sembra il set di un film italiano. Sta tornando, è stata una giornata intensa che diventerà inconcludente. Stanca, moderatamente consenziente col presente. Abituata a vivere al plurale, pensare plurale e sentirsi al singolare. Solo un pensiero lungo il ritorno, che un giorno un nuovo futuro coincida con il caso e la fortuna del merito. Per uno snodo, un culmine. Ma ora, ora niente.

Non è un dolore per noi

Una goccia sopra una goccia, se non è stata proprio quella allora era un’altra, quel vaso è traboccato e qualcuno sta pestando il troppo che è fuori. Di qualcun altro. Del dolore. Del troppo.

Quello sgocciola, cade libero fuori dagli occhi, dai ponti autostradali, dai barconi in mare, dai crepacci delle vette invernali, dalle rovine di confine estremista come dai marciapiedi di Westminster. Cade, nelle iridi trema la luce, a raccontare trema la voce, a fermare con tutta la forza tremano le braccia. È la forza della gravità veramente grave, dell’inevitabile e dello sbaglio, tuo o di qualcuno. Quello sgocciola. È una forza che è una debolezza, qualcosa lo rallenta e invece niente lo risucchia via. Nessun percorso inverso.

Ti guardi intorno cercando qualcosa che possa salvare la tua vita, proteggerla da quel gocciolare. Un posto idrorepellente e amore dipendente per proteggere la tua famiglia, perché continui ad esserlo. Famiglia. Né meglio, né fantasiosamente, né trascurabilmente, né deterioramento. E ti giri, la tv ha uno schermo grande ma offre solo titoli irrealizzabili e punti di vista surreali, dall’altra parte vedi il web con le sue sentenze, la rabbia, le manie sotto forma di commenti, con le tendenze in prima linea quegli hashtag che, più che altro, raggruppano ogni giorno enciclopedie digitali di tempo libero rubato alle persone interessanti. Ti giri, e cerchi, sembra che sgoccioli anche quel signore che ride e allora non ti fidi più neanche di chi ride, perché se ti imbroglia solo con un sorriso chissà cosa farebbe con i tuoi sentimenti. Giri con un trolley, un rossetto, un tatuaggio sbiadito e Google Maps aperto sul cellulare.

Qualcosa ferma il tuo tragitto però, sgocciola qualcosa dall’alto, fermarti ti ricorda che non vuoi morire come forse quelli al piano di sopra. Ti ricorda che tu non siamo noi. Che tu non sei tutti gli altri che vorrebbero decidere per te e nemmeno tutti gli altri che non sanno nemmeno che esisti. Ti senti. In mezzo al troppo. O traboccherai sgocciolando via oppure sarai quella che, il troppo, è pronta a pestarlo con scarpe sporche e cuore in obbligato autocontrollo.

Segui il filo del discorso, non ti distrarre, lascia stare il trolley e il puntino fermo sulla mappa. La destinazione è il filo del discorso e il discorso è una mano silenziosa che ti preme leggermente il viso e il cuore pesante. Senti? Sei arrivata a destinazione. Ti guardi ancora intorno, smarrita. E ora, nessun percorso inverso, nessuna soluzione alle gocce di troppo, nessuna perdita di tempo sugli schermi luminosi. Nessuna salvezza anticipata, concludi.

Chiudi gli occhi per lutto, una goccia sopra una goccia, sei morta un po’ anche tu in tante piccole cose ora morte. Una goccia per ogni dolore visto e sentito e sfiorato e provato e causato. A modo tuo. La mia mano è per questa stanchezza che ti invecchia e mi spacca, mentre tu, rigida, non scivoli che in maniera controllata. Di me ti fidi perché ci sono, irrimediabilmente, e non rido. Alla prossima destinazione ci penseremo, una goccia sopra una goccia, un troppo alla volta.

L’indifferenza non è un dolore per noi.

Dopo nessuna fine

La mia bellezza ai tuoi occhi e la mia bellezza al tuo cuore viaggiano separate, se sarò fortunato ne troverai una, se sarò miracolato si aggiungeranno l’una all’altra. Faranno clic. Trascina dentro. Poi stop. Occhi su, occhi giù. Una precedenza da non prendersi in un bell’incrocio a raso. Tu lasci la precedenza a me, io a te. Nessuno si muove. Questo ci fa fare la bellezza. Nessuno si muove e dentro più di qualcosa si muove.

La bellezza è un punto di vista, come i miracoli. E succede, se credi ai miracoli ogni giorno e ci credi finché puoi. Prima che diventino parole da cui doversi difendere, prima o poi.

Se le parole son scritte però cambia. Puoi anche difenderti a partire da ora ma forse non lo farai mai, dopo nessuna rilettura, dopo nessuna fine. In te sono più eterne dei miracoli, quelle bastarde. Ben arrivate.

