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Va tutto bene

C’è una immagine che i miei occhi continuano a vedere: è inverno, primavera, autunno. Lei torna stanca a letto, la mia mano è tesa. Sembra quasi il sorriso di un primo incontro che sbatte sul vuoto. Teso per un attimo. Una luce tenue crea un’ombra deforme che esplora il muro. Le sue palpebre si chiudono. Parte un sonno diesel dal borbottio costante. Le mie pupille sono aquiloni scappati dalla mano di un bambino che piange. Sono stanco di questa immagine, vorrei cambiarla. Ma non è una diapositiva e anche se lo fosse l’immagine comunque si ripete. È ferma ma vive. Dentro l’immagine si respira come per riprendere il fiato da una fatica ingiusta. Una macchia gigantesca di notte ci circonda. Stiamo vivendo, l’indispensabile. Spaiati nell’oscurità. Con il nord a puttane. C’è stato il tempo e c’è ancora, ma ora non lo cerchiamo. La macchia di gravità, scura di notte, risucchia le ultime preoccupazioni e i rimasugli di forze. Per cosa, a chi, sarebbero servite le ultime energie? C’è una frase che continua ad occupare abusivamente la mia mente, quasi uno slogan per perdenti: “Rilassati, va tutto bene. Ma non si sa dove”.

 

– Hai pianto? 

– Quel che faccio con i miei occhi non ti riguarda.

– Stai di nuovo esagerando?

– Esagerare per me non è un’esagerazione, lo sai. Ci sono abituato. Direi che è una normalità.

– Smettila di bere.

– Smettila di darmi i motivi per farlo. 

– Come è andata oggi?

– Come sempre. E a te?

– Anche a me.

 

Ripeti. Se non ricordi ripeti. Se non lo sai ripeti. Se non capisci ripeti. Ripeti. Le parole, le immagini, i ricordi, i posti, i calendari, le volte, i come, le previsioni, il tocco. Non servirà a niente però tu ripeti. Quando ti chiederanno che cosa hai fatto nella vita risponderai di aver fatto il massimo. Di aver ripetuto. In un’immagine ferma e viva. Un po’ tua e un po’ no. La bocca secca di ripetizioni e i silenzi zuppi di evidenti negazioni. Ripeti a colpo sicuro, senti che va già meglio.

Ho due piedi senza primi passi e comunque c’erano troppi sassi ancor prima che mi accorgessi, tra me e i tuoi sapessi.

Ho due mani di picche, un respiro che è una colomba e un ciclone tropicale di categoria cinque. Il cuore un fortino abbandonato. Ho una testa di mille pensieri da ipotecare per tirare avanti qualche giorno. Ho dieci unghie che progettano rotte di rosso carminio sulla tua schiena latte. La coscienza è una casa di specchi senza ripari. Ho due occhi che sono punti di sutura aperti da cui esce vita. Ho un collo che sarà di nuovo ancoraggio. Ho due dita che sono una proposta. Ho un silenzio da tre megatoni. E un mondo in cui non entrerai mai, esiste solo per me.

C’è un’immagine che rovisto tra tutte quelle memorizzate nella fantasia. Ci sei tu, sconosciuta, quasi. Non spalanchi le braccia al nostro incontro, non domandi, non ti aspetti di meglio. Vivi un po’, così, perché non sei morta. Tutto qui. Storta e dritta, come viene. L’energia nascosta sotto il maglione supera quella del mio silenzio, gli stivaletti neri da dark ti fanno sembrare chi non sei. Anche tu morta decine di volte, come me. E viva, sempre, in un mondo in cui nessuno entrerà mai per mancanza di autorizzazione. L’immagine è ferma ma vive.

 

– Allora, andiamo?

– Andiamo.

 

Perché tu sei quel che deve ancora esplodere. In giro per la vita. In me. In altri. L’immagine vive. A che piano siamo? Non riesco ad immaginarlo. La notte scaglia lampi di umidità alle ossa, ci proteggiamo distraendoci con le nostre vecchie storie. Tu sorridi con gli occhi abbassati come le tapparelle. Ché è ora. I gatti randagi sfiorano i muri del palazzo, qualcuno dorme al freddo su una panchina. Siamo fortunati ad essere meno sfortunati.  Meno soli. Qui è pianura, si vede tutto, dai capelli ai piedi. Possiamo cadere senza farci male. Conservare i vestiti insieme ai sogni e al nostro pezzo di cuore preferito. A che piano della vita siamo? Non ci voglio pensare. L’immagine vorrebbe filare via, invece si ripete. Meno sconosciuta di prima.

