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Sono una storia di vuoti e scompigli, dice Alfredo

Pagina vuota, “ma davvero e adesso che farai?”, “tutte quelle occasioni dove le hai messe?”, quanto tempo bevuto e in quanto tempo affogare. Un foglio ripiegato su sé stesso, e ripiegato ancora, se lo apri è una pagina vuota. Niente da scriverci sopra, se non una vita preziosissima, chissà se vissuta al suo reale valore. Ad occhi chiusi si scrive addosso, senza correggere gli errori, Alfredo. Quelli escono da soli a pezzi di gocce. La grammatica è più semplice, più docile, si lascia correggere. E scorre tutta via la frase, giusta. Splendida, come vuoi. Non esce più dalla carta o da te.

È troppo presto per ricominciare, dall’angolo trovare il centro, è troppo tardi ricominciare. Alfredo pulisce le maniche dall’impercettibile polvere, raddrizza la schiena che pesa. Chi lo sa. Legge quel che si è scritto addosso per ripetersi una delle tante verità possibili, gli occhi cercano da leggere, è una dipendenza cercar di capire tutte le rivoluzioni. Gli occhi cercano il conforto della risposta di altri occhi, non dispersi, stesso civico o stesso traffico o stessa piega del presente. Le lettere cadono nel vuoto, quello dentro, è troppo presto per riempire e troppo tardi per svuotare quel vuoto.

Sono una storia, questa è la conclusione di Alfredo, e segue un pensiero. Il solito mal di testa, eppure segue un pensiero. Fino in fondo. Anche se il fondo non ci sarà fino al giorno in cui Alfredo non potrà più raddrizzare la schiena che pesa. Ma quel pensiero, e i figli e i nipoti di quel pensiero, sono la sua storia. Trascurabile magari, che non verrà mai raccontata, anche questo è assai probabile. Ma non è questo che conta, secondo l’intuizione di Alfredo. Non è quanto la storia riesca a diventare popolare che determina il suo valore, quello è solo un luogo comune per persone comuni, il valore è dato dal trovare la storia. Ognuno la sua. Una che scorra via, giusta. Splendida come puoi.

Trova l’incognita, trova il valore della X, trova come vivere, trova una storia da essere per restare. La matematica è più semplice, più esatta, si lascia correggere. Finita o infinita si comporta come deve, risponde sempre. Scorre via, se è in ritardo è perché sei in ritardo tu. Alfredo è alle prese con il valore della X e non vuole sporcare la pagina. La pagina resta vuota. Vuota di una storia indelebile. Piena di calcoli che sono tante piccole rivoluzioni.

Sono una storia combattuta, di vuoti e scompigli, dice Alfredo. Scuote il capo, ne sorride. Stesso civico, stesso traffico, stessa piega del presente. Una dipendenza a suo modo bellissima, andare fino in fondo e non esserci mai, mai davvero.

Al minimo (V. #2)

Siamo tutti di passaggio, dammi un passaggio, oppure apriamoci un passaggio verso sud o verso dove ti pare e poi“…

Marta chiude il libro con il desiderio di chiudere anche il resto, il resto delle cose aperte, le ferite, le porte troppo lontane per le mani che fanno corrente. Chiudere tutto l’inutile, chiudere fuori gran parte del mondo emerso, fuori dalla parte in cui non esiste la portata di mano. Neanche i passaggi con l’autostop. Non ospiterebbe di nuovo quel libro mediocre, il comodino, se solo fosse dotato di voce e coscienza, il soffitto invece vorrebbe alzarsi e fare concorrenza a quel cielo che tutti preferiscono. Se solo qualcuno importasse sollevare un sogno di qualcuno. Ma stiamo divagando. Marta no. Almeno non lo sguardo.

Non porta lo smalto perché dura poco, aspettiamo per anni tutta una serie di cose che durano poco. Sbagliamo. A partire dallo smalto. Dice Marta. Indomabile, impaziente come i suoi ricci nello scirocco. Marta è una di quelle che risolve i problemi ma non trova le soluzioni. Un tipo di genio che non verrà mai riconosciuto, solo sfruttato e messo in ombra. Se verrà notato. Un bel regalo senza la scatola. A chi lo offri?

Marta inventa personaggi che sono più all’altezza delle persone che la portano fuori a cena. È svelta, sa già dove vorrebbero arrivare e resiste alla compagnia fino al conto. Poi scappa a casa a far finire la sua storia in maniera diversa. Una lacrima assorbita dal lenzuolo. In tv l’ennesima replica, come nella vita. Un tempo piccolissimo, giri contati, è più semplice una dieta per perdere venti chili in un anno che capire le persone, che sperare nelle persone, che far parte del mondo delle persone, che entrare di diritto in una persona.

Cambio canale. Marta sente il Tg, la sensazione è quella di essersi salvata anche questa volta. Il sud risparmia sull’illuminazione stradale, il nord sul tempo da distribuire ai lavoratori. I candidati alle primarie non si sentono meglio di Marta. Neanche loro sanno cosa faranno dopo la finzione. Fa freddo. Marta non è una ragazza e basta, sei tu e quelle come te. Con una corazza al posto di una carezza. Quelle che scappano a casa a far finire la propria storia in maniera diversa perché non sanno riprovare.

Far tornare la pratica alla teoria è un lavoro altamente specializzato, Marta serve al bar, uno di quelli centrali con il proprio nome sulle bustine dello zucchero, vede tanta pratica. Solo questo, tanta pratica niente corrispondenze con quella bella teoria che immagina. Fa tornare i conti a fine turno, quindi, è un obiettivo più a portata. Rifiuta i passaggi per tornare a casa, la accompagna sempre Toro il gatto smilzo di nessuno. Tornano piano, ormai saranno anni, sempre al minimo, sembra che la vita non voglia prendere velocità con quei due. È tutto semplice se sai come farlo, nessuno sa come vivere quindi non deve essere così semplice, pensa Marta.

Toro sornione si aspetta anche questa volta e arriva, una carezza al posto di una corazza. A questo punto un brivido fino all’osso. Un piccolo parcheggio sotterraneo da oltrepassare, ma solo di passaggio, qualche neon intermittente come nei migliori film thriller americani. Sembra che si siano fermati perché è tutto uguale, pilastri in cemento armato marchiati da grandi lettere bianche, dove tutti vanno a fermarsi i passi di una piccola ragazza non pronta a spezzarsi né a fermarsi. A questo ritmo il viaggio non finirà presto. E nemmeno le destinazioni.