Mi dai i respiri

Mi togli i brividi

Mi compri i vestiti

Mi togli i vestiti

Mi dai ogni giorno che puoi

Mi fai perdere qualcosa di me per strada

Mi dai una sorte

Mi togli solo uno dei modi che esistono per ammazzarmi

Pianti paletti lungo la strada

Ma ci spostiamo solo in aereo

Mi esisti pure troppo

Mi sparisci come l’ultima pallina del flipper nella partita del record

Mi ricordi sempre e non me lo vuoi dire

Mi chiedi spiegazioni che non possono esistere in chi vive ventiquattro ore alla volta

Mi agghiacci di silenzi perché pensi che la verità sia spesso più fredda

Mi aspetti e poi vai e poi invece sei sempre qui

Mi programmi gioie che salterò come appuntamenti poco importanti

Dai e togli

Come tutti

Come me

In una matematica illogica

Per pareggiare conti che non devono mai presentare un totale.

 

Se stiamo contando siamo vivi

Se sappiamo già come e dove finisce il totale

Di questo dai e togli

Siamo davanti a un miracolo andato

Siamo davanti a parole da cui dovremo difenderci, prima o poi

O siamo davanti a sfilze di lettere come queste

Lì, nell’eternità dei colpi di cuore dati bene

Proprio a perdere

Già dopo una nessuna fine.

Ora le labbra

Ora le labbra non sanno più pronunciare il silenzio delle parole che vanno dette al cuore.

Di chi le labbra?

Di chi il cuore?

Di chi è di turno, semplicemente.

Ora. Domani. Tu. Ora. Io.

_020188

Il cercatore di cose cadute nell’indifferenza

A spostarci dal centro all’estremo opposto c’è una mano ghiacciata di troppo mossa da un cuore raffreddato, o c’è la forza di un’aspettativa partita e mai arrivata, ci sono budella di trascurabile e di essenziale aggrovigliate insieme, vacanze e giorni storti, accrediti che salvano e addebiti che danno un senso ai prossimi accrediti. Spostarsi, essere spostati, farsi spostare dal centro a un qualunque posto non numerato è la normalità di un dolore, da riavvolgere e ascoltare. Accelerare, frenare, consigliare e rinunciare, una carezza prima dell’insofferenza. Gli occhi si chiudono sul soffitto, una preghiera laica. Sarà per la prossima. Qualunque cosa doveva essere.

È sempre la sottrazione che non ti aspetti a cambiare il totale. E mentre tu conti io sento di non contare, di non saper contare e, soprattutto, di non poter sottrarre ancora più di così.

Quelli come noi accettano solo cose straordinarie, immortali. Allerte meteo rosse pronte negli occhi, giorni separati da sottili ore da sfondare con delle idee temporanee, quelle convinzioni che diventano noi. Ma dato che non abbiamo più la speranza di finire dentro a un poema epico attualmente il problema è incontrarsi, contemporaneamente, in cose straordinarie, le stesse cose, poi declassate a normali per necessità.

A Modena mentre passeggi con il cane, sul calcestruzzo armato del ponte Bisantis di Catanzaro di sfuggita nelle corsie opposte, a L’Aquila al caffè Fratelli Nurzia con un pezzo di torrone che si sbriciola sul tavolo, a Genova lì dove i vecchi binari della ferrovia muoiono sul catrame del porto e i piccioni fanno ronda di vigilanza. Incontrarsi lì, ovunque ci siano normalità da vivere gemellate, da prendere sul serio come si fa con il caffè, e come con le cose di cui non vedremo mai la fine. Non in questa terra, certo, sarebbe sufficiente l’universo parallelo a quello dell’indifferenza. Pieno contro vuoto, in ogni caso, un poco di spettacolare che fa fare gli straordinari ai ventricoli. Hai presente?

Vado a dare questi pensieri scritti sui fogli al cestino. È nel cestino che vanno a finire le cose che non sono finite ma che non sappiamo più usare. Le seconde opportunità, praticamente. Per arrivare al cestino faccio un giro largo, quegli scritti sono tutti piccoli figli senza nome e i figli si dovrebbero crescere non abbandonare. Una disavventura per persone dolci, ecco dove credo di essere capitato, un passo alla volta. Raccogliendo tutta l’indifferenza da tutti i cestini di tutte le scrivanie di persone più importanti di me. Tu quasi perfetta, quasi che non ti noterei mai, con qualche sorriso sincero e qualcuno fotocopiato, seduta a una di queste scrivanie. Forse il sorriso sincero è quello timido ed essenziale che non rivolgi a me. Prendi la mia penna, puntala contro di te e fatti male. Scrivo per te.

_020188

Tu nella tua di disavventura lotti per stare a galla. Davanti al pc, sotto il semaforo, sdraiata sul materasso, in un abbraccio che non ti appartiene più, a galla sugli sguardi degli amici. La dolcezza sta nel profondo perché viene prima la necessità della sopravvivenza: scegliere, difendere le scelte, mettersi dietro di loro e spingere. Solo dopo può mostrarsi il lato indifendibile che abbiamo, quello che ci distingue, ci valorizza. Ti aggiusti la frangia. Pensi a quanto sia difficile far diventare i “sì” dei “no” dopo tutta questa indifferenza. Verrà a galla, la dolcezza.