Trova una forma per la mia anima, prendila in mano. Separala dal mio corpo, trattala come il mio corpo. Lasciami chiudere gli occhi, lasciami perdere tempo. Qui è pianura, si vede tutto fin da molto lontano, anche ad occhi chiusi, come nelle migliori cose che finiscono male. Sdraiati senza niente. Vivi nel senso di consapevoli del valore delle nostre piccole unità di tempo. Un’energia. Un silenzio. Vivi, noi, come viene naturale sbagliare e rivoluzionare, inventare e nascondere. Il mio naso cerca il profumo nel tuo maglione, la mano cerca una pulsazione. Ne trova diverse, sparse. Forse unendo i punti scoprirò di che costellazione sei fatta. Le tue palpebre si spalancano, le labbra si aprono. Ripeti qualcosa mentalmente. Ripeti, ripeti. Cosa non me lo dirai mai. Un respiro entra anziché uscire. Una serratura scatta e si apre uno dei tuoi cancelli mentali. La notte in un bel silenzio si prende l’appartamento. È quasi una prima volta, tu tremi su me. Fissando il vuoto ti tengo, come tu hai tenuto la mia anima e ti rassicuro:

“Rilassati, va tutto bene. Ma non si sa dove”.

Il fato o il fatto

Ho bisogno degli occhi lucidi quindi mettiamo dei separatori, dei guardrail tra i nostri fianchi per non sfiorarci, per non dover fingere di essere appena un gradino sotto la perfezione e quindi dover restare asciutti, dentro e fuori. Passiamo senza guardarci gli occhi, strisciamo il badge e il bancomat con la stessa felicità che non esiste. Hai bisogno di occhi lucidi, di chiamare tua sorella e di dirle che sono pericoloso perché sono inaffidabile e che la valigia non la fai perché non sapresti dove andare, questo mondo è inaffidabile ovunque e poi dobbiamo pagarci i conti anche se non tornano mai.

Louise, non t’incanti sull’orologio della cucina, non rispolveri le parigine dell’anno scorso per l’autunno, non cerchi non trovi, e cosa poi, ché a metà tu non vuoi più nulla. Nemmeno perder tempo. Io ti penso, un pensiero indefinito. Non vedo quel che pesto mentre cammino, troppo buio, questa vita notturna vale il centesimo che non spenderò mai. Il mio pensiero è un ricordo che non esiste, la capacità di andare oltre i miei limiti, come si dice (semplificando) essere “migliore”. In quel ricordo faccio le cose giuste per dare tempo alle parole, mi accartoccio vinto dal troppo e ti lascio i miei occhi lucidi. Arrabbiati, esausti, tenaci, innamorati. Pronti ad allagare i nostri guardrail e a farci navigare sopra.

È una guerra fredda persa l’amore, una poesia che come gli altri pensavi di aver capito, una poesia che vuol dire quello che vuole a chi vuole, magari a te niente. È un sorriso contro di te, perso,    l’amore, è sempre lo spicciolo che  ti manca per pagare il conto. È una fede stretta, opaca stringe ma non t’interessi di allargarla e di fargli una lucidatura. Nel confine tra l’euforia e la disperazione, è un cecchino e una mamma, l’accusa e la difesa. L’amore.

Qualcuno vorrebbe sapere quante scarpe ho intenzione di consumare per scappare dall’amore. In notti vuote come questa raccattare centesimi di me che non spenderò mai. Sai che non so rispondere, mi son detto. Forse il meno possibile, il giusto possibile. Il giusto di chi? Io che sono bravo a camminare dappertutto e sempre fin dove voglio, con pochi e poi solo, davvero non so rispondere. Non è una risposta possibile per chi non cerca e non trova, e cosa poi, ché a metà non vuole più nulla.

