Inverni nostri

Guance rosse di sentimento. Però freddo, coscienze sparpagliate in piazza, sentimenti messi a stagionare. Mani di contenimento. Poggiate contro muri di indifferenza sfidano scogliere frangiflutti in porti mai sicuri, mani pronte a costruire muri che devono impedire ai poveri il bagno nella piscina dei ricchi, quei ricchi che mandano avanti il mondo, che sono il mondo. Non preoccupa la temperatura che farà il giorno in cui ci ammazzerà. Qualcuno farà in tempo a svendere la casa al mare prima che sia sommersa dall’innalzamento delle maree. Mani impotenti aggrappate a muri invisibili ma non finti, vere barriere digitali, schermi e bacheche destinate a disturbare lo scambio di informazioni tra un lato e l’altro del cervello. Mani che rifanno la facciata in continuazione e dall’altra parte neanche un quadro. Fermati. Ascolta. Prova a sentire il non detto. Non inciampare su un muro. Sei oltre.

Dita rigide per il freddo, una calza sfilata appena sopra il cappotto. Spifferi da temere, quelli, come certe parole. Timbri il biglietto e la coscienza con te, buon viaggio con posto numerato quasi comodo o comunque alla meno peggio. Tracci scie di profumo. Dici pensieri sinceri, caldi e che non faranno mai le nuvolette in aria a persone che non possono capire. Sulle scale mobili della metro qualcuno sogna una seggiovia, s’incrociano scorze di sguardi stanchi oltre le mascherine effe effe pi, chi è stanco si fa cullare dal movimento. Basterebbe una metro sciovia, un collegamento diretto dal centro storico alla vetta per dare un senso a tutto il freddo generale, all’inverno imposto. Qualcuno è più leggero all’andata, qualcuno rinasce ogni giorno al ritorno eppure il freddo lo si sopporterebbe meglio lì, dove è naturale che ci sia. Dove gli si può andare incontro preparati.

Intravisti, non veramente scambiati. Noi. Se hai il tempo di un caffè ci vediamo al prossimo binario morto, così, per raccontarci una barzelletta degli anni ’90 quando ancora facevano ridere, per commentare le vite sprecate degli altri tra live streaming e troppi “ho sentito dire”. O magari leggiamo insieme la colonna dell’opinionista di parte pagato da un giornale di parte pagato da inserzionisti di parte pagati a loro volta da partiti forti e da banche pronte a fallire come i negozi dei pachistani.

Oppure. L’articolo di fondo lo scriviamo noi, ci facciamo una gran sciata sopra e non scendiamo a restituire lo skipass. Mai giù, dalle parole più difficili da dire, non scendiamo più dalle verità fragili e sottili. Mano contro mano. Il freddo nelle tasche, i muri nei libri di storia. C’è un tocco delizioso, un pensiero che fa sospirare, un gorgo di troppo. A ognuno i suoi passi, le sue galassie. A ognuno la propria temperatura, la capacità di tollerare. A ognuno il proprio silenzio da compilare in forma anonima. Camminare, calpestare la stagione con aria di sfida, timbrare e fotografare e condividere ogni timbro.

L’inverno è nostro, scomodo e nostro. Quindi facciamoci quello che vogliamo. Lasciamoci coprire o spogliamolo e prendiamogli il meglio. Se non ci troviamo parliamoci con i movimenti delle labbra a distanza, le parole che non sentiamo restano regali che sappiamo e poi scarteremo. Gli sguardi che non buttiamo sulle già troppe assenze sono sguardi guadagnati. Il capello trovato sul maglione, la perlina sulla mattonella, il dettaglio della barba, lo sguardo sull’ultima volta che è stata felicemente troppo, oppure uno sguardo dritto negli occhi dentro lo sguardo. Guarda. C’è altro. Capisci cosa voglio dire solo se ci provi. Le regole si possono perdere in un attimo mio sergente. Guarda. L’inverno e queste mani che possono fare, sempre. I colpi e i contraccolpi, le rotte e le improvvisazioni. Ti stupisci ancora? Mettiamo in conto quanto più possiamo e poi spegniamo la calcolatrice, il totale facciamolo calcolare al muscolo in alto a sinistra. Il tempo non guarda le stagioni, prosegue il suo cammino e questo ci insegna un fatto semplicissimo: l’inverno deve valere quanto le altre stagioni. Le lacrime non sono più bagnate, i dolori più profondi, le opportunità scomparse. Non si può perdere l’inverno, si deve vivere come l’inverno richiede. Forse sbaglieremo ma almeno ci cercheremo negli errori e smetteremo di sentirci come dune di sabbia.

E di amore non parlare, non sono le parole che stupiscono. E di resistenza non parlare, siamo qui ed è dire tutto.

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