Rivuoi la pelle giovane dei primi incontri, vorresti poter rivedere le scritte in piccolo perché sono le più importanti e quelle che ci fregano, recuperare le strade perse che solo per timore ti parevano impraticabili, replicare quei piegamenti con ardore, l’uno sull’altro, materia per fisici sentimentali.

Io e te, non siamo noi, non siamo qualcuno. Allora chi? Io sono il cercatore di cose perdute nell’indifferenza. Sogni, rinunce, mezze verità, mezze bugie, mezze vite, tempi, ritmi, spazi, segni in memoria, un souvenir e altre cose del genere. Ho un rastrello speciale per recuperare tutto. Si chiama “voglio”. Ha le maglie larghe e trattiene solo cose straordinarie. È banale e abbastanza speciale.

Vieni a perdermi in te, a chiedere un prestito di felicità che non rivorrò indietro. Passa di qui, ti libero io un centro dove sentirsi al centro, ti guarisco dalla mia penna e poi te ne metto in mano un’altra. Andremo a fondo dove siamo chi siamo. Lì l’indifferenza è vuota. E tutto è banale e abbastanza speciale.

Amare è accettare quel che comporta

Alzo il volume dal volante grazie a una freccia stampata nel buio e puntata verso nord, sfreccio verso il nord, solita autostrada. Per tornare a casa. Casa l’ho lasciata perché non la sopportavo più. La canzone in onda non impiega molto a fami sentire solo e questo mi commuove, mi apre e mi maltratta. Vorrei una persona al posto della canzone, non una qualsiasi tra quelle vorrebbe me. Con tutto il coraggio di sussurrare le mie fragilità, così come sono, senza finzioni da improvvisare. Con tutte le sincerità del caso che sono io. Le luci arancioni del quadro si sfocano mentre sfreccio contro una notte che se ne frega. Sono solo due lacrime trattenute.

Casa è una, quasi lo direi a voce alta, ma mi imbarazza parlare da solo. Casa. Ci torniamo sempre, dopo corti o lunghi giri, e per qualche ragione a volte fa male. Più male che non averla. Tornando a volte ci si sente come quando si torna dalle vacanze alla vita di tutti i giorni. Non c’è bisogno che ti spieghi. Tu come lo chiami? Lo chiami oppure stringi le spalle? Le situazioni ideali non ci ospitano a lungo. E quindi sì, che torni, fa male come la vita. Le spallucce alla vita non le fai. È come casa, è una sola.

La solitudine di ciò che è unico sta in una foto incorniciata in soggiorno e non importa quanti caselli autostradali fanno da ostacolo, o persone, o ferite. Troviamo sempre il modo per fregarli. Perché amiamo e amare è accettare tutto quello che comporta. Distruggere e ricostruire. Una stanchezza impossibile da definire e un’incontro che non finisce mai davvero. La solitudine non c’è. Ma sì che c’è. La solitudine siamo noi. Da soli, in due, in tre, in quattro, in cinque, in sette miliardi. Dalla stanchezza fuggiamo, alla stanchezza torniamo.

Spengo la radio. 140, 160, 180 chilometri all’ora, non c’è un modo più veloce, qui, per tornare alla cura che arriverà dopo il primo sguardo severo. Con la benedizione di tutti i Tutor dell’A1.


Questa è una storia vera tratta da una storia complicatamente vera. Una storia una, come la vita, come casa. Certo tu non sai cosa comporto io domani, io non so cosa comporterai tu. Ci muoviamo disinvolti su una ragionevole fiducia, costruiamo tanto per essere una casa sempre più bella caricando la ragionevole fiducia di ogni cosa. Con un impercettibile dubbio che questa non regga, un bel giorno non regga più. Succede solo alle storie vere.

Ciao, sono tornato. E non so cosa dire. Scappare per respirare e pentirsi, e commuoversi a distanza in corse folli, e più lontano andare è più sentirsi a casa. Apro la porta, tu sei in cucina. Sfreccio verso nord, sfreccio verso la mia unica casa. Ho un cuore molle, lo so, la luce si sfoca e il tuo viso diventa confuso. Sono solo due lacrime trattenute. Amare è accettare quel che comporta. Comporta te.

Pago il disturbo

Dovevo fermarti prima che mi sorridessi, prima che diventasse una bella giornata e un pessimo decennio. C’era un grande andirivieni quel giorno, il mio era “l’andiri” e il tuo un “vieni”, che ci facevo lì a far invecchiare le mie poesie nei quaderni senza dedicarle a una faccia vera. Niente. Mi son detto. Avrei dovuto pensare al decennio, quello si paga in piccolissime dissanguanti rate giornaliere. Invece oggi è sempre gratis, oggi è offerto dalla casa. Prendine quanti ne vuoi. Distratto dalla tua grazia sul bordo del letto, dalla sabbia che si stacca dal costume prima di entrare in mare, dalla tua indiscriminata sincerità spiazzante, dalla tenera generosità e dalla cresta dell’onda delle tue labbra corrucciate, quasi sempre sul punto di franare sul mio sguardo.