Ritrovo un vecchio appunto, scritto in uno dei miei bloc notes “adesso non posso farmi male senza fare male a te”. Una specie di promessa. Come direbbe Louise dobbiamo pagarci i conti anche se non tornano mai. Ma non da conti diversi, non da sudori diversi, non con speranze diverse. Male, bene. Tutto può arrivare a coincidere. È un attimo. Proprio come l’attimo in cui strisci la felicità che non esiste. Guadagnare, spendere, tornare in pari. Male, bene. Insieme.

Diceva il gommista di famiglia che l’amore non sono speranze di transizione, come nulla è certo nulla è detto e nulla è andato a puttane se non per scelta. Mi ricordo il calendario Pirelli appeso in officina e il suo sorriso granitico, gli occhi sfuggenti, i raccoglitori disordinati zeppi di ricevute. Non ha mai assunto una segretaria perché non gli piaceva l’idea che qualcuno incontrasse spesso i suoi occhi. A volte umidicci, a dire il vero, un po’ come l’umido dei campi della Bassa alle sette del mattino. A strati. Sospesi. E chi lo sa cosa c’è tra l’uno e l’altro. Adesso è in pensione, rinuncia al calendario, ha sudato per una famiglia che non sa esattamente chi lui sia dietro quegli occhi. Arrabbiati, esausti, tenaci, innamorati. Però è una famiglia.

Torno qui, fermo i piedi, chiudo il bloc notes. Mi aggrappo alle lenzuola, certo che sono le nostre. Piango su un cuscino, spendo qualche paura. In una vita senza certezze ci supponiamo felici, i nostri occhi lucidi spariscono nella notte.

Il fato ci ha fatto incontrare Louise oppure è stato il fatto, questo fatto vedi, che il dolore è come un regalo: ce lo si può scambiare a scatola chiusa e una volta aperto non si può restituire. Però se si vuole si può consumare insieme fino alla fine.

Sorriso lento e cuore veloce

Una valanga di sveglie che trillano al momento giusto, un circolo di vita allungato dall’aperitivo, e poi la tribù Facebook composta per metà da modelle e per l’altra metà da guru di qualcosa a cui appartiene la bella vita che non esiste; stop, strisce, da quelle sull’asfalto a quelle lasciate dai 737 low cost che grattano il cielo. Ovunque qualcuno ci prega di attendere il nostro turno nel rispetto della privacy. Noi fuori, noi dentro, noi sopra. A vivere.

L’odore di caffè dei bar dei paesetti, dei comuni sciolti per infiltrazione mafiosa è uguale a quello del Caffè Greco di Roma. È banalmente uno degli obiettivi della giornata. Non c’è bisogno ma stressa la terza del cambio quando ancora il sole è un’idea. Pensa che ieri scivolava su labbra, come su un live dei Queen, quasi senza accorgerti del tempo mentre lui stressava la terza di reggiseno. Pensa che la vita non rende quel che deve ma almeno avete lasciato il segno sul lenzuolo, sul bacino, un documentario in una videocassetta mentale andato in onda tra te e lei, tra te e le sei, una segreteria telefonica sempre accesa.

Lei aspetta il ritardo del treno, pazientemente quello del ciclo, i suoi progetti seri, che smetta di bere quando c’è da dire cose importanti, un messaggio in pausa pranzo, lei aspetta che qualcuno le metta un po’ del suo tempo in mano e una risposta così sincera che possono aver senso anche le soap di Canale 5. Quella sincerità che ti prendi a pugni sul petto cercando il cuore, cerchi gli antidolorifici e smetti di giocare col niente, che di tutte le dimensioni e le onde gravitazionali scegli la sua.

Lui beve ancora il whiskey con i bicchieri disegnati della Nutella, raramente guarda la dignità in faccia perché ha paura che poi lei lo guardi in faccia, vuole vivere ma è un perito dai tempi dell’agrario. Quante cose stupide da dire ha riciclato, per fare colpo sulle donne più ingenue si è messo in fila. Quelle ingenti l’hanno schivato con lo sguardo immaginando tutto quello che non avrebbe potuto fare per loro. Il nodo della cravatta si stringe, toglie un capello sulla giacca.

