Dopo nessuna fine

La mia bellezza ai tuoi occhi e la mia bellezza al tuo cuore viaggiano separate, se sarò fortunato ne troverai una, se sarò miracolato si aggiungeranno l’una all’altra. Faranno clic. Trascina dentro. Poi stop. Occhi su, occhi giù. Una precedenza da non prendersi in un bell’incrocio a raso. Tu lasci la precedenza a me, io a te. Nessuno si muove. Questo ci fa fare la bellezza. Nessuno si muove e dentro più di qualcosa si muove.

La bellezza è un punto di vista, come i miracoli. E succede, se credi ai miracoli ogni giorno e ci credi finché puoi. Prima che diventino parole da cui doversi difendere, prima o poi.

Se le parole son scritte però cambia. Puoi anche difenderti a partire da ora ma forse non lo farai mai, dopo nessuna rilettura, dopo nessuna fine. In te sono più eterne dei miracoli, quelle bastarde. Ben arrivate.

Mi dai i respiri

Mi togli i brividi

Mi compri i vestiti

Mi togli i vestiti

Mi dai ogni giorno che puoi

Mi fai perdere qualcosa di me per strada

Mi dai una sorte

Mi togli solo uno dei modi che esistono per ammazzarmi

Pianti paletti lungo la strada

Ma ci spostiamo solo in aereo

Mi esisti pure troppo

Mi sparisci come l’ultima pallina del flipper nella partita del record

Mi ricordi sempre e non me lo vuoi dire

Mi chiedi spiegazioni che non possono esistere in chi vive ventiquattro ore alla volta

Mi agghiacci di silenzi perché pensi che la verità sia spesso più fredda

Mi aspetti e poi vai e poi invece sei sempre qui

Mi programmi gioie che salterò come appuntamenti poco importanti

Dai e togli

Come tutti

Come me

In una matematica illogica

Per pareggiare conti che non devono mai presentare un totale.

 

Se stiamo contando siamo vivi

Se sappiamo già come e dove finisce il totale

Di questo dai e togli

Siamo davanti a un miracolo andato

Siamo davanti a parole da cui dovremo difenderci, prima o poi

O siamo davanti a sfilze di lettere come queste

Lì, nell’eternità dei colpi di cuore dati bene

Proprio a perdere

Già dopo una nessuna fine.

Ora le labbra

Ora le labbra non sanno più pronunciare il silenzio delle parole che vanno dette al cuore.

Di chi le labbra?

Di chi il cuore?

Di chi è di turno, semplicemente.

Ora. Domani. Tu. Ora. Io.

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Il cercatore di cose cadute nell’indifferenza

A spostarci dal centro all’estremo opposto c’è una mano ghiacciata di troppo mossa da un cuore raffreddato, o c’è la forza di un’aspettativa partita e mai arrivata, ci sono budella di trascurabile e di essenziale aggrovigliate insieme, vacanze e giorni storti, accrediti che salvano e addebiti che danno un senso ai prossimi accrediti. Spostarsi, essere spostati, farsi spostare dal centro a un qualunque posto non numerato è la normalità di un dolore, da riavvolgere e ascoltare. Accelerare, frenare, consigliare e rinunciare, una carezza prima dell’insofferenza. Gli occhi si chiudono sul soffitto, una preghiera laica. Sarà per la prossima. Qualunque cosa doveva essere.

È sempre la sottrazione che non ti aspetti a cambiare il totale. E mentre tu conti io sento di non contare, di non saper contare e, soprattutto, di non poter sottrarre ancora più di così.

Quelli come noi accettano solo cose straordinarie, immortali. Allerte meteo rosse pronte negli occhi, giorni separati da sottili ore da sfondare con delle idee temporanee, quelle convinzioni che diventano noi. Ma dato che non abbiamo più la speranza di finire dentro a un poema epico attualmente il problema è incontrarsi, contemporaneamente, in cose straordinarie, le stesse cose, poi declassate a normali per necessità.

A Modena mentre passeggi con il cane, sul calcestruzzo armato del ponte Bisantis di Catanzaro di sfuggita nelle corsie opposte, a L’Aquila al caffè Fratelli Nurzia con un pezzo di torrone che si sbriciola sul tavolo, a Genova lì dove i vecchi binari della ferrovia muoiono sul catrame del porto e i piccioni fanno ronda di vigilanza. Incontrarsi lì, ovunque ci siano normalità da vivere gemellate, da prendere sul serio come si fa con il caffè, e come con le cose di cui non vedremo mai la fine. Non in questa terra, certo, sarebbe sufficiente l’universo parallelo a quello dell’indifferenza. Pieno contro vuoto, in ogni caso, un poco di spettacolare che fa fare gli straordinari ai ventricoli. Hai presente?

Vado a dare questi pensieri scritti sui fogli al cestino. È nel cestino che vanno a finire le cose che non sono finite ma che non sappiamo più usare. Le seconde opportunità, praticamente. Per arrivare al cestino faccio un giro largo, quegli scritti sono tutti piccoli figli senza nome e i figli si dovrebbero crescere non abbandonare. Una disavventura per persone dolci, ecco dove credo di essere capitato, un passo alla volta. Raccogliendo tutta l’indifferenza da tutti i cestini di tutte le scrivanie di persone più importanti di me. Tu quasi perfetta, quasi che non ti noterei mai, con qualche sorriso sincero e qualcuno fotocopiato, seduta a una di queste scrivanie. Forse il sorriso sincero è quello timido ed essenziale che non rivolgi a me. Prendi la mia penna, puntala contro di te e fatti male. Scrivo per te.