Dovevo rifiutare l’idea di appartenere, appendere un cartello con preghiera di essere amato, evitato e poi odiato. Invece mi sono reso disponibile al dolore, come tutti, con una specie di cartello in movimento che si chiama cuore. Guardo a est, e pure a ovest, ovunque vedo quel decennio. Niente mari, alberi, non mi asciuga gli occhi il vento, mi volto e non vedo stelle o campi incolti, agglomerati urbani, le strisce pedonali. Solo un decennio nei miei occhi, pesa più degli spiccioli che tengo in tasca per pagarli.

Rispondi al telefono. Ok. Stappi una birra. Ok. Accendi Netflix. Lavora, guarda male qualcuno, accarezza il cane della vicina carina. Ok. Dai una parola sperando sia quella giusta. Ok. Vai, ma in realtà scappi ogni tanto per respirare a fondo. Ok. Trattieni il respiro. Sono qui, per te. Morirei per te. Cosa facciamo stasera? Ci sopportiamo stasera? Ok. Giorno 948. Ti muovi nel letto ma ti fermi prima di ogni contatto. Ok. Le vacanze dove le facciamo? Hai un’altra? Ok. Io non ti capisco, sai, ma ti amo. Sono stanca. Sei di malumore? Il mio malumore sei tu. Ok. Giorno 1470. Corri, veloce, fai pure dei programmi ancora più importanti delle persone importanti. Non mi fermo se penso che non lo meriti. Dai non fare così. Ok. Ok. Ok.

Non dovevo fare assolutamente nulla, dovevo vivere e ho vissuto. Proprio così. Dammi il cinque. Salutiamoci da persone normali. È ok. I decenni durano anche meno, a volte. Se uno si distrae e guarda domani. Pago il disturbo. Domani è gratis, il giro è offerto. Fare debiti è un’attitudine, è un destino consapevole.

Mi rendo disponibile a tutto e a nessuno. Svuoto le tasche. Con l’amore di chi sa perdere. Adesso è un andirivai. Pago il disturbo.

La logica del se

Ciao bocca di natale spenta sono bocca di labbra fuori festa, senza energia e di quella non elettrica, potremmo sfiorarci? Dirci addosso qualcosa? Eventualmente, purché prima di essere ad un passo dal mai. Anche da intermittenti, come le decorazioni che riempiono le vie di questo paese non ancora maggiorenne, però che bei colori, con il loro mese di gloria. Ciao lacrima invernale spezzata sono cruciverba incompleto, tu mi hai bagnato e ammorbidito per caso, ho qui quasi un buco addosso, posso regalarti qualche parola che mi resta stampata addosso? Sceglila tu tra quelle già completate. Ciao capolavoro che eri, sono esattamente qualcosa che non ricordo mai, che ne dici di spostare quegli occhi che scoppiano di vene rosse puntati sui ricordi e di posarli sul niente, chi se lo fila quel ieri bastardo, spostarli proprio qui, qui che può diventare qualcosa, di molto piccolo ma confortante come, come una virgola.

Alla prossima fermata scendiamo da tutte queste metafore, dal frecciabianca che abbiamo in testa senza controllore e che porta via i pensieri sinceri da dire, scendiamo dai clic sparsi e fatti per trovarci e non trovarci e confonderci. Acceleriamo l’ultima boccata di nicotina e andiamo via a stare meglio davvero, chissà dove, fino al prossimo probabilmente. Mentre pensiamo se filtro o niente filtro. Mischiamoci al freddo di dicembre, freddo più freddo uguale freddo, io e te, non rovineremo l’inverno a nessuno. Essere come tutti ma non sentirsi del tutto, come sempre.

Leggiamo il labiale dei nostri comportamenti più strani, fraintendiamoci con la sensibilità di chi prova a maneggiare qualcosa la prima volta. Scendiamo dall’idea che noi si possa durare come un verso di Leopardi. A volte dura tutto poco più che tre schiaffi alla dignità, sì. Altro che poesia, altro che infinito. Concediamoci un sorriso, non per esagerare. Un pezzo. Diciamo che ci prendiamo un prestito dalla vita con interessi agevolati. Proviamo a vivere come se ricominciare dall’ultimo sole fosse abbastanza poetico e come se ricominciare da una colazione di soli baci fosse sufficientemente pratico per affrontare la giornata.

Il dépliant pubblicitario fermo sul fondo dei rifiuti organici e una carezza al risveglio ogni tanto. Il ghiaccio sui vetri dell’auto e gli occhiali appannati ogni tanto.

Ciao tango coraggioso sono un valzer che si inceppa spesso, insegnami qualche passo, potremmo trovare una via di mezzo per i prossimi duemila giri sul parquet? Eventualmente, ma prima di essere preceduti dalla fine musica.