Questa è la miseria della nostra generazione: dover essere, al limite apparire. In ogni caso per farlo fregare qualcuno. Per stare meglio, per tornare nella fila e non morire di esilio. Fare cose sul cellulare che non puoi nella vita reale senza provare. Lei le chiede una postilla più lunga, un pezzo d’aria rubata a Brescia messa nei tuoi polmoni e riversata sul ballatoio delle sue labbra, lei vorrebbe che smetteste di vedervi di nascosto a voi stessi, prendere piccole decisioni ma insieme. Smettere di aver paura di cadere con la certezza di farlo ancora e sempre. Vedere qualcuno ascoltare il pianto del tuo cuore, conta questo, al netto. Non lo sconto del canone Rai.

Sai che c’è, pensa lei, adesso lo chiamo e gli dico che questo è un punto di non ritorno, ed è previsto che rimanga o il punto oppure il ritorno. Ma poi, il pensiero è più veloce di una chiamata qualsiasi. Non ha mai incontrato un uomo da riporto, e sa com’è: quando senti che c’è un punto di non ritorno l’hai già superato.Formalmente siamo in democrazia pure lì a casa non c’è un Re, è saltato anche quello della chitarra, sogna di svegliarsi in fretta, tornare giovane per mettere tutto l’impossibile nel plausibile. La verità in un colpo e non schiaffeggiata, le gonne corte da subito, i cellulari che si possono spegnere senza perdere amicizie.

Sai che c’è, pensa lui, adesso la ammazzo un attimo prima di dirle che volevo farla vivere davvero. Poi si sente un verme per averlo pensato, ma è solo un pensiero, diventa qualcosa solo quando esce. Un pensiero col doppio fondo, una metafora in un banale giro di Re. Come sempre. Come alla fine, quando è troppo tardi e diventa tutto chiaro. Odia tutti gli specchi ma solo per qualche minuto, stringe la cravatta e si prepara a un altro sorriso lento e cuore veloce.

American Losses – Prima, o poi sarà troppo tardi

Uno

Ogni senso era completamente preso dal misterioso sciabordio di onde. Immerso nel silenzio si muoveva lungo la riva del mare, le mani in tasca e le spalle strette per ripararsi dalla brezza marina della sera, cupo, brezza, ripensava al viso di quella donna. Rigato dalle lacrime. Ancora impazzita brezza. Era stata una giornata come le altre quella di due anni prima. Per lei. Frenesia in città, appuntamenti saltati, alcuni presi, sul filo, sì sempre sul filo. Del possibile. Adesso osservava curioso la forza di quell’anima così sofferente che nonostante l’indescrivibile dolore provato non emetteva alcun gemito. Le si poteva scorgere nel fondo delle pupille, l’epicentro degli occhi dell’anima, la lacerazione al cuore provocata dal quel male così profondo, da quella perdita così improvvisa. Era bastato saltare un taxi. Esser partita un minuto dopo.

Oppure avrebbe dovuto fermarsi a fare carburante all’Orion di Santa Fe’ Street e non a quello di Greenspens sull’ottantaquattresima più trafficata. Per vincere la lotta con il tempo. Per non intersecare la sua strada con quella di Pete Gregor, neo assunto dello studio dentistico Trevels e Co. Dave aveva ancora indosso il vestito nero mentre rivolgeva uno sguardo stranito alle orme lasciate dalla sua scarpa sulla sabbia. Cos’è la vita? Ecco cos’è la vita: è un’orma lasciata leggera sulla sabbia che presto sarà cancellata dal passaggio di tanto mare, è qualcosa di effimero, di passeggero, qualcosa che se non è basato su principi validi, importanti, saldi come l’amicizia, la devozione, l’amore, non trova una vera definizione. Cosa sono le emozioni, quelle che ti permettono di gioire fino quasi a raggiungere la luna in un solo battito, le sensazioni che ti danno l’opportunità di essere travolto da un turbine violento di passione, i sentimenti quelli veri, sentiti, vissuti, assaporati, sognati, voluti fortemente? In miliardi di circostanze diverse, sono quello che cerchiamo, che sentiamo, che diventiamo, che siamo.