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Tu nella tua di disavventura lotti per stare a galla. Davanti al pc, sotto il semaforo, sdraiata sul materasso, in un abbraccio che non ti appartiene più, a galla sugli sguardi degli amici. La dolcezza sta nel profondo perché viene prima la necessità della sopravvivenza: scegliere, difendere le scelte, mettersi dietro di loro e spingere. Solo dopo può mostrarsi il lato indifendibile che abbiamo, quello che ci distingue, ci valorizza. Ti aggiusti la frangia. Pensi a quanto sia difficile far diventare i “sì” dei “no” dopo tutta questa indifferenza. Verrà a galla, la dolcezza.

Rivuoi la pelle giovane dei primi incontri, vorresti poter rivedere le scritte in piccolo perché sono le più importanti e quelle che ci fregano, recuperare le strade perse che solo per timore ti parevano impraticabili, replicare quei piegamenti con ardore, l’uno sull’altro, materia per fisici sentimentali.

Io e te, non siamo noi, non siamo qualcuno. Allora chi? Io sono il cercatore di cose perdute nell’indifferenza. Sogni, rinunce, mezze verità, mezze bugie, mezze vite, tempi, ritmi, spazi, segni in memoria, un souvenir e altre cose del genere. Ho un rastrello speciale per recuperare tutto. Si chiama “voglio”. Ha le maglie larghe e trattiene solo cose straordinarie. È banale e abbastanza speciale.

Vieni a perdermi in te, a chiedere un prestito di felicità che non rivorrò indietro. Passa di qui, ti libero io un centro dove sentirsi al centro, ti guarisco dalla mia penna e poi te ne metto in mano un’altra. Andremo a fondo dove siamo chi siamo. Lì l’indifferenza è vuota. E tutto è banale e abbastanza speciale.

Amare è accettare quel che comporta

Alzo il volume dal volante grazie a una freccia stampata nel buio e puntata verso nord, sfreccio verso il nord, solita autostrada. Per tornare a casa. Casa l’ho lasciata perché non la sopportavo più. La canzone in onda non impiega molto a fami sentire solo e questo mi commuove, mi apre e mi maltratta. Vorrei una persona al posto della canzone, non una qualsiasi tra quelle vorrebbe me. Con tutto il coraggio di sussurrare le mie fragilità, così come sono, senza finzioni da improvvisare. Con tutte le sincerità del caso che sono io. Le luci arancioni del quadro si sfocano mentre sfreccio contro una notte che se ne frega. Sono solo due lacrime trattenute.

Casa è una, quasi lo direi a voce alta, ma mi imbarazza parlare da solo. Casa. Ci torniamo sempre, dopo corti o lunghi giri, e per qualche ragione a volte fa male. Più male che non averla. Tornando a volte ci si sente come quando si torna dalle vacanze alla vita di tutti i giorni. Non c’è bisogno che ti spieghi. Tu come lo chiami? Lo chiami oppure stringi le spalle? Le situazioni ideali non ci ospitano a lungo. E quindi sì, che torni, fa male come la vita. Le spallucce alla vita non le fai. È come casa, è una sola.

La solitudine di ciò che è unico sta in una foto incorniciata in soggiorno e non importa quanti caselli autostradali fanno da ostacolo, o persone, o ferite. Troviamo sempre il modo per fregarli. Perché amiamo e amare è accettare tutto quello che comporta. Distruggere e ricostruire. Una stanchezza impossibile da definire e un’incontro che non finisce mai davvero. La solitudine non c’è. Ma sì che c’è. La solitudine siamo noi. Da soli, in due, in tre, in quattro, in cinque, in sette miliardi. Dalla stanchezza fuggiamo, alla stanchezza torniamo.

Spengo la radio. 140, 160, 180 chilometri all’ora, non c’è un modo più veloce, qui, per tornare alla cura che arriverà dopo il primo sguardo severo. Con la benedizione di tutti i Tutor dell’A1.


Questa è una storia vera tratta da una storia complicatamente vera. Una storia una, come la vita, come casa. Certo tu non sai cosa comporto io domani, io non so cosa comporterai tu. Ci muoviamo disinvolti su una ragionevole fiducia, costruiamo tanto per essere una casa sempre più bella caricando la ragionevole fiducia di ogni cosa. Con un impercettibile dubbio che questa non regga, un bel giorno non regga più. Succede solo alle storie vere.

Ciao, sono tornato. E non so cosa dire. Scappare per respirare e pentirsi, e commuoversi a distanza in corse folli, e più lontano andare è più sentirsi a casa. Apro la porta, tu sei in cucina. Sfreccio verso nord, sfreccio verso la mia unica casa. Ho un cuore molle, lo so, la luce si sfoca e il tuo viso diventa confuso. Sono solo due lacrime trattenute. Amare è accettare quel che comporta. Comporta te.

Pago il disturbo

Dovevo fermarti prima che mi sorridessi, prima che diventasse una bella giornata e un pessimo decennio. C’era un grande andirivieni quel giorno, il mio era “l’andiri” e il tuo un “vieni”, che ci facevo lì a far invecchiare le mie poesie nei quaderni senza dedicarle a una faccia vera. Niente. Mi son detto. Avrei dovuto pensare al decennio, quello si paga in piccolissime dissanguanti rate giornaliere. Invece oggi è sempre gratis, oggi è offerto dalla casa. Prendine quanti ne vuoi. Distratto dalla tua grazia sul bordo del letto, dalla sabbia che si stacca dal costume prima di entrare in mare, dalla tua indiscriminata sincerità spiazzante, dalla tenera generosità e dalla cresta dell’onda delle tue labbra corrucciate, quasi sempre sul punto di franare sul mio sguardo.