Quanti saluti adesso, anche se la fine di un anno è solo questo, una sciarpa al vento, l’odore di corteccia bagnata scappa dai camini, qualcuno che prova le catene da neve, un papà e una mamma irraggiungibili adesso che, e proprio adesso che cominci a capire qualcosa. Inutile dire che neanche tu sapevi quanto i tuoi stessi occhi possono trattenere. Quante volte scarti l’ennesima pazienza e magari un cioccolatino per controbilanciare, e poi alle prese con gli esami da dare a sé stessi per cui servirebbe una proroga ma sei già fuori corso, e allora provi comunque, anche se non ti senti pronto. Con un voto bassissimo in testa.

E c’è la necessità e impossibilità di essere altrove, quante cose da farsi andare bene ma non è mica un mistero, quante cose da avallare coi dubbi sulle spalle, sperando di non risultare alla fine gli unici colpevoli. Siamo fortunati, nel nostro maglione, quanti convenevoli adesso davanti al pacco da scartare, imbarazzati e pronti a morire di una stanchezza prevista nella busta paga dal contratto nazionale dei lavoratori. Indulgenti, ci pieghiamo allo stesso vento dei ricordi e dei sogni e da questo ci facciamo depositare sulla soglia di una quasi certezza che in fondo può andare. Tutti questi bellissimi ci fregano sempre, come le occhiaie. Prima o poi si fanno profondi e li scoprono anche gli altri, tutti.

C’è da fregare la logica del se, te lo dico io che mi sei pioggia d’agosto, che se, e poi se, potrebbe essere un se. C’è da imparare il dolore degli altri perché ognuno ha il suo, quello non è un se, c’è da rinunciare a qualche metro quadro di segreti innocenti e di cicatrici, e a quei pesi e ostacoli che camminano sempre in giro con noi, sotto i vestiti, cuciti bene da noi sarti apprendisti spaventati. Facciamoci fare del male dalle cose, non di sfuggita, cerchiamo di capirle nella loro spietatezza. Per intero. Finiamo dentro allo schifo che abbiamo pescato e ingoiato ovunque per settimane, perché se daremo un nome al male qualsiasi sapremo cosa possiamo curare. E poi prendiamoci una notte signora, che sia solo nostra. Quelle sgualdrine lasciamole a chi si accontenta e racconta di aver goduto.

Scartiamo la logica del se, che se, e poi se, potrebbe essere un se. Per aprirla, la più insicura logica funzionante al mondo che abbiamo dentro, quanto le ossa. Scartiamola come un cioccolatino, come un bellissimo, centoquaranta battiti al minuto da non rallentare, centoquaranta carati da non ridurre per aumentare la brillantezza.

Scartiamo, io e te, un po’ per controbilanciare col resto e un po’ perché è sempre come le occhiaie. Prima o poi si fa profonda e lascia segni, se la scopriamo prima degli altri magari sappiamo a chi dedicarla. Concediamoci un sorriso, non per esagerare. Un pezzo. Diciamo che ci prendiamo un prestito dalla vita con interessi agevolati.

Le asciugheremo con il polso

Eliminato di recente. Dalle lenti degli occhiali, da una mano, dal pensiero, da un civico. Ripristini o svuoti il cestino? Se lo fissi lo spazio diminuisce sempre più di quel che ti serve. Se le fissi le persone sembrano sempre più ciò che sono e meno a quello che ti serve. Eliminato di recente, se chiedi, è sempre recente perché non passa mai abbastanza tempo. Recupera, riusa. Se è il 31, magari di un Dicembre, sei sulla soglia dell’ultimo di quel che non è ancora iniziato, se giochi a fare il contrario come fa la vita allora è il 13 e sei sulla soglia della fortuna impossibile che, a dire il vero, a qualcuno deve pur capitare. Se non è stata eliminata di recente. Ripristina il senso che ci hai messo ogni mattina, quello dell’umorismo e quello dei duelli, quello che riempie di cibo la tua tavola. Svuota quel tuo spazio già vuoto che qualcuno, a sua insaputa, si è preso comunque.

Allarga la cintura, stringi i denti. Licenzia l’autista che ti lascia sempre sola nel traffico. Non confondere il rock che esce dalle chitarre con quello che fai esistere tu. Sulle cose, nelle persone. Non confondere l’autostrada che sporcano tutti con la strada di campagna che ti ha portato da casa a scuola. Non confondere i calendari e le agende e gli appuntamenti e le maree e le stagioni con il tempo, perché il tempo sei tu e tu scegli come usarti.

Un rossetto sottile, la fila alle poste senza aria condizionata dove per sopravvivere bisogna agitare i bollettini da pagare, le due settimane di malattia per l’operazione di cui non hai detto a nessuno, la gonna presa dai cinesi non va stirata ma durerà un’estate sola. La prossima, sì la prossima, stai già sperando.