Fragili a vibrare, o già rotti nella scatola prima di arrivare a destinazione. Alla stessa ora, di due anni prima, il vento si piegava per dar vita alle fiamme, il fumo si perdeva tra gli spifferi impercettibili e le voragini della lamiera piegata. La vita passava e non si fermava. Le emozioni tornavano a essere piccole quanto il bottone di una camicia, saltato fuori dal vetro. In un urlo spento. E poi quel tanto, quel bello, quel cortile di eternità e quasi onnipotenza affacciato sulla vita era per prendere fuoco, era per prendere acqua dal cielo fino ad affogare, era per le crepe. Era andare indietro fino a perdere l’ossigeno dal bordo del sedile ai piedi del cielo.

Due

Dave facoltoso, di bell’aspetto, affascinante, dalle grandi prospettive di carriera governativa, conosceva donne bellissime e intelligenti e uomini illustri, economisti, stimati ricercatori, i potenti dell’America sconosciuti. Condivideva con loro macchine governative parcheggiate in fila e scortate, sigarette accese da accendini d’oro, borse scure di pelle. Era un uomo il cui cuore era indurito dalla ricchezza e dagli agi; un uomo capace di vivere nella bugia come fosse verità, con scrupoli dietro le spalle, con molte pretese, incapace di pazienza, di chiedere con cortesia, anche nei sentimenti.
Era stata una voce anonima gracchiante a iniziare quel viaggio a ritroso, vorticoso, tra le ragioni della vita.

<<Dave Smallows?>>.
<<Chi parla?>>.
<<Dave Smallows?>>.
<<Sì..mi dice..>>.
<<Capitano Senders, del distretto di Manhattan>>.
<<Catherine Brudge Senders è sua moglie, giusto?>>.
<<Sì, le lascio il suo numero? 7659..>>.
<<Signor Smallows, mi stia bene a sentire e non mi interrompa, sua moglie ha avuto un incidente con una vettura tra la quindicesima e la sesta, ora è in viaggio verso The Guardian Hospital, dove sarà ricoverata d’urgenza in rianimazione>>.
Silenzio. Il coraggio mancato.
<<Mi ha capito signor Smallows?>>.

L’ultima cosa che ricordava di Catherine erano le splendenti lune alle orecchie fatte comprare a Margie, la sua segretaria, indossati alla cena di due settimane fa al gran ristorante Gusto Italiano.
Si fermò un istante, voltò lo sguardo sul mare e lo perse laggiù oltre quella grande distesa mentre i pensieri viaggiavano ininterrotti come la pellicola di un film muto. Era una giornata particolarmente grigia e l’aria odorava di pioggia, di temporale. In lontananza si potevano scorgere le luci dei primi lampi, i rumori turbolenti dei primi tuoni. Erano passati solo due anni, due interminabili anni di fatiche da quella telefonata. Di aggrappi alla rassegnazione, alle speranze, all’odio cercato e rinnegato, scivolando dal pianto dietro la tenda della sala operatoria a un sorriso dovuto, emozionato, costretto, due giorni dopo il coma per lei. In bianche lenzuola. Più corta. Tragicamente più corta. Il giorno lentamente stava abbandonando la scena per lasciare il posto alla notte. Dave con passo deciso spinse la sedia a rotelle verso la sua autovettura.

La verità era che Pete Gregor, assistente del Dott. Hudgens dello studio dentistico Trevels e Co era il figlio della distrazione e la sua Jeep non aveva fatto sconti in una serata di stanchezza. La verità era che segretamente Pete Gregor era stato assoldato dalla controparte politica di Dave per eliminarlo segretamente dalla probabile futura scena presidenziale. La verità era che Pete Gregor lavorava in incognito come agente operativo Cia, in collaborazione con l’ufficio D dell’Interpol con supervisore capo Francois Modèl a Lione, e aveva il compito di convincere definitivamente il signor Dave Smallows a tenere la bocca chiusa su certi affari americani all’estero appoggiati dal presidente. Nell’interesse di tutti. La verità era che se lo sarebbe chiesto per molto tempo ancora. Ma di sicuro era stato per via del suo lavoro. Lo sapeva. Le passò l’indice sullo zigomo per portar via tutta la pioggia. Prese in braccio Catherine e l’adagiò sul sedile. Salì in macchina, accese il motore e diede un ultimo sguardo a quella tavola grigia e calma laggiù, inserì la marcia e iniziò il suo ritorno verso casa.