Dovevo rifiutare l’idea di appartenere, appendere un cartello con preghiera di essere amato, evitato e poi odiato. Invece mi sono reso disponibile al dolore, come tutti, con una specie di cartello in movimento che si chiama cuore. Guardo a est, e pure a ovest, ovunque vedo quel decennio. Niente mari, alberi, non mi asciuga gli occhi il vento, mi volto e non vedo stelle o campi incolti, agglomerati urbani, le strisce pedonali. Solo un decennio nei miei occhi, pesa più degli spiccioli che tengo in tasca per pagarli.

Rispondi al telefono. Ok. Stappi una birra. Ok. Accendi Netflix. Lavora, guarda male qualcuno, accarezza il cane della vicina carina. Ok. Dai una parola sperando sia quella giusta. Ok. Vai, ma in realtà scappi ogni tanto per respirare a fondo. Ok. Trattieni il respiro. Sono qui, per te. Morirei per te. Cosa facciamo stasera? Ci sopportiamo stasera? Ok. Giorno 948. Ti muovi nel letto ma ti fermi prima di ogni contatto. Ok. Le vacanze dove le facciamo? Hai un’altra? Ok. Io non ti capisco, sai, ma ti amo. Sono stanca. Sei di malumore? Il mio malumore sei tu. Ok. Giorno 1470. Corri, veloce, fai pure dei programmi ancora più importanti delle persone importanti. Non mi fermo se penso che non lo meriti. Dai non fare così. Ok. Ok. Ok.

Non dovevo fare assolutamente nulla, dovevo vivere e ho vissuto. Proprio così. Dammi il cinque. Salutiamoci da persone normali. È ok. I decenni durano anche meno, a volte. Se uno si distrae e guarda domani. Pago il disturbo. Domani è gratis, il giro è offerto. Fare debiti è un’attitudine, è un destino consapevole.

Mi rendo disponibile a tutto e a nessuno. Svuoto le tasche. Con l’amore di chi sa perdere. Adesso è un andirivai. Pago il disturbo.

La logica del se

Ciao bocca di natale spenta sono bocca di labbra fuori festa, senza energia e di quella non elettrica, potremmo sfiorarci? Dirci addosso qualcosa? Eventualmente, purché prima di essere ad un passo dal mai. Anche da intermittenti, come le decorazioni che riempiono le vie di questo paese non ancora maggiorenne, però che bei colori, con il loro mese di gloria. Ciao lacrima invernale spezzata sono cruciverba incompleto, tu mi hai bagnato e ammorbidito per caso, ho qui quasi un buco addosso, posso regalarti qualche parola che mi resta stampata addosso? Sceglila tu tra quelle già completate. Ciao capolavoro che eri, sono esattamente qualcosa che non ricordo mai, che ne dici di spostare quegli occhi che scoppiano di vene rosse puntati sui ricordi e di posarli sul niente, chi se lo fila quel ieri bastardo, spostarli proprio qui, qui che può diventare qualcosa, di molto piccolo ma confortante come, come una virgola.

Alla prossima fermata scendiamo da tutte queste metafore, dal frecciabianca che abbiamo in testa senza controllore e che porta via i pensieri sinceri da dire, scendiamo dai clic sparsi e fatti per trovarci e non trovarci e confonderci. Acceleriamo l’ultima boccata di nicotina e andiamo via a stare meglio davvero, chissà dove, fino al prossimo probabilmente. Mentre pensiamo se filtro o niente filtro. Mischiamoci al freddo di dicembre, freddo più freddo uguale freddo, io e te, non rovineremo l’inverno a nessuno. Essere come tutti ma non sentirsi del tutto, come sempre.

Leggiamo il labiale dei nostri comportamenti più strani, fraintendiamoci con la sensibilità di chi prova a maneggiare qualcosa la prima volta. Scendiamo dall’idea che noi si possa durare come un verso di Leopardi. A volte dura tutto poco più che tre schiaffi alla dignità, sì. Altro che poesia, altro che infinito. Concediamoci un sorriso, non per esagerare. Un pezzo. Diciamo che ci prendiamo un prestito dalla vita con interessi agevolati. Proviamo a vivere come se ricominciare dall’ultimo sole fosse abbastanza poetico e come se ricominciare da una colazione di soli baci fosse sufficientemente pratico per affrontare la giornata.

Il dépliant pubblicitario fermo sul fondo dei rifiuti organici e una carezza al risveglio ogni tanto. Il ghiaccio sui vetri dell’auto e gli occhiali appannati ogni tanto.

Ciao tango coraggioso sono un valzer che si inceppa spesso, insegnami qualche passo, potremmo trovare una via di mezzo per i prossimi duemila giri sul parquet? Eventualmente, ma prima di essere preceduti dalla fine musica.

Quanti saluti adesso, anche se la fine di un anno è solo questo, una sciarpa al vento, l’odore di corteccia bagnata scappa dai camini, qualcuno che prova le catene da neve, un papà e una mamma irraggiungibili adesso che, e proprio adesso che cominci a capire qualcosa. Inutile dire che neanche tu sapevi quanto i tuoi stessi occhi possono trattenere. Quante volte scarti l’ennesima pazienza e magari un cioccolatino per controbilanciare, e poi alle prese con gli esami da dare a sé stessi per cui servirebbe una proroga ma sei già fuori corso, e allora provi comunque, anche se non ti senti pronto. Con un voto bassissimo in testa.