Nessuno vuole sapere com’è cadere, finire nel cestino. Nessuno vuole essere eliminato di recente. Si spera di essere ripristinati e non svuotati dal cestino. Sorridere come se bastasse aprire un bottone, sbucciare un’arancia, aspettare la certezza seduti così stretti, tutti insieme noi che contiamo su noi, con le gambe storte come se bastasse avere il tempo di tre vite. Lascia la tua firma. Nome di battesimo, nomi delle cose che devi ancora toccare, cognome. Allungala fin dove puoi, almeno sulla tua carta. Aspetta, un poco, su quel tavolo o su quella chat, quella stella fuori si perderebbe comunque. Qualcuno ha il passo corto e ci mette di più per arrivare. Aspetta un poco il tempo che sei tu.

Lasciati una “E”, una congiunzione, tieni sempre appesa una gonna mai usata e un bacio. Le prime volte esistono ogni giorno, tra una congiunzione e l’altra. Allarga il palmo della mano e pensa quante ne ha già passate, stringi qualcuno con le parole vere. Vedrai. Dall’altra parte. Come è possibile vedere. Senza calcolatrici negli occhi, senza sciarpe in gola solo nodi provvisori. Recupera, riusa. Adesso siamo sempre più grandi, mai abbastanza ma non inutilmente. Sì, me ne accorgo. Ci commoviamo per gli abbracci più normali e per le canzoni dei nostri amori adolescenti, ed esce tanto ricordo dagli occhi, tanti di quei “per sempre” e di quelle amarezze non biodegradabili, come da un’alta marea. Le asciughiamo con il polso. Eliminate di recente.

Un nuovo attentato terroristico a Berlino, l’Europa unita esce dall’Europa disunita, le notti africane sempre fredde sul mare spingono i barconi verso le utopie. Non c’è più un gioco divertente per le nostre famiglie? C’è il tempo per giocare? C’è domenica per riposare, per quel rossetto brillante Chanel. C’è l’anno prossimo per provare a cambiarsi, con i rimorsi e le incertezze e i consigli non chiesti e i pareri già scordati.

Hai dimenticato di mettere la cintura di sicurezza a queste quattro emozioni, allarga il palmo della mano, stringi le labbra, guarda una qualunque “E” congiunzione. La notte si fa spessa, ora, andiamo a ripristinare quello che abbiamo buttato per sbaglio, a consumare i rossetti sottili delle occasioni normali e andiamo a stropicciare gli zigomi con qualche espressione. Aspettiamo la prossima marea, con la felicità di due biglietti da comprare, aprendoci e chiudendoci insieme, come i palmi delle mani che tante ne hanno passate, mai abbastanza ma non inutilmente. La asciugheremo con il polso.

La sindrome del vuoto

Non me l’ha mai detto nessuno “scrivi, ti farà bene”, invece guardami qua, ad annotare qualche buon pensiero tra tante idiozie in altrettanti blocchi di carta. Non me l’ha mai detto nessuno “Adesso si farà dura”, è quel tipo di sorpresa che ti devi fare da solo, e forse sembrava stupido suggerirmi che anche io mi sarei trovato, oltre ogni aspettativa, con me stesso. Con in mano nient’altro. Una storia, una malattia, un’impressione, una capacità, il vapore di una doccia. Non me l’hanno detto per troppo riguardo. Come se a togliere il disturbo, o a spezzarsi, a sentirsi liberi o ad ammazzare qualcuno non lo si possa fare comunque, anche con tutte le protezioni, con tutte le bugie. Come se non fossimo noi quelli pronti a sacrificare ogni centimetro, a esporci di persona. A prendere e andare, e forse a tornare.

Guardando mia nonna pensavo che la vita fosse semplice come un gioco, non capivo le espressioni più gravi dei grandi, capivo un volto che si addolciva una ennesima volta. Non immaginavo che fosse tutto un prendere e andare, forse tornare. Un grembiule nascondeva la tensione nell’aria, la stanchezza degli umani. A pensarci, ricordare sembra questa la vera ferita, sapere di essere stati protetti, e non ciò che ne è la causa. Nessuno mi aveva detto che fosse troppo tardi, già allora, per essere freddo e cattivo e superiore a quelle due o tre incertezze di ogni uomo. Ah, si cresce. Definisci crescere. Definiscilo nella mia vita non nella tua, in quella di un camorrista, in quella di un regista hollywoodiano. Sì, e dopo che non hai definito adeguatamente ti voglio perplesso, arrabbiato e affranto. Senza certezze. Come me.