Tre

Dave contava le giornate del lontano passato in cui Catherine non piangeva, quelle in cui si abbandonava in cerca di affetto, in cerca di lui. Prima di molte collane, e borse e cene mancate. Se le ricordava tutte, la memoria non serviva. Si erano presi come si compra un regalo in ritardo la sera di Natale. Visti e piaciuti. Imbustati e non provati. La bellezza, la carriera, i modi, il vestir bene, erano bastati. Era tutto di classe. Non è facile trovare qualcuno che pensi sia alla tua altezza.
Non si erano mai amati per mezz’ora. Servivano a spingere avanti la vita avanti di due o tre metri, per vedersi giovani di successo in stanze vuote di una villa a tre piani. Per sfogare lo schifo della vita nella stessa stanza. Per avere qualcuno nell’altra metà della foto con sfondo Miami. Per riempire il vuoto. Quello con cui tutti nasciamo e ci accorgiamo di avere appena rompiamo il guscio con il becco. Per non sentire solo silenzio nella nostra casa. Perché il letto scricchioli a dovere. Per far parte di qualcosa davanti agli occhi di tutti.
Le ventitré. Dave si trovava al capezzale del letto dell’ospedale; tirò fuori dalla sua 24ore di pesante cuoio nero la lettera che aveva trovato per caso nel cassetto della scrivania mentre cercava documenti di sua moglie da portare al primario. Catherine sedata, dormiva.
Lentamente tirò fuori dalla busta quel foglio rosato. Aprendolo avvertì la leggera essenza del profumo che sua moglie vaporizzava sul corpo prima di dormire la notte. Tirò un profondo sospiro e iniziò la lettura:

Caro Dave,
mi trovo immersa nei miei pensieri mentre, facendo male al tappo di una penna, penso a te…a noi.. Non riesco a comprendere cosa ci è successo, cosa è successo al nostro amore che aveva la forza e la foga di una tempesta, che era dirompente e impetuoso come un mare in agitazione prima di un temporale, che era appassionante e coinvolgente come un caldo abbraccio, un tuo abbraccio..un tuo bacio.
Guardandoti negli occhi, non vedo più il Dave di qualche anno fa. Il Dave che sarebbe venuto con me fino in capo al mondo, quel Dave che mi ha giurato amore eterno sigillando l’emozione di quel momento con uno sguardo dentro al quale potevo scorgere cristallina la sincerità di un amore puro.
Ora nei tuoi occhi così profondi ho la sensazione di perdermi, di smarrire la strada, di raggiungere un bosco scuro e cupo dal quale non saprei più come uscire e tornare indietro.
Non ti nascondo, amore mio, che mentre scrivo tremo e piango interrogandomi sul perché tutto abbia perso la magia di un tempo.
Ti sento distante, freddo, indifferente al mio sentimento, al mio amore e forse questo e ciò che mi ferisce di più, ciò che mi incide sul cuore una ferita dalla quale sento gocciolare lacrime amare. Vorrei poterti donare il mio amore incondizionato, senza barrire, senza limiti, ma devo abbassare la testa e ingoiare il nodo alla gola in gola davanti al muro che ti sei costruito.
Sai, l’altra notte non riuscivo a prendere sonno e mi sono accorta che tu non eri affianco a me. Scendendo le scale, mi sono diretta verso il salotto. Vedendoti lì seduto, sono rimasta sulla soglia della porta osservandoti mentre pensieroso, sorseggiavi un bicchiere di vino rosso scrutando oltre la finestra, il buio della notte.
Avrei voluto raggiungerti e senza proferir parola abbracciarti e donarti un tutto il mio affetto ma non sarebbe servito, eri lontano.
Piccolo amore mio, non so come sarà il futuro, non so se questo è un periodo grigio dovuto al cambiamento del tuo lavoro e alle grosse responsabilità che ti sono state affidate e che quindi hai solo bisogno di tempo per riorganizzare il tuo di tempo.
Apprezzo molto i tuoi regali, i viaggi. Ma non è questo ciò che vuole una donna, ciò che voglio io.
Conosci il proverbio che dice: Due cuori una capanna? Mi basterebbe una semplice capanna ove poter poggiare le mie membra stanche e affaticate dopo una giornata di lavoro, se questo potrebbe significare ricevere il tuo amore e sentirlo forte e caldo come quando eravamo fidanzati, pronti a superare alte colline e irti monti pur di coronare il nostro sogno di una vita insieme. E due cuori: il tuo e il mio.
Non so se avrò mai il coraggio di darti questa lettera e svelarti così tutta la mia fragilità adesso nascosta alla tua vista. Vorrei poterti aprire il mio cuore così da permetterti di vedere che all’interno ci sei solo tu e solo tu possiedi le chiavi dello scrigno che lo racchiude.
Ti amo Dave,
Catherine.