E c’è la necessità e impossibilità di essere altrove, quante cose da farsi andare bene ma non è mica un mistero, quante cose da avallare coi dubbi sulle spalle, sperando di non risultare alla fine gli unici colpevoli. Siamo fortunati, nel nostro maglione, quanti convenevoli adesso davanti al pacco da scartare, imbarazzati e pronti a morire di una stanchezza prevista nella busta paga dal contratto nazionale dei lavoratori. Indulgenti, ci pieghiamo allo stesso vento dei ricordi e dei sogni e da questo ci facciamo depositare sulla soglia di una quasi certezza che in fondo può andare. Tutti questi bellissimi ci fregano sempre, come le occhiaie. Prima o poi si fanno profondi e li scoprono anche gli altri, tutti.

C’è da fregare la logica del se, te lo dico io che mi sei pioggia d’agosto, che se, e poi se, potrebbe essere un se. C’è da imparare il dolore degli altri perché ognuno ha il suo, quello non è un se, c’è da rinunciare a qualche metro quadro di segreti innocenti e di cicatrici, e a quei pesi e ostacoli che camminano sempre in giro con noi, sotto i vestiti, cuciti bene da noi sarti apprendisti spaventati. Facciamoci fare del male dalle cose, non di sfuggita, cerchiamo di capirle nella loro spietatezza. Per intero. Finiamo dentro allo schifo che abbiamo pescato e ingoiato ovunque per settimane, perché se daremo un nome al male qualsiasi sapremo cosa possiamo curare. E poi prendiamoci una notte signora, che sia solo nostra. Quelle sgualdrine lasciamole a chi si accontenta e racconta di aver goduto.

Scartiamo la logica del se, che se, e poi se, potrebbe essere un se. Per aprirla, la più insicura logica funzionante al mondo che abbiamo dentro, quanto le ossa. Scartiamola come un cioccolatino, come un bellissimo, centoquaranta battiti al minuto da non rallentare, centoquaranta carati da non ridurre per aumentare la brillantezza.

Scartiamo, io e te, un po’ per controbilanciare col resto e un po’ perché è sempre come le occhiaie. Prima o poi si fa profonda e lascia segni, se la scopriamo prima degli altri magari sappiamo a chi dedicarla. Concediamoci un sorriso, non per esagerare. Un pezzo. Diciamo che ci prendiamo un prestito dalla vita con interessi agevolati.

Le asciugheremo con il polso

Eliminato di recente. Dalle lenti degli occhiali, da una mano, dal pensiero, da un civico. Ripristini o svuoti il cestino? Se lo fissi lo spazio diminuisce sempre più di quel che ti serve. Se le fissi le persone sembrano sempre più ciò che sono e meno a quello che ti serve. Eliminato di recente, se chiedi, è sempre recente perché non passa mai abbastanza tempo. Recupera, riusa. Se è il 31, magari di un Dicembre, sei sulla soglia dell’ultimo di quel che non è ancora iniziato, se giochi a fare il contrario come fa la vita allora è il 13 e sei sulla soglia della fortuna impossibile che, a dire il vero, a qualcuno deve pur capitare. Se non è stata eliminata di recente. Ripristina il senso che ci hai messo ogni mattina, quello dell’umorismo e quello dei duelli, quello che riempie di cibo la tua tavola. Svuota quel tuo spazio già vuoto che qualcuno, a sua insaputa, si è preso comunque.

Allarga la cintura, stringi i denti. Licenzia l’autista che ti lascia sempre sola nel traffico. Non confondere il rock che esce dalle chitarre con quello che fai esistere tu. Sulle cose, nelle persone. Non confondere l’autostrada che sporcano tutti con la strada di campagna che ti ha portato da casa a scuola. Non confondere i calendari e le agende e gli appuntamenti e le maree e le stagioni con il tempo, perché il tempo sei tu e tu scegli come usarti.

Un rossetto sottile, la fila alle poste senza aria condizionata dove per sopravvivere bisogna agitare i bollettini da pagare, le due settimane di malattia per l’operazione di cui non hai detto a nessuno, la gonna presa dai cinesi non va stirata ma durerà un’estate sola. La prossima, sì la prossima, stai già sperando.

Nessuno vuole sapere com’è cadere, finire nel cestino. Nessuno vuole essere eliminato di recente. Si spera di essere ripristinati e non svuotati dal cestino. Sorridere come se bastasse aprire un bottone, sbucciare un’arancia, aspettare la certezza seduti così stretti, tutti insieme noi che contiamo su noi, con le gambe storte come se bastasse avere il tempo di tre vite. Lascia la tua firma. Nome di battesimo, nomi delle cose che devi ancora toccare, cognome. Allungala fin dove puoi, almeno sulla tua carta. Aspetta, un poco, su quel tavolo o su quella chat, quella stella fuori si perderebbe comunque. Qualcuno ha il passo corto e ci mette di più per arrivare. Aspetta un poco il tempo che sei tu.