Non me l’ha mai detto nessuno che prima o poi si perde, sapendo di perdere, con un sorriso tirato per tutti e un breve saluto nervoso, nervoso solo il tanto che non si può nascondere. È quel tipo di sorpresa che non ti va di accettare. Magari perdi qualcuno, o la tua serenità, o una posizione a cui tieni, un posto auto al centro. Non so. Quel segno meno davanti alle cose può piacere solo ai matematici. Quelli sanno che torna poi sempre tutto come deve, nel razionale e nell’irrazionale. È tutto spiegabile, qualcuno si sta attrezzando per le spiegazioni. Vi preghiamo di aspettare. Il perso sarà recuperato. Non me l’ha detto nessuno ma giuro che ci sono arrivato, e ho tremato. E sono esploso e poi mi sono ricomposto, perché è questo che si deve fare: tornare interi prima che qualcuno cominci a preoccuparsi.

Un pensiero, come una lettera aperta, ma chiuso qui sotto.

Adesso mi sgancio, questa volta mi sgancio, come una bomba dall’alto che deve spaventarsi e non esplodere. Per squarciare il vuoto, dovunque sia e che proprio quello lì non sia, con un silenzio selezionato tra i migliori, gusto complesso e amaro, precipitare con una playlist decente nel mezzo. Trema l’aria fresca, perfetta nel suo non essere tutta anidride carbonica. L’ultimo pezzo di unghia graffia la schiena, ma non trattiene. Nemmeno un sorriso molto più leggero, verso qualunque cosa a cui teniamo impossibile da afferrare. Spente, le giornate dall’alto. Non cadono solo le stelle, non solo i moscerini sui piatti insipidi e non solo le speranze sulle vite che non si possono scegliere e nemmeno avere. Anche gli specchi sono inutili al buio. Tocchi i tuoi contorni e ricordi come sei ma non ricordi come volevi essere. Svito anche le lampadine perché solo al buio cadono anche certe persone che non vogliono essere viste cadere.

Adesso mi sgancio, solo una frase per dire il contrario di quello che sento, un giro su me stesso per disinnescare un pensiero cattivo dedicato a tutti quelli che ancora non perdono le parole, una chiusa negli occhi per non disturbare tutti quelli che vivono di cose più importanti come l’allerta meteo. Torno alla capitale del dolore che non avrai studiato, a un inferno part time freddissimo che non brucia la carta delle mie lettere aperte, pensieri che non servono. Perdere il ritmo ma comunque cantare la canzone, era doveroso. Esporci, prendere e andare. Anche se non si sa fin dove.

Lasciare un pensiero, non sapere che altro fare. Non avere altro. Un pensiero come una lettera aperta, sprecato qui sotto. Manca solo la firma.

Il fato o il fatto

Ho bisogno degli occhi lucidi quindi mettiamo dei separatori, dei guardrail tra i nostri fianchi per non sfiorarci, per non dover fingere di essere appena un gradino sotto la perfezione e quindi dover restare asciutti, dentro e fuori. Passiamo senza guardarci gli occhi, strisciamo il badge e il bancomat con la stessa felicità che non esiste. Hai bisogno di occhi lucidi, di chiamare tua sorella e di dirle che sono pericoloso perché sono inaffidabile e che la valigia non la fai perché non sapresti dove andare, questo mondo è inaffidabile ovunque e poi dobbiamo pagarci i conti anche se non tornano mai.

Louise, non t’incanti sull’orologio della cucina, non rispolveri le parigine dell’anno scorso per l’autunno, non cerchi non trovi, e cosa poi, ché a metà tu non vuoi più nulla. Nemmeno perder tempo. Io ti penso, un pensiero indefinito. Non vedo quel che pesto mentre cammino, troppo buio, questa vita notturna vale il centesimo che non spenderò mai. Il mio pensiero è un ricordo che non esiste, la capacità di andare oltre i miei limiti, come si dice (semplificando) essere “migliore”. In quel ricordo faccio le cose giuste per dare tempo alle parole, mi accartoccio vinto dal troppo e ti lascio i miei occhi lucidi. Arrabbiati, esausti, tenaci, innamorati. Pronti ad allagare i nostri guardrail e a farci navigare sopra.

È una guerra fredda persa l’amore, una poesia che come gli altri pensavi di aver capito, una poesia che vuol dire quello che vuole a chi vuole, magari a te niente. È un sorriso contro di te, perso,    l’amore, è sempre lo spicciolo che  ti manca per pagare il conto. È una fede stretta, opaca stringe ma non t’interessi di allargarla e di fargli una lucidatura. Nel confine tra l’euforia e la disperazione, è un cecchino e una mamma, l’accusa e la difesa. L’amore.

Qualcuno vorrebbe sapere quante scarpe ho intenzione di consumare per scappare dall’amore. In notti vuote come questa raccattare centesimi di me che non spenderò mai. Sai che non so rispondere, mi son detto. Forse il meno possibile, il giusto possibile. Il giusto di chi? Io che sono bravo a camminare dappertutto e sempre fin dove voglio, con pochi e poi solo, davvero non so rispondere. Non è una risposta possibile per chi non cerca e non trova, e cosa poi, ché a metà non vuole più nulla.