Si sentì mancare. Quelle parole.. “le scale, mi sono diretta verso il salotto”, “ avrei voluto raggiungerti”. Non avrebbe più potuto farlo senza quella maledetta gamba. “Amore mio”, “due cuori”, “non vedo più il Dave di qualche anno fa”, “tremo e piango”. Era stato crudele. L’aveva trascurata. No, peggio. Non l’aveva amata. E lei sì. Lei ci credeva. Ci sperava. Questo fu il pensiero ricorrente di Dave per molti anni. In agonia.

Quattro

Mi raccontò tutto. Mi chiamo Abhisar Gursharan, e sono il fisioterapista che segue a domicilio la signora Catherine Brudge Senders. Dave è cambiato molto negli ultimi anni. Ha lasciato il lavoro, che lui stesso definiva “pericoloso”per via di certi segreti che celava, per dedicarsi a Catherine. Alla sua salute fisica e mentale. Alla sua emotività. Ho visto di tutto facendo il mio lavoro, conoscendo così tanta gente. Ma non ho mai visto questo. Ogni cosa che Dave poté fare la fece. Calmò i pianti di lei. Pianse con lei. Le cambiò le medicazioni. Le diede tutto se stesso annullandosi. Riducendosi a uscire raramente di casa. Vendette la sua automobile di lusso. Le trovò l’hobby del bonsai. Le stette così vicino che soffrì anche lui dello stesso male. E iniziarono ad amarsi e a rispettarsi profondamente. Sembrava impossibile. Era vero.

Un giorno, dopo mesi di chiacchiere e sorsi di whisky mi raccontò tutto. Quel tutto che gli faceva male. Mi disse che ora amava. Non era pentito di amare. Disse che amava troppo. E che il dolore stava diventando sempre più forte. Al che gli chiesi quale dolore. Il dolore di non averlo fatto prima. Gli dissi che non avrebbe salvato Catherine comunque, e che spesso ci accorgiamo degli errori solo dopo avvenimenti che hanno la virtù di cambiare qualcosa in noi. Annuì. Mi faceva molta tristezza vedere quell’uomo piegato. Ma ci sono abituato. Nel mio lavoro incontro solo persone che soffrono. Soffriamo tutti. Il cinismo non ci salva e non ci spiega il perché. Bisogna solo andare avanti.

Catherine migliora di giorno in giorno. Sarà un processo lungo, ma ormai ci vediamo una volta al mese. Lei può continuare a vivere. Quanto a Dave, ha lasciato un biglietto d’addio falso sul tavolo e una busta con un mucchio di dollari dentro che ho avuto premura di ritirare dal suo conto. Sarebbe andato a vivere in un paese caldo del sud. Questo diceva la sua calligrafia, niente più che una riga. Ora che l’amore li aveva fatti incontrare per davvero. Tutto questo è a rapporto. Non sono solo un fisioterapista indiano. La Cia chiude sempre le sue faccende in sospeso. Abbiamo avuto pazienza, per via di lei. Sei mesi fa è stata abbastanza forte da reggere il colpo di questa improvvisa scomparsa, direi. Così Dave è passato al paese caldo, se sia verso sud non lo sa nessuno, è all’inferno. E l’ho spedito io, per raccomandata con un proiettile in testa. Il fascicolo è chiuso. Meglio essere cassieri in un supermercato. Non sapere di presidenti e di paesi.