Lasciati una “E”, una congiunzione, tieni sempre appesa una gonna mai usata e un bacio. Le prime volte esistono ogni giorno, tra una congiunzione e l’altra. Allarga il palmo della mano e pensa quante ne ha già passate, stringi qualcuno con le parole vere. Vedrai. Dall’altra parte. Come è possibile vedere. Senza calcolatrici negli occhi, senza sciarpe in gola solo nodi provvisori. Recupera, riusa. Adesso siamo sempre più grandi, mai abbastanza ma non inutilmente. Sì, me ne accorgo. Ci commoviamo per gli abbracci più normali e per le canzoni dei nostri amori adolescenti, ed esce tanto ricordo dagli occhi, tanti di quei “per sempre” e di quelle amarezze non biodegradabili, come da un’alta marea. Le asciughiamo con il polso. Eliminate di recente.

Un nuovo attentato terroristico a Berlino, l’Europa unita esce dall’Europa disunita, le notti africane sempre fredde sul mare spingono i barconi verso le utopie. Non c’è più un gioco divertente per le nostre famiglie? C’è il tempo per giocare? C’è domenica per riposare, per quel rossetto brillante Chanel. C’è l’anno prossimo per provare a cambiarsi, con i rimorsi e le incertezze e i consigli non chiesti e i pareri già scordati.

Hai dimenticato di mettere la cintura di sicurezza a queste quattro emozioni, allarga il palmo della mano, stringi le labbra, guarda una qualunque “E” congiunzione. La notte si fa spessa, ora, andiamo a ripristinare quello che abbiamo buttato per sbaglio, a consumare i rossetti sottili delle occasioni normali e andiamo a stropicciare gli zigomi con qualche espressione. Aspettiamo la prossima marea, con la felicità di due biglietti da comprare, aprendoci e chiudendoci insieme, come i palmi delle mani che tante ne hanno passate, mai abbastanza ma non inutilmente. La asciugheremo con il polso.

La sindrome del vuoto

Non me l’ha mai detto nessuno “scrivi, ti farà bene”, invece guardami qua, ad annotare qualche buon pensiero tra tante idiozie in altrettanti blocchi di carta. Non me l’ha mai detto nessuno “Adesso si farà dura”, è quel tipo di sorpresa che ti devi fare da solo, e forse sembrava stupido suggerirmi che anche io mi sarei trovato, oltre ogni aspettativa, con me stesso. Con in mano nient’altro. Una storia, una malattia, un’impressione, una capacità, il vapore di una doccia. Non me l’hanno detto per troppo riguardo. Come se a togliere il disturbo, o a spezzarsi, a sentirsi liberi o ad ammazzare qualcuno non lo si possa fare comunque, anche con tutte le protezioni, con tutte le bugie. Come se non fossimo noi quelli pronti a sacrificare ogni centimetro, a esporci di persona. A prendere e andare, e forse a tornare.

Guardando mia nonna pensavo che la vita fosse semplice come un gioco, non capivo le espressioni più gravi dei grandi, capivo un volto che si addolciva una ennesima volta. Non immaginavo che fosse tutto un prendere e andare, forse tornare. Un grembiule nascondeva la tensione nell’aria, la stanchezza degli umani. A pensarci, ricordare sembra questa la vera ferita, sapere di essere stati protetti, e non ciò che ne è la causa. Nessuno mi aveva detto che fosse troppo tardi, già allora, per essere freddo e cattivo e superiore a quelle due o tre incertezze di ogni uomo. Ah, si cresce. Definisci crescere. Definiscilo nella mia vita non nella tua, in quella di un camorrista, in quella di un regista hollywoodiano. Sì, e dopo che non hai definito adeguatamente ti voglio perplesso, arrabbiato e affranto. Senza certezze. Come me.

Non me l’ha mai detto nessuno che prima o poi si perde, sapendo di perdere, con un sorriso tirato per tutti e un breve saluto nervoso, nervoso solo il tanto che non si può nascondere. È quel tipo di sorpresa che non ti va di accettare. Magari perdi qualcuno, o la tua serenità, o una posizione a cui tieni, un posto auto al centro. Non so. Quel segno meno davanti alle cose può piacere solo ai matematici. Quelli sanno che torna poi sempre tutto come deve, nel razionale e nell’irrazionale. È tutto spiegabile, qualcuno si sta attrezzando per le spiegazioni. Vi preghiamo di aspettare. Il perso sarà recuperato. Non me l’ha detto nessuno ma giuro che ci sono arrivato, e ho tremato. E sono esploso e poi mi sono ricomposto, perché è questo che si deve fare: tornare interi prima che qualcuno cominci a preoccuparsi.

Un pensiero, come una lettera aperta, ma chiuso qui sotto.

Adesso mi sgancio, questa volta mi sgancio, come una bomba dall’alto che deve spaventarsi e non esplodere. Per squarciare il vuoto, dovunque sia e che proprio quello lì non sia, con un silenzio selezionato tra i migliori, gusto complesso e amaro, precipitare con una playlist decente nel mezzo. Trema l’aria fresca, perfetta nel suo non essere tutta anidride carbonica. L’ultimo pezzo di unghia graffia la schiena, ma non trattiene. Nemmeno un sorriso molto più leggero, verso qualunque cosa a cui teniamo impossibile da afferrare. Spente, le giornate dall’alto. Non cadono solo le stelle, non solo i moscerini sui piatti insipidi e non solo le speranze sulle vite che non si possono scegliere e nemmeno avere. Anche gli specchi sono inutili al buio. Tocchi i tuoi contorni e ricordi come sei ma non ricordi come volevi essere. Svito anche le lampadine perché solo al buio cadono anche certe persone che non vogliono essere viste cadere.

Adesso mi sgancio, solo una frase per dire il contrario di quello che sento, un giro su me stesso per disinnescare un pensiero cattivo dedicato a tutti quelli che ancora non perdono le parole, una chiusa negli occhi per non disturbare tutti quelli che vivono di cose più importanti come l’allerta meteo. Torno alla capitale del dolore che non avrai studiato, a un inferno part time freddissimo che non brucia la carta delle mie lettere aperte, pensieri che non servono. Perdere il ritmo ma comunque cantare la canzone, era doveroso. Esporci, prendere e andare. Anche se non si sa fin dove.

Lasciare un pensiero, non sapere che altro fare. Non avere altro. Un pensiero come una lettera aperta, sprecato qui sotto. Manca solo la firma.

Il fato o il fatto

Ho bisogno degli occhi lucidi quindi mettiamo dei separatori, dei guardrail tra i nostri fianchi per non sfiorarci, per non dover fingere di essere appena un gradino sotto la perfezione e quindi dover restare asciutti, dentro e fuori. Passiamo senza guardarci gli occhi, strisciamo il badge e il bancomat con la stessa felicità che non esiste. Hai bisogno di occhi lucidi, di chiamare tua sorella e di dirle che sono pericoloso perché sono inaffidabile e che la valigia non la fai perché non sapresti dove andare, questo mondo è inaffidabile ovunque e poi dobbiamo pagarci i conti anche se non tornano mai.

Louise, non t’incanti sull’orologio della cucina, non rispolveri le parigine dell’anno scorso per l’autunno, non cerchi non trovi, e cosa poi, ché a metà tu non vuoi più nulla. Nemmeno perder tempo. Io ti penso, un pensiero indefinito. Non vedo quel che pesto mentre cammino, troppo buio, questa vita notturna vale il centesimo che non spenderò mai. Il mio pensiero è un ricordo che non esiste, la capacità di andare oltre i miei limiti, come si dice (semplificando) essere “migliore”. In quel ricordo faccio le cose giuste per dare tempo alle parole, mi accartoccio vinto dal troppo e ti lascio i miei occhi lucidi. Arrabbiati, esausti, tenaci, innamorati. Pronti ad allagare i nostri guardrail e a farci navigare sopra.

È una guerra fredda persa l’amore, una poesia che come gli altri pensavi di aver capito, una poesia che vuol dire quello che vuole a chi vuole, magari a te niente. È un sorriso contro di te, perso,    l’amore, è sempre lo spicciolo che  ti manca per pagare il conto. È una fede stretta, opaca stringe ma non t’interessi di allargarla e di fargli una lucidatura. Nel confine tra l’euforia e la disperazione, è un cecchino e una mamma, l’accusa e la difesa. L’amore.

Qualcuno vorrebbe sapere quante scarpe ho intenzione di consumare per scappare dall’amore. In notti vuote come questa raccattare centesimi di me che non spenderò mai. Sai che non so rispondere, mi son detto. Forse il meno possibile, il giusto possibile. Il giusto di chi? Io che sono bravo a camminare dappertutto e sempre fin dove voglio, con pochi e poi solo, davvero non so rispondere. Non è una risposta possibile per chi non cerca e non trova, e cosa poi, ché a metà non vuole più nulla.

Ritrovo un vecchio appunto, scritto in uno dei miei bloc notes “adesso non posso farmi male senza fare male a te”. Una specie di promessa. Come direbbe Louise dobbiamo pagarci i conti anche se non tornano mai. Ma non da conti diversi, non da sudori diversi, non con speranze diverse. Male, bene. Tutto può arrivare a coincidere. È un attimo. Proprio come l’attimo in cui strisci la felicità che non esiste. Guadagnare, spendere, tornare in pari. Male, bene. Insieme.

Diceva il gommista di famiglia che l’amore non sono speranze di transizione, come nulla è certo nulla è detto e nulla è andato a puttane se non per scelta. Mi ricordo il calendario Pirelli appeso in officina e il suo sorriso granitico, gli occhi sfuggenti, i raccoglitori disordinati zeppi di ricevute. Non ha mai assunto una segretaria perché non gli piaceva l’idea che qualcuno incontrasse spesso i suoi occhi. A volte umidicci, a dire il vero, un po’ come l’umido dei campi della Bassa alle sette del mattino. A strati. Sospesi. E chi lo sa cosa c’è tra l’uno e l’altro. Adesso è in pensione, rinuncia al calendario, ha sudato per una famiglia che non sa esattamente chi lui sia dietro quegli occhi. Arrabbiati, esausti, tenaci, innamorati. Però è una famiglia.

Torno qui, fermo i piedi, chiudo il bloc notes. Mi aggrappo alle lenzuola, certo che sono le nostre. Piango su un cuscino, spendo qualche paura. In una vita senza certezze ci supponiamo felici, i nostri occhi lucidi spariscono nella notte.

Il fato ci ha fatto incontrare Louise oppure è stato il fatto, questo fatto vedi, che il dolore è come un regalo: ce lo si può scambiare a scatola chiusa e una volta aperto non si può restituire. Però se si vuole si può consumare insieme fino alla fine.

Appendino

Cambi per cambiare in meglio

poi cambi anche in peggio

poi cambi anche come capita

un brutto tiro del cuore.

 

Sono il tuo appendino. Oggi hai cambiato vestito, ti sei data una spolverata e un limite massimo di colori. Adesso che sei a casa e ti puoi spogliare io ti servo, ti serve appoggiare da qualche parte quello che gli altri vedono di te, tenerlo buono per domani, e ti serve riprenderti ciò che sei.