Ritrovo un vecchio appunto, scritto in uno dei miei bloc notes “adesso non posso farmi male senza fare male a te”. Una specie di promessa. Come direbbe Louise dobbiamo pagarci i conti anche se non tornano mai. Ma non da conti diversi, non da sudori diversi, non con speranze diverse. Male, bene. Tutto può arrivare a coincidere. È un attimo. Proprio come l’attimo in cui strisci la felicità che non esiste. Guadagnare, spendere, tornare in pari. Male, bene. Insieme.

Diceva il gommista di famiglia che l’amore non sono speranze di transizione, come nulla è certo nulla è detto e nulla è andato a puttane se non per scelta. Mi ricordo il calendario Pirelli appeso in officina e il suo sorriso granitico, gli occhi sfuggenti, i raccoglitori disordinati zeppi di ricevute. Non ha mai assunto una segretaria perché non gli piaceva l’idea che qualcuno incontrasse spesso i suoi occhi. A volte umidicci, a dire il vero, un po’ come l’umido dei campi della Bassa alle sette del mattino. A strati. Sospesi. E chi lo sa cosa c’è tra l’uno e l’altro. Adesso è in pensione, rinuncia al calendario, ha sudato per una famiglia che non sa esattamente chi lui sia dietro quegli occhi. Arrabbiati, esausti, tenaci, innamorati. Però è una famiglia.

Torno qui, fermo i piedi, chiudo il bloc notes. Mi aggrappo alle lenzuola, certo che sono le nostre. Piango su un cuscino, spendo qualche paura. In una vita senza certezze ci supponiamo felici, i nostri occhi lucidi spariscono nella notte.

Il fato ci ha fatto incontrare Louise oppure è stato il fatto, questo fatto vedi, che il dolore è come un regalo: ce lo si può scambiare a scatola chiusa e una volta aperto non si può restituire. Però se si vuole si può consumare insieme fino alla fine.

Appendino

Cambi per cambiare in meglio

poi cambi anche in peggio

poi cambi anche come capita

un brutto tiro del cuore.

 

Sono il tuo appendino. Oggi hai cambiato vestito, ti sei data una spolverata e un limite massimo di colori. Adesso che sei a casa e ti puoi spogliare io ti servo, ti serve appoggiare da qualche parte quello che gli altri vedono di te, tenerlo buono per domani, e ti serve riprenderti ciò che sei.

È che questi appendiabiti sono sempre a metà altezza, tra il comodo e il bisogno di spazio. La cerniera scivola aprendoti le spalle, ti senti gonfia per colpa del caldo, i ganci del reggiseno lasciano antipatici segni. Spariranno presto. Ti alzi sulle punte, sono qui. Un piccolo sforzo. Il tuo appendino, liberati le caviglie da questo vestito se non vuoi capitolare da sobria. Farò di tutto per far stare appesa questa bellezza che non sei tu, ma tu, tu trova quella vera, adesso in tempo reale.

 

Cambi perché si deve cambiare

come si cambia l’orario a una qualsiasi sveglia

per farsi sentire almeno un momento al giorno

per non cambiare niente

siamo seri, ma cambiare qualcuno

che ricambia noi il che cambia un altro qualcuno

adesso la smetto che sembrano generazioni e invece

ci troviamo, ci guardiamo in faccia

noi che non ci conosciamo davvero

noi che siamo esattamente qualcuno

sempre diversi

sempre allo stesso orario

ormai solo nostro.

 

È che a questi appendini manca la parola, dondolano e si schiacciano insieme agli altri senza lamentarsi mentre tu scalza friggi un uovo e centrifughi l’insalata con la testa stanca su domani. Un suggerimento su cosa pensare, una canzone da far partire, un libro di ricette aperto alla pagina giusta, staccare i fili delle correnti portate da persone inutili. Se potessero fare queste cose non sarebbero appendiabiti. E tu ne avresti paura. Invece di me ti fidi. Faccio sempre la stessa identica cosa e per questo sono affidabile. Per questo puoi ignorarmi. Ti fidi. Invecchio e mi preparo alle crepe. Un giorno farò cadere tutto, lo sappiamo.  Ma adesso sono qui, tengo tutto quello che vuoi usare domani, un giorno alla volta, passeranno e ce la faremo.

 

Cambierai per comprare e buttare

senza sentire il peso di quello che in tutto questo resta

lo farai per voglia, per rispettare i programmi, per prendere dritto un incidente

e darai qualcosa da dire a qualcuno

che non ti conosce davvero

e che non si è accorto che è cambiato

neppure per un attimo

mai finito su qualcuno.

 

È questi appendini non hanno un cuore, non ci hanno costruito un alloggiamento dedicato. Altrimenti, forse, da appendino cambierei vita. Mi darei alla pazza gioia e cambierei, come tutti voi. Per un giorno e l’altro. Per un motivo o l’altro.

E ora verrei in cucina da te per ripeterti che sono qui, tengo tutto quello che vuoi usare domani, tutto quello che sei davvero, un giorno alla volta. Passeranno e ce la faremo fino a crollare.

Sì, mi appenderei io.