Mi dispiace Dave, sei uno dei tanti martiri per il bene del paese. Qui non vince il bene, l’amore. Non vince una donna con una gamba sola. Non vince un uomo pentito. Non vincono i pianti e nessuno li ascolta. La ricchezza si paga e la libertà e il potere si comprano: siamo in America.

Fabio Pinna e Simona Avallone

Come piangere su piatti freddi – Rimpianti

E te li ritrovi lì…serviti su un candido piatto, quando a fine serata dopo le 12 ore di lavoro ti ritrovi a salir le scale, aprire la porta di casa ed comprendi che è arrivato il momento di prepararti la cena. Piatti freddi. Plastici e statici nel loro essere duri da mandar giù come bocconi. I rimpianti. I pensieri non fini a se stessi ma fini a distrugger la logica del vivere nel susseguirsi degli eventi. Oggi non ho fame, eppur devo mangiare. Eppur li devo digerire. Rimpiangere da rin – piangere, come piangere. Come piangere dentro. Come piangere in ritardo, al momento sbagliato, al momento perso.

Penso ad amori persi, forse mai avuti realmente. Penso alla gente, che mi ha assaporato e mai gustato realmente nel mio sapore. Penso al dolore dato. Che non ti accorgi, non vuoi, non quantifichi, non auguri, cerchi di non ricordare. Quello dato nel bene dell’essere consapevoli dei propri errori e, che poi ti ritrovi a correggere nel giusto che devi offrire a chi hai affianco, senza esser mai compreso, nel dolore del bene che cerchi di offrire. Penso agli orrori, quelli che mai narrerò… Rimpianti per aver fatto, per non aver fatto, per il troppo e il poco, per il detto e taciuto. C´é che a volte non ci sentiamo mai giusti, che perdiamo il conto delle variabili e ricordare con le ferite aperte resta l´unica cosa da fare per far entrare ossigeno. Rimpianti perché la colpa cade sui piú deboli che hanno creduto con il coraggio dei forti, rimpianti per non esser andati a vedere come finiva e se finiva.

Boccone dopo boccone mi sento sempre più sazio, sempre più affamato di loro. Ma non é bello come la pubblicitá “piú lo mandi giú piú ti tira su”. I rimpianti… Cibo del terzo millennio. Cibo di sempre dai tempi che furono. Li cucino con dedizione, pietanze saporite di vita. Li arricchisco di considerazioni che rasentano follia, speziate di realtà di vita provata su pelle. Oggi non avevo fame se ben ci ragiono ma dovevo mangiare, le mie fredde pietanze. Le accumulavo sul frigorifero. Oggi ne ho smaltito un po’ ed ancora non  mi sento sazio abbastanza.

Rimpianti, la benzina rimasta dei sogni. Discariche di lusso, vagoni merci indirizzati a mille stazioni da spacchettare in un cuore solo. Una storia a parte costruita attorno a te, ti possiede o la possiedi. Contratture controllate ai muscoli della speranza, fermo immagine fin troppo schietti. I rimpianti son il gancio traino che ti tengono legato al passato, che te lo fanno portare ovunque, come un peso morto che brucia vivo nei tuoi viaggi. Sono un´appello a cui si risponde in ritardo, sono lampeggianti, accesi e spenti e avvisano e solo tu sai cosa. Tornano e tu tornerai?

Il rimpianto è un enorme spreco d’energia. Non vi si può costruire nulla sopra. Serve soltanto a sguazzarvi dentro.
Katherine MansfieldBliss , 1918

Riordino questa cucina. C´é un piatto di troppo, servito dal passato, indigesto, labile e incontrollabile. Le mie lacrime sono i testimoni, le asciugo col fon, le asciugo con la forza che rimane, le asciugo con illusioni verosimili e persone che devo incontrare ancora in questa cucina. Non sempre siamo quello che eravamo, non faremo quello che abbiamo fatto. Questo le lacrime dicono. Aspetteró il momento di sparecchiare questi maledetti bagnati piatti freddi, per non sentirli mai piú sullo stomaco, per non lasciarci me, per non sguazzarci dentro come un bagnante che sta per affogare. Fará male archiviare e fará bene sollevarsi. Asciugare le lacrime e sostituire la polvere sporca dei rimpianti con la polvere lucente dei sogni.

Fabio Pinna e Cristian Sotgiu