Amore e spazio fabio pinnna

L’amore è una questione di spazio

Cosa togliere a un bacio per renderlo a modo, come avanzare in questa stanza senza sfiorare i tuoi vestiti, come prenderci come se fossimo al di là del tempo, cosa costruire e fino a quanto in altezza, quanti passi fare prima dei confini che abbiamo sempre sognato di oltrepassare, perché difendere l’aria che togliamo se è la stessa che diamo e che poi sa da sola come attraversare il filo spinato, quando fare il “fuori tutto” di quello che stocchiamo dentro per tornare più umani? Un compasso su una carta nautica, una doppia striscia continua, un salotto che adesso ha vent’anni con i mobili che non sono mai stati davvero in noce come nei libri e un matrimonio che hai maledetto una volta da doppia cifra. Spazi. Poi confini. Tu cosa vedi?

Chiuso un portone, o forse era una portiera, o forse era una frontiera, una possibilità, chiuso tutto per bene cosa si doveva aprire? Quanti orizzonti vedi? Quanto spazio per muoverti, per girarti, per arrivare al dove vuoi ed essere come da progetto iniziale, quanto di quello che vedi non è protetto da combinazione, a quali rotte di quali persone ti puoi avvicinare per sfiorarne i vestiti senza atterrare? Quante domande. Spazi per le risposte, per le non risposte. Confini. L’amore è una questione di spazio. Te lo prendi, te lo offrono, te lo prendono, lo offri. Dici, ritiri, gonfi i polmoni per poter dire il massimo di cose che ritieni belle poi espiri e ti prepari a un estenuante silenzio. Una stanza alla volta, una tv alla volta, io mi prendo questo, lasciami il pranzo, a me il bambino e a te la casa al mare.

Cosa proteggere di quello che rimane dietro un confine che cambia ogni giorno, quale spazio decidere di sacrificare e su quale decidere di investire? Hai ancora il vestito del gran giorno appeso e le scarpe nere perfette, solo impolverate. In un angolino. Perché vincono i vestiti per andare al lavoro, gli spazi parlano da dentro l’armadio come i sogni parlano dalla testa. Non cambiare discorso, un giro in senso orario con le parole e chiudi. Asciuga il pianto. Da un parcheggio sotterraneo di Milano Fiera dentro a un’auto che sgonfia i polmoni e stira la stanchezza. Avevi da dire, lo spazio misurato rimpicciolito, avevi da prendere uno spazio per la risposta. Un giro in senso antiorario di parole che assomigliano al massimo di cose che ritieni non solo belle ma anche vere. Una sera alla volta, l’ultimo parcheggio, aggiusti lo specchietto e guidi come un turista verso aria che non t’appartiene più.

Quante domande. Spazi. Confini. Un uomo sotto un palazzo suona l’armonica per pochi spiccioli, un uomo dentro ad un altro palazzo suona alla stessa maniera il tuo cuore per pochi sorrisi. Non cambi discorso. Si torna. Una sera alla volta fatta di spazi. Poi confini. Tu cosa vedi? Amore.

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