Quello che vuoi

La signora Y. mi scivola, devo dirlo. Non addosso, in effetti addosso nemmeno mai mi è stata (ma solo a cortese batticuore distanza) ma intorno, mi scivola nel vicino intorno. Un dolore e un piacere, un’indifferenza semi addormentata e un fruscio gentile all’udito che naturalmente non avverte.

Ma passiamo al tu.

Oggi mi scivola intorno una di quelle volte mai esistite. Facciamo che io te la racconto e tu te ne freghi. Quella volta è così. Tu sei ferma con le gambe tra le onde modeste, puntellata coi piedi nella sabbia e in equilibrio sui pensieri. Il filo dell’acqua bacia una “V” di tessuto nero e gambe bianche latte. Guardi a riva, con la mano sulla fronte. C’è troppa luce in quest’isola, troppa differenza tra la luminosità del sole e l’ombra della sporcizia. Ma in fondo è tra una differenza e l’altra che viviamo tutti, pensi. L’anticiclone africano qui lo conosciamo come si conosce uno zio che torna per fare le vacanze.

Dal bagnasciuga ti guardo. Faccio finta di guardare i bambini che scavano buchi, assecondo con uno sguardo l’opinione maschile generale sulla ragazza tonica che entra in acqua come si entra nella passerella della Fashion Week di Milano, sento la musica che esce dai cellulari dei ragazzi annoiati sugli asciugamani ma in realtà scatto foto continue, una per ogni battito di palpebre, a te. I tuoi fianchi sono un po’ più morbidi dall’ultima volta. Quella volta tenevi il mio libro incastrato tra le cosce, su un vestito blu leggero. Vedo il tuo solito collo fiero, lo sguardo che cerca un viaggio. Non quello di ritorno a casa. Ma verso dove? Con chi?

Questa è una giornata da dentro o fuori, si può interpretare in mille modi, lo so. Alla fine vieni a stare fuori, senza fermarti. La sabbia scotta come polvere nata ai piedi qualche vulcano. Mi sfiori il braccio bagnandolo col tuo e poi prendi a saltellare per la spiaggia in maniera decisamente naturale, come se le tue fossero mosse di scacchi. Da regina. Io di certo, con i miei infradito, non potrei essere il re. Nel frattempo il mio braccio si è asciugato. Sento che mi manca qualcosa. Ti seguo. In un angolo protetto da un casotto c’è una doccia aperta a tutti i bagnanti, sei lì per lavarti da sale e sabbia. Mi diverto a seguire con lo sguardo i tuoi movimenti, sembra una lezione storta di Yoga.

Il costume di dona, il tempo addosso pure, e lo sai, non è così per tutti. Mi riferisco al tempo. Ti dona anche quell’aria da finta distratta che usi per guadagnare tempo per prendere le misure a tutto. E quell’aria seria, quella inesorabilità che riveste le tue scelte, ogni tua mossa da regina. Ti donano. Anche se a volte sono tattica.

Mi infilo sotto il getto dell’acqua insieme a te. Ma che fai? dici. Ti rispondono le mie mani sui fianchi. Ho compiuto un giro lungo, ho fatto un lungo viaggio di fantasia per essere qui. Per fare la mia mossa. Tentare di mangiare la regina. Le mani indugiano come se si stessero chiedendo se è tutto vero, qui nella fantasia, salgono, e poi scendono velocemente sul tuo sedere. Si appropriano di costume e di pelle. Decidi di interrompere la tua minuziosa procedura. Gli occhi sono spalancati. Mi chiedi ancora cosa sto facendo. “Qualcuno ci potrebbe vedere”. Ci sono cose che esistono solo quando qualcuno le ha viste.

Sarebbe bello poter immaginare a lungo ma il tempo dura quel che vuole. Fa caldo. Siamo nel posto sbagliato. Non siamo mai nel posto giusto. Vorrei solo vivere, ma un po’ più forte, vicino a qualcuno che viaggia alla stessa velocità. All’imperativo. Senza sprecare tempo. Tu sai cosa vuol dire. Non è una cosa che si può chiedere. Succede e basta. Fai finta di niente, mentre ci sei, ascolti il rumore della risacca e costruisci alibi. Non è da te scomporti e non vuoi lasciare la mia stessa fantasia.

Si può ballare per un attimo, sotto una doccia in spiaggia. Una questione di linguaggio dei corpi. Si sfregano i costumi morbidi, le dita trovano il modo di sfiorare dove il piacere è più grande. Non è una cosa che si può sperare tutta la vita per niente. Dischiudi le labbra. Non sai neppure cosa vorresti dirmi, nel bene e nel male, forse nulla. Solo bene. “Forse ci vedono”. Forse sei bagnata, dentro. E già t’interroghi dandoti il voto. Forse stamperai su una pagina queste parole, senza che nessuno le veda mentre le rileggi, per riviverle in un’altra estate. Forse le tue mani non sanno cosa stanno facendo.

Una brusca accelerata, un respiro più caldo. Chino il capo sul tuo seno. Dove volevi andare? Scivoli. Ma è bello. Perché io te lo racconto, e tu te ne freghi, ma è quello che vuoi.

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