È che questi appendiabiti sono sempre a metà altezza, tra il comodo e il bisogno di spazio. La cerniera scivola aprendoti le spalle, ti senti gonfia per colpa del caldo, i ganci del reggiseno lasciano antipatici segni. Spariranno presto. Ti alzi sulle punte, sono qui. Un piccolo sforzo. Il tuo appendino, liberati le caviglie da questo vestito se non vuoi capitolare da sobria. Farò di tutto per far stare appesa questa bellezza che non sei tu, ma tu, tu trova quella vera, adesso in tempo reale.

 

Cambi perché si deve cambiare

come si cambia l’orario a una qualsiasi sveglia

per farsi sentire almeno un momento al giorno

per non cambiare niente

siamo seri, ma cambiare qualcuno

che ricambia noi il che cambia un altro qualcuno

adesso la smetto che sembrano generazioni e invece

ci troviamo, ci guardiamo in faccia

noi che non ci conosciamo davvero

noi che siamo esattamente qualcuno

sempre diversi

sempre allo stesso orario

ormai solo nostro.

 

È che a questi appendini manca la parola, dondolano e si schiacciano insieme agli altri senza lamentarsi mentre tu scalza friggi un uovo e centrifughi l’insalata con la testa stanca su domani. Un suggerimento su cosa pensare, una canzone da far partire, un libro di ricette aperto alla pagina giusta, staccare i fili delle correnti portate da persone inutili. Se potessero fare queste cose non sarebbero appendiabiti. E tu ne avresti paura. Invece di me ti fidi. Faccio sempre la stessa identica cosa e per questo sono affidabile. Per questo puoi ignorarmi. Ti fidi. Invecchio e mi preparo alle crepe. Un giorno farò cadere tutto, lo sappiamo.  Ma adesso sono qui, tengo tutto quello che vuoi usare domani, un giorno alla volta, passeranno e ce la faremo.

 

Cambierai per comprare e buttare

senza sentire il peso di quello che in tutto questo resta

lo farai per voglia, per rispettare i programmi, per prendere dritto un incidente

e darai qualcosa da dire a qualcuno

che non ti conosce davvero

e che non si è accorto che è cambiato

neppure per un attimo

mai finito su qualcuno.

 

È questi appendini non hanno un cuore, non ci hanno costruito un alloggiamento dedicato. Altrimenti, forse, da appendino cambierei vita. Mi darei alla pazza gioia e cambierei, come tutti voi. Per un giorno e l’altro. Per un motivo o l’altro.

E ora verrei in cucina da te per ripeterti che sono qui, tengo tutto quello che vuoi usare domani, tutto quello che sei davvero, un giorno alla volta. Passeranno e ce la faremo fino a crollare.

Sì, mi appenderei io.

C’era una volta

C’era una volta. C’è sempre stata una volta e noi ce la ricordiamo benissimo. Ed era pure meglio di questa. Mossa, libera, parcheggiata dovunque senza il biglietto con l’orario, pericolosa ma calma sul fondo. Adesso butti un respiro lungo a fine giornata come un respiro in mare, una roba inutile, per espellere ogni pensiero con e senza la sua importanza, ti ricordi che in quel respiro hai perso qualcosa, a guardarti bene qualcuno ti chiederebbe se sei lucido. Sobrio, sì certo, ma opaco. Chi vuoi che te lo fermi.

Un respiro, un monolocale in affitto di “vorrei” dietro l’angolo ma di un paese che non è qui.

C’era sì, una volta, una notte da cambiare con una più larga, più di quella di San Lorenzo per capirci, per farci entrare tutte le stelle che ci ha nascosto l’inverno, per assorbire tutto quel silenzio atteso da giorni. Per far entrare tutte le zanzare affamate del campeggio nel nostro sacco a pelo. C’era una volta distratta, distratta tu e la giornata, in cui hai trovato uno scontrino spiegazzato sul fondo di una busta della spesa, ti ha fatto ricordare che a volte restano anche le tracce che non ci interessano, anche i conti pagati per sopravvivere. Per sbaglio.

Un pensiero, lo senti carro merci inter frigo a temperatura controllata deragliato, esploso, fermato. Addosso. Inspiegabile.

C’era una volta, una di quelle importanti, cercavi il tuo cuore sapendo di averlo, sì averlo lasciato in qualche dettaglio, in qualche rabbia, in qualche fallimento, in qualche occasione irripetibile, nei ricordi più cari. Con l’urgenza dell’utilizzo, con l’evidenza illusionistica.

Una magia, qualche spuntino da asporto e una bottiglia di Bordeaux sul tavolo del soggiorno. In onda in tv un video dei Phoenix a un volume troppo alto per capire la magia. Che sei. Replicabile. Volendo.

C’era una volta una bottiglia di vino che ha spiegato anche a me come finire le guerre, un Barbera d’Asti Superiore, superiore anche a me. C’era una volta che hai pensato “cambio tutto”, l’hai scritto su un giorno a caso dell’agenda, quel tutto l’hai immaginato da qualche parte nel tuo futuro prossimo. Già lo portavi in giro dagli amici. Con la faccia di chi ha capito molto in poco, con i conti da far quadrare in questa piccola economia che siamo hai scoperto che il futuro prossimo era così caro che lo sforzo non copriva le spese. Quindi quella volta, poi, hai chiesto il prestito per pagare tutte le infelicità alla persona sbagliata. A un bicchiere infinito e a mille filtri dolciastri bruciati sulle dita, alla velocità, ai like. Solo per aumentare il debito senza nemmeno sentire vita addosso.

Ma sì. Siamo uguali. Ridimensioniamo la bellezza per pagarla di meno ma bellezza rimane.

