Inizia tutto da un dolore

Com’è che siamo invecchiati senza diventar vecchi? Guardandoci tutti i giorni allo specchio, con il passare delle lame sulla pelle, delle setole medie dello spazzolino. Com’è che siamo invecchiati aspettandoci, dopo aver tentennato almeno un minimo, e prendendoci. Negandoci l’indispensabile per lasciarci senza dirlo. Cullati da un futuro senza fine confinato in testa, solo con se stesso. Com’è successo, così senza preavviso, neanche una raccomandata A/R. Una copia per conoscenza. Il suono irritante di un promemoria. Neppure un ultimo bacio, sulla soglia di qualcosa, alla Peter e Wendy. Adesso siamo qui a parlare a persone che non hanno tempo per le piccolezze che per noi sono tutto. Quel che rimane è sempre tutto. Sembriamo quei pensionati chiacchieroni proprietari di panchine pubbliche da cui scappano tutti.

E poi ci spostiamo altrove, stanchi di parlare e dunque scriviamo a chiunque vorrà leggere e darci l’illusione che le nostre banali storie quotidiane possono rivoluzionare il nostro senso di soddisfazione. Perché non crediamo più in noi stessi come una volta ma agli altri, a qualcuno, crediamo. Sì. La storia insegna e adesso ci si può laureare anche da casa.

Com’è che siamo invecchiati mettendo da parte un etto di illusioni alla volta, sfogliando un libro senza finirlo, posticipando le necessità dell’anima. Tempo al tempo, tempo a noi, ridare valore, ricomporre, riscegliere. Com’è che il discorso, anche se semplice, si è inceppato scegliendo le parole, regolando le nostre giornate con il tono e non con il senso delle parole dell’altro, mentre ci vestivamo con cura e ci svestivamo con cura minore.

Gli anni, le scelte, una frase ricalcata in corsivo. Dovrebbe restare tutto al suo posto? Siamo nati perché non tutto è rimasto al suo posto, ti viene da sorridere e convieni che sia così. Inizia da un dolore, la vita reale. Da una pancia che ti sputa fuori con amore e dolore, perché deve. Non ci può essere uno senza l’altro. Amore e dolore. E poi via, una discriminazione, uno schiaffo, un fallimento, una separazione, uno sfracellamento, un senso inverso, un vicolo corto, uno chiuso, una consapevolezza dopo l’altra. Guarda come siamo grandi, ora. Quanti inizi.

Il dolore crea sempre qualcosa, esattamente lì dove fa morire qualcos’altro. Annuisci. Lo sai già. Lo sai prima di me. Tante di quelle cose grandiose che circolano nei musei, nelle case d’asta, nella storia del bello, nelle vite anonime, non sarebbero state possibili senza dolore. Dolore di qualcuno. Per qualcuno.

Al tatto non hai sentito le imperfezioni sul mio cuore, non immaginavi che da questi occhi non sempre avresti capito la mia verità. Teoria contro pratica. Alle prese con. Chi vince al momento? Chi passa al livello successivo? Com’è che siamo invecchiati con il moto perpetuo della delusione bilanciato dall’illusione del controllo. Adesso ti lavi da un amore che non ho provato, leggero scivola via tra le gambe con gocce di passaggio. Anche questa è andata. Tradire se stessi è più macchinoso e infame che tradire qualcuno. Guarda come siamo grandi, ora.

All’interno di un dolore tutto è concesso, suggerisce un pensiero. Scegli l’errore che funziona meglio, quello che si può ripetere più a lungo. Parti da lì per fare la tua piccola cosa grandiosa in vita anonima. Inganna il sistema e resta il più vicino possibile a te stesso.

Un’allucinazione. Un sogno: non essere così. Non giocare più con i livelli. Mi sono alzato a piangere, come se fosse un appello, ma fuori ero un manichino dell’Upim. Per ogni spaccatura che tu immaginavi ce n’erano altre cento e neppure ne immaginavi abbastanza. Com’è successo e poi virgola, ci vediamo più tardi, trattino torna quando vuoi ma dentro non più. Cos’è successo oltre all’apnea, oltre al disinfettante antisettico nella borsetta, oltre ai “sì” obbligati di proposito mai realizzati. L’applauso di un pubblico ristretto, non chiede il bis. Ringraziamo fissando il vuoto in direzione della loggia più lontana.

All’interno di un dolore tutto è concesso ma non la fine immediata del dolore stesso, autorizzazione a morire negata. A due chilometri da qui una visione. Un sogno: su una panchina un uomo scappato da uno spettacolo di cui nessuno si ricorderà. Ha lasciato le parole a casa e ingoiato dieci silenzi pesanti da digerire. Ripercorre la Via Emilia al contrario e il tempo come un gioco. Pensa a una storia che è iniziata con un dolore: il dolore di chi pensa di aver perso tutto, il dolore delle nocche a causa dei pugni dati. Certi giorni quando è umido li sente ancora. L’errore migliore possibile, una storia senza corrispondenze.

Quell’uomo invecchiato sono io. Stanco di inizi. Neppure un ultimo bacio, sulla soglia di qualcosa. Un bacio vero.

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