C’era una volta il 48 che ti riportava a casa, c’era il 48 che ti vive a fianco ’o muorto che parla ma non ascolta mai e un figlio che lega tutto. E le voglie nei momenti sbagliati, i momenti di transizione piazzati sempre in mezzo, c’era una volta che bagnarsi da vestiti non era una scelta e non dovevi aspettare la pioggia e poi i miei autunni dedicati a muri bianchi di ospedali che mi hanno protetto e ammazzato. Anche tu di bianco, ti sposavi quella volta, calpestando lo stupore di tutti. Hai iniziato con l’amore facendoti togliere le magliette, poi le gonne strette e poi anche quello doveva restare, quello che sei.

C’era una volta di poesie mai dedicate, spedite a un editore e non alla persona giusta, una copertina da fare per un libro e una facciata da restaurare al civico di serenità sempre zero. C’era una volta piena di volte e una con un solo riassunto veloce da ripetere come a scuola e andare.

C’era una volta. C’è sempre stata una volta e noi ce la ricordiamo benissimo. Ed era pure meglio di questa. C’è sempre qualcosa di meglio di adesso. Ma dimmi cosa importa, se mi compri, se mi regalo, se ti fermi sotto casa e ti apro, se mi scrivo e non rispondo, se dipendo da una parola, se contiamo le volte. C’era una volta, c’è sempre una volta in cui buttarsi, altro che progettare, altro che aspettare. Prendila e poi buttala.

Un respiro accidentato, un “torna” detto al telefono, il campanello suonato da un corriere agitato, un fuori tutto, una spaccatura al centro di qualcosa che ti frega. Una cosa alla volta, e se proprio sei convinto una vita alla volta. Ci facciamo salvare esattamente come ci facciamo ammazzare.

Zanzare cattive e persone un po’ di più, strade senza marciapiedi per i nostri passi a cui manca il paesaggio, programmi elettorali stampati sulla carta che ci servirebbe per spiegarci. Neanche un finanziamento pubblico per una rincorsa o per una risposta o per un braccio che cura sotto il cotone cinese delle nostre magliette firmate. Ma dimmi cosa importa, se c’era una volta e si è data il cambio con un’altra e noi stanchi di decidere dritti per una strada non nostra.

Avremo per sempre tutto quel che non si può stringere. Quel troppo che abbiamo voluto e mai restituito. Ridi. C’era una volta e sì c’è. Da non raccontare.

Le cose migliori affogano nel cuore

E nessuno se ne accorge. Che c’era una cosa da dire anche se non si sapeva come fare. Che c’era un abbraccio per dimezzare la stanchezza. Che ci sono stati dei mesi come prigioni senza sbarre messe in sicurezza sotto la gola, verso la cassa toracica. Nessuno si accorge di quel vento per niente su tuoi capelli che sfiori solo tu, e di quelle uscite il sabato sera zeppe di persone di cui fai fatica a ricordare il nome, di quei biglietti che tieni in mano staccati per uno spettacolo che non arriva. Nessuno sa che potrebbe tutto capovolgersi e diventare migliore, abbastanza migliore da affogare nel cuore e lì restare. Affogato e vivo. Vivo e imprendibile. Imprendibile e magico.

Si alza la sbarra dell’ennesimo casello, tu a qualche centinaio di chilometri fai una doccia per poi uscire con gli amici. Io invece riparto su un altro asfalto, con tutto il tempo per pensare alle cose migliori da seppellire e tenere. Odore di gomme bollenti e gasolio. Non dirmi che sai come ci si sente. A dover tornare, così. Alla tua età puoi saltare tra le corsie, alla mia età devi sceglierne una e stare bene al centro. Ti stanchi di cambiare, mi stanco di non cambiare. Ma poi le file, i semafori e qualunque viaggio intergalattico finiscono nel posto in cui torni. Torni per farti una doccia e uscire di nuovo oppure per raddrizzare le foto incorniciate nel soggiorno, reggere sorrisi stanchi e prenderti l’olio caldo che schizza dal soffritto di una padella. Potrei dire una parola in più, potresti allungare lo spacco, potremmo giurare oppure ignorare ma torneremmo sempre da soli, diversi. Con un po’ di cose in scatola, come una di quelle che sposti in magazzino ma più fragile e indistruttibile, di cose migliori da dire e da fare e da pensare messe all’angolo in cuore.

Smetti di torturarti il bracciale, alza gli occhiali e reggi un attimo lo sguardo, non hai ancora perso niente. È tutto là dentro, forse. Se vuoi. Non fingere di scappare se non hai deciso dove tornare. Là dove docce e caselli non esistono né piazze antichissime soleggiate e rassicuranti locali notturni. Non scappare da un sorriso stropicciato che non si è stirato per bene. È tutto là dentro forse, per ora.

Non importa. Si può andare senza scappare, ci si può sfiorare col vento senza bisogno di colla. Mentre nessuno si accorge. Che c’era disordine in quel silenzio e una lacrima pronta a far cedere il muro di quel silenzio e far tornare l’ordine. Non importa. Si può essere grandi di cuore anche da piccoli di opportunità. Non importa.

Anche se capisci quali sono le cose migliori solo quando son scese abbastanza a fondo, dentro, da non poter essere recuperate. E sai che oltre a quelle puoi avere ancora tutto, non tutto ma il tuo tutto, che è sempre molto più che abbastanza.

Ti distrai un attimo e diventi felice. Vale anche il contrario. Questo è quanto vale